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Il calcio è una delle cose che più mi incendia. I miei amici sanno bene quanto possa mutare durante una partita, trasformato dall’euforia o dalla disperazione delle singole azioni più che dall’esito finale. Al calcio affido la mia parte più irrazionale e lo faccio con grande gioia.
Amo il calcio in tutte le sue forme, ma viaggiare tra gli stadi è quella che più mi piace. Non sono un grande frequentatore, ma ho messo tra gli annali che porterò per sempre con me alcuni momenti intensissimi (quantomeno per la mia scala personale e per il mio irrimediabile amore per l’Inter): ho vissuto il pareggio a Barcellona lo scorso anno, ho visto Belotti e il Torino infierire sulla Roma alcuni anni fa, ho vissuto il dramma dello scudetto perso dall’Royale Union Saint Gilloise a Bruxelles lo scorso anno (ma fuori dallo stadio, per rendere tutto anti epico), ho sempre e solo visto il Bari nelle ultime partite di campionato festeggiare le promozioni, ho accumulato alcune serate più o meno felici a San Siro dal 2009 in poi. Sono felicemente un occasionale, uno che accetta di avere una piena appartenenza per poi sposare i momenti che capitano a portata di mano.
Ieri sono tornato allo stadio D’Angelo a vedere l’Altamura. È stata la prima volta da quando ho cessato le funzioni di assessore – da quando, cioè, andare allo stadio significava perlopiù un guardare da vicino le condizioni del prato, delle tribune, degli spogliatoi, quando riuscivo a sistemare una cosa per vederne due cadere a pezzi.
Per la prima volta dopo tanto tempo ho vissuto lo stadio della mia città nella pienezza dell’occasionale quale sono, godendone. Tra gli spalti, accompagnato dal mio papà per cui l’amore per l’Altamura si è rinfocolato tanto più si annacquava quello per l’Inter, ho guardato la squadra vincere seccamente per 3-0 e rinfocolare gli auspici di promozione in C che la dirigenza ha giustamente portato sulle sue spalle.
Ma la godibilità sportiva della partita – che meraviglia il giovane terzino col 3, uno che vorrei all’Inter a raccogliere i palloni dolci di Federico Dimarco – oggi ha lasciato spazio nella mia mente alla ricostruzione di quel gioco di scherzi che prende vita nella tribuna centrale del D’Angelo ad ogni partita. Non l’ho trovato mai altrove questo clima di cittadina che si raccoglie dopopranzo nel nome di un più o meno vivo attaccamento per la squadra. C’è la pattuglia di nati negli anni Cinquanta e Sessanta che porta ancora in mente momenti più felici per le squadre locali, e rinvanga nel tifo nostalgico come farà fino alla fine. C’è la classe media della città, quasi esclusivamente maschile e borghese che tra i seggiolini condensa socialità e discussioni che possono essere anche economiche e professionali. C’è la politica locale a sprazzi, divisa tra le apparizioni dei Sindaci e i più fedeli e costanti consiglieri. Ci sono tanti bambini occasionali come me a trent’anni, che pur riescono ad affezionarsi a questi giocatori che già sfuggono da ogni sogno un giovane tifoso potrà mai covare.
Un po’ rintronato dalla digestione del pranzo, il paese la domenica si ritrova sui gradoni e si rappresenta per quel che per tutto il resto del tempo, ma in una veste che puntualmente ritrovo dolce.
Questo 3-0 speranzoso e questa dolcezza domenicale sono stati il modo più profondo e naturale per inaugurare la settimana in cui torno nuovamente a vivere ad Altamura, che è un modo per dire che ritorno da me.
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Sono su di un Frecciabianca per Roma dopo cinque settimane trascorse ininterrottamente in Puglia. Non era mai passato così tanto tempo tra un treno e l’altro, perché solo una fortunata serie di imprevisti mi ha permesso di passare così tanto tempo ad Altamura. Quando ci son tornato a fine luglio le temperature ardevano l’aria e il terreno, mentre oggi la città giace sotto folate intense di vento, introducendo l’autunno che avanza a passi svelti. Sarà il clima mite di questa fine estate, ma mi sembra di aver scoperto per la prima volta per me accogliente questa stagione così contrastante, che ha sempre profumato di lunghe giornate noiose - e come ignoravo il valore nobile della noia. Rifuggivo sempre la spiaggia e il mare agostano, e invece quest’anno ho fatto pace con la lenta calura estiva e con il piacere di crogiolarsi sulla riva con gli occhi socchiusi per la troppa luce.
Quest’anno la stagione si è aperta mentre ero immerso nella più intensa relazione della mia vita, in un importante lavoro ministeriale e con Roma affidatami come seconda casa. Ci sono voluti appena due mesi perché tutte e tre le cose evaporassero come una patina di sudore, ritrovandomi con nulla tra le mani e tutto ancora da cercare.
In tante occasioni con gli amici l’ho chiamata ‘’un’estate triste così felice’’. Ho preso a piene mani dal bellissimo titolo del libro di Lorenzo Iervolino dedicato a Sócrates, figura rivoluzionaria, mitologica e fascinosa del calcio brasiliano e del comunismo applicato alla quotidianità. Non ho pensato mai un attimo di rapportarmi all’elegante giocatore e capitano, ma quell’espressione ricoperta di dolcezza e malinconia rappresentava un immaginario in cui è stato così facile ritrovarmi.
Finisce così l’estate triste così felice: su di un treno che mi riporta ancora per pochi giorni a Roma, a un ufficio di cui ho fatto parte con piacere e pur con fatica, a una casa che mi ha accolto con tramonti coloratissimi e che pur non ho riempito mai appieno. Mi è parso di capire che con le città accade come coi corteggiamenti, con le frequentazioni, e alcune felicemente trovano la chimica e il tempismo perfetto per inebriarti, mentre altre passano affrettate difettando di una o dell’altro, lasciandole al più nei panni de ‘’Le passanti’’ cantate da De André. Ha funzionato con Torino e coi due anni intensi della magistrale, non ha funzionato con una Roma tanto monumentale e affascinante quanto patria spaesante per uno spaesato, che l’ha repulsa come ne è stato respinto. Per questo riporto tutto a casa, al luogo in cui più di una cosa suggerisce di poter riempire e tracimare il paesaggio attorno. Altamura come città da riempire senza spaesarsi, da animare con foga.
La foga, l’animazione: è stata l’estate in cui da poche conversazioni con gli amici più cari è nata una piccola rassegna cinematografica nella villetta della mia famiglia. Un esperimento felice che, dopo alcuni anni da comparsa, mi ha permesso di ritrovarmi coprotagonista delle cose attorno, dedicandomi all’egocentrica passione dei discorsi, delle introduzioni e dei riferimenti da lanciare a un pubblico forse interessato e forse annoiato.
Non sembrano finite né la foga né l’animazione che già si ragiona di rassegne musicali e di festival, dopo aver trascorso tante sere in luoghi votati alla musica dal vivo nella provincia di Bari. Ogni concerto mi riempie di due desideri, che sono quello di suonare e quello di far suonare, e se per il primo difetto della capacità, del secondo non manca un po’ di esperienza e una discreta passione. Sembra che da questa estate possano germogliare nuovi progetti, e lo faranno.
Alcuni mesi fa su questo blog scrivevo la breve storia del mio impegno e disimpegno e di un lungo reflusso nel privato cui mi ero costretto dopo la fine della mia esperienza da assessore ad Altamura.
In quest’estate triste così felice le contingenze della vita mi hanno fatto premere un grosso pulsante di reset, che ho colto come l’occasione per prendere il meglio dei primi trent’anni di vita (quasi, insomma) e votare ad esso tutto il tempo che resterà. Nelle cose perse, alcune per necessità e altre per scelta, mi è sembrato di intravedere delle buone ragioni per cui vivere, quindi per cui impegnarmi ancora. Nelle persone perse o trovate, alcune per necessità e altre per scelta, ho scoperto dei buoni modi per impegnarmi e del terreno fertile su cui spargere alcuni buoni semi. Che bello poterli condividere.
Quelli che finiscono su questo Frecciabianca sono i mesi in cui ho fatto pace con l’idea di estate, col sole che cuoce la pelle e con il caldo che ti costringe fortunatamente a oziare. È stata una estate triste così felice, quella in cui intravisto delle buone cose con cui salvarmi la vita.
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(foto di Tricarico presa dalla pagina Wikipedia)
Alcuni mesi fa ero a pranzo in un ristorante romano quando, poco prima di pagare e uscire, ho ricevuto un breve messaggio di condoglianze da un conoscente. Così, prima di poter sentire i miei genitori, ho scoperto della morte di mia nonna Teresa, madre di mio padre e amatissima matrona della mia numerosa famiglia paterna.
Nonna è stata per la famiglia tante cose. Su tutte, è stato il generoso collante che ha tenuto assieme i cugini, a suon di pranzi altrettanto generosi e premura domenicale. Per anni l’avevamo conosciuta come la controparte tenero di un nonno altrettanto affettuoso, ma di un affetto impastato di severissimo metodo e attenzione, di diligenza e premura, che hanno composto l’educazione quasi calvinista che ha temprato mio padre e, in maniera loro malgrado più debole, me.
Uno dei ricordi più caldi e vivi di nonna riguarda un tema ricorrente nelle conversazioni domenicali, fattosi sempre più presente col passare degli anni: il tema del non migrare, il tema del restare vicini.
Nonna era lucana, nata e cresciuta nella nobile e splendida Tricarico arroccata sui calanchi, e altamurana lo è diventata per il lungo e fecondo matrimonio con mio nonno. Legatissima alla sua famiglia, aveva ridotto sempre più nel tempo le visite al suo paese e ai suoi familiari, che ricambiavano egualmente con frequenti visite alla sorella trasmigrata in Puglia quasi settant’anni prima.
Sono stati davvero anni di migrazioni i primi anni della mia famiglia, poiché tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato nonno a spostarsi da Altamura – sempre per amore, direi, traslando l’affetto sulla necessità di muoversi lontano per guadagnare più di quanto la povera Altamura potesse offrire – verso la già ricca Brianza e poi ancora oltre, verso la Svizzera e la Germania. Lì assorbirà a fondo l’arte della falegnameria e della piccola industria, imparandone tecniche e metodi di organizzazione del lavoro che poi formeranno i suoi figli, avviandone la storia di maestri d’ascia prima e di imprenditori poi. In Svizzera, poi, ritroverà parte della famiglia tricaricese di mia nonna, emigrata nel cantone di Zurigo e lì ad oggi ancora saldamente impiantata. Mia nonna, invece, in quegli anni che mio padre mi ha raccontato pressocché di povertà, si prendeva cura dei figli che man mano arrivavano e crescevano, prima del ritorno definitivo di mio nonno a casa.
Questa è sempre stata la breve biografia familiare ricostruita dai racconti dei nonni prima e di mio padre poi, così distante dall’agio e dalla sicurezza in cui siamo cresciuti noi figli e nipoti nati dagli anni Novanta in poi, e questa mi son sempre fatto bastare, ma la biografia della mia famiglia fa capolino nelle giornate in cui torno a frequentare con gli amici la Lucania e le sue cittadine, così come riemerge quando devo presentarmi: ‘’sì, sono pugliese, ma in realtà sono anche lucano’’, come se la fievole discendenza tricaricese potesse caratterizzarmi in profondità.
Presentarmi così mi serve, tuttavia. Mi sembra di dover rimarcare quell’origine per recuperarne il contesto e la storia, perché oggi a dire ‘’sono pugliese’’ sembrano emergere immaginari sempre più schiacciati dal marketing territoriale, che poco rappresentano il Novecento di certe aree – e quale area più della Murgia, zona interna di fatica contadina e artigianato, a lungo più simile alla provincia materana che alle ricche coste baresi.
E quindi, son sempre pronto a pescare dalla storia della mia famiglia per poter timidamente ribattere con altri immaginari, forse non meno esasperati e forzati ma necessari per non riscoprirsi appiattiti.
Ora, tutto questo potrà sembrare ancor più retorico del marketing territoriale dei pugliesi, e potrei darvene atto e ragione, ma è un gioco dialettico che mi serve per interrogarmi sullo stato di salute di quei paesi e di quelle cittadine che i miei nonni lasciavano.
Negli ultimi anni c’è stata una premura che tornava nei dialoghi di nonna quasi ossessivamente e che agganciava la sua biografia alle nostre storie: lei sperava che nessuno di noi nipoti emigrasse, che tutti restassero ad Altamura, contraddicendo quanto fatto per amore da lei. Lo diceva sempre, auspicandoselo ad alta voce, e i pochi di noi colti in brevi esperienze lontane per motivi di studio o lavoro erano sempre salutati con l’augurio di “trovare una bella ragazza qui, per tornare”.
Com’è stato faticoso, in tutto questo, presentarle la mia ragazza veneta emigrata a Bruxelles. E com’è stata premurosa e accogliente mia nonna, abituata a inframezzare il suo italiano asciutto con parole ed espressioni altamurane dall’accento e dalla cadenza ancora lucana, mentre le offriva da mangiare e le parlava dolcemente. L’auspicio, pur vivo, era presto archiviato in quelle conversazioni: l’affetto vinceva la voglia di tenere i nipoti vicini, augurandoseli felici. È uno dei ricordi ultimi di nonna e, forse, il più lucido e più dolce.
Negli ultimi giorni, ripensando a queste lontane note biografiche e a questi recenti ricordi, ho pensato di dover spolverare questa storia familiare, di recuperarla e approfondirla e potermela raccontare meglio. I miei nonni lasciavano luoghi che immagino diversi dal loro stato attuale, ma non so come e fino a che punto. Anzi, oggi mi sembra di conoscere poco persino la storia della mia famiglia, e non mi basta. Penso che i miei nonni si siano spostati profondamente, ma con un verso. Io, al contrario, mi sento in costante spostamento, ma senza verso, e mi sembra di doverlo riguardare, di riprendere il loro affetto. Tocca ripercorrere il cammino dei miei nonni e scriverne, per dare una forma al mio.
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Quando prendo il pullman Fal delle 4.30 per Bari, necessario per prendere il treno delle 6 per Roma, mi sembra di entrare in una società segreta millenaria di cui non ho ancora piene credenziali.
Il pullman raccoglie un numero di persone che cresce come fosse la sequenza di Fibonacci. A Grumo, Palo e Modugno tocca i numeri di frequentatori più alti, che sono allo stesso tempo padroni e pivellini della tratta. Sono gli habitué del pullman, quelli che la percorrono quotidianamente per arrivare a lavoro. Presidiano i posti davanti a gruppetti, probabilmente coincidenti con le diverse aziende di appartenenza. Comunicano molto, ma quasi essenzialmente a gesti e con codici ben collaudati, restando quasi in silenzio per non disturbare chi di loro vorrà rubare ancora qualche minuto di sonno.
In fondo al mezzo, si siedono sparuti e soli i più duri abitanti della linea: gravinesi e altamurani, costretti a sveglie precoci e lunghi viaggi, che non si ritrovano in gruppi di appartenenza e che trascorrono quest’ora di viaggio in silenzio assoluto. Non hanno un codice per comunicare e forse non hanno neanche niente da comunicare, svegliandosi tra le 3.30 e le 4.
Da Modugno in poi entrano tutti in silenzio, prossimi all’arrivo alla Mecca barese. Inizia ad esserci la parvenza di un giorno di lì a venire e il breve assonnato rito può terminare, sciolto da un breve saluto all’autista - che conosce tutti e la cui faccia esprime solo la totale assenza di interesse per persone che condividono la sua stessa sorte, quella di chi inizia a vivere prima che il Sole sorga.
Io appartengo al rito notturno raramente e non vanto diritti in questo viaggio, come sancito dalla valigia che mi rende automaticamente un reietto.
Ho iniziato il viaggio alle 4.20, orario in cui mi apposto alla fermata convinto che almeno stavolta il pullman passerà in orario.
Fa freddo, ma un caseificio davanti sta iniziando la sua giornata con molta calma. Qualcuno inganna l’attesa con video (TikTok?) e ride molto nel frattempo.
Anche oggi il viaggio sarà felice.
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Diversi mesi fa ho trovato questo meme sul profilo Facebook di Daniele Zinni (se la memoria non mi tradisce), una di quelle persone che con un’immagine e due righe di testo raccontano più di molti long form. È un meme che mi ha fatto riflettere in più di un’occasione sul mio rapporto con l’informazione o, meglio, col desiderio di sentirsi informati – sì, quello che segue è l’ennesimo racconto personale e non universale, per cui credo sia legittimo saltare a piè pari anche questo testo.
A proposito di modi di tenersi informati, ho una routine malleabile più o meno da sempre, che adatto di volta in volta ai miei margini di spesa – e vai di abbonamenti su abbonamenti – tempo – e vai di podcast, newsletter, quotidiani cartacei e versioni web, telegiornale. L’informazione occupa una parte piuttosto larga delle mie giornate, partendo da una mezz’ora mattutina dedicata alla lettura del Corriere della Sera e seguita da un’altra mezz’ora dedicata al podcast di Francesco Costa, Morning. Uscito di casa, acquisto un quotidiano di spalla per fare approfondimento (a rotazione Domani, Il Foglio o il Manifesto), che leggo prima di andare a dormire per chiudere la giornata. In mezzo, ritagliando del tempo nelle pause dal lavoro o durante le attività quotidiane a bassa tensione – pulire, cucinare, lavare i piatti – leggo una delle circa quaranta newsletter cui sono iscritto, oppure ascolto pezzetti di podcast che cerco affannosamente di seguire in maniera regolare, oppure mi affaccio sui siti online – Internazionale, Il Post, la Stampa – in cerca di qualche dettaglio in più su cose lette e ascoltate altrove.
Una mastodontica impresa di digestione delle informazioni, che ingurgito con bulimia e che cerco di elaborare per produrre… cosa?
Insomma, a che pro?
Ogni tanto me lo chiedo. Sono soprattutto i momenti in cui mi accorgo di non riuscire a rispettare questa dieta autoimposta, quelli in cui mi sorge qualche dubbio sui benefici di questo desiderio di sapere tutto, di essere ovunque subito dopo il compimento di una notizia. Mi sento, insomma, stanco di volermi informare, e faccio i conti con la più terrena incapacità di mantenere e comprendere questa enorme mole di dati o racconti. La sensazione mi colpisce soprattutto quando si scandiscono repentinamente i giorni delle emergenze: la strage di Cutro, il crollo della SVB, costantemente la guerra in Ucraina. Non biasimo chi fa giornalismo per questa infinita successione di notizie travolgenti, perché credo che il Mondo sia un luogo troppo grande, complesso e popolato per far sì che effettivamente non accadono di continuo emergenze. L’emergenza stessa, poi, è un’idea che ammanta di universalità qualcosa che è più personale ed intimo, cioè il peso dei fatti sul vissuto e sugli interessi delle persone. In altre parole, tutto è notizia e tutto è emergenza non perché effettivamente lo è, ma perché lo è in potenziale per qualcuno. Le emergenze si tarano realmente sulla vita delle persone, sul luogo in cui si trovano, sul lavoro che svolgono e sulle passioni che coltivano.
Da un po’ di tempo, partendo da questa realizzazione per cui ‘’le notizie non sono universalmente ma personalmente rilevanti’’, ho iniziato a far pace con un’idea piuttosto semplice, che potrà forse portarmi a ottimizzare il tempo dedicato alle notizie, liberandomi da un po’ di stanchezza: l’idea dell’avere non solo fiducia negli informanti, in chi fa informazione, ma anche negli informati. L’idea, cioè, che la produzione e diffusione di informazioni è bulimica perché bulimica è l’esperienza umana e le cose che nel mondo possono interessare, quindi riguardare e toccare qualcuno. Non sarò mica tenuto a sapere tutto, dato che altri e altre, attorno a me, si informano ancora. È un po’ come traslare dal campo della conoscenza a quello dell’informazione il concetto di intelligenza condivisa (https://it.wikipedia.org/wiki/Intelligenza_collettiva), cioè di incapacità individuale di elaborare grandi quantità di dati, che si conservano e rielaborano meglio a livello condiviso.
Non credo di essere in grado di elaborare ulteriormente questa idea, ma, anche qui, ho fiducia nel fatto che già qualcuno l’ha potuto e saputo fare. Del resto, l’intelligenza collettiva funziona così e mi converrà cercare quel qualcuno.
Insomma, informarsi stanca, se credi di sorreggere il peso dell’informazione sulle tue povere spalle. Il peso sarà più sopportabile e lo sforzo più premiante, se realizzerai quanto quel peso possa essere condiviso. O perlomeno, non ti ritroverai col fiatone con l’ennesimo splendido podcast da seguire.
