Diversi mesi fa ho trovato questo meme sul profilo Facebook di Daniele Zinni (se la memoria non mi tradisce), una di quelle persone che con un’immagine e due righe di testo raccontano più di molti long form. È un meme che mi ha fatto riflettere in più di un’occasione sul mio rapporto con l’informazione o, meglio, col desiderio di sentirsi informati – sì, quello che segue è l’ennesimo racconto personale e non universale, per cui credo sia legittimo saltare a piè pari anche questo testo.
A proposito di modi di tenersi informati, ho una routine malleabile più o meno da sempre, che adatto di volta in volta ai miei margini di spesa – e vai di abbonamenti su abbonamenti – tempo – e vai di podcast, newsletter, quotidiani cartacei e versioni web, telegiornale. L’informazione occupa una parte piuttosto larga delle mie giornate, partendo da una mezz’ora mattutina dedicata alla lettura del Corriere della Sera e seguita da un’altra mezz’ora dedicata al podcast di Francesco Costa, Morning. Uscito di casa, acquisto un quotidiano di spalla per fare approfondimento (a rotazione Domani, Il Foglio o il Manifesto), che leggo prima di andare a dormire per chiudere la giornata. In mezzo, ritagliando del tempo nelle pause dal lavoro o durante le attività quotidiane a bassa tensione – pulire, cucinare, lavare i piatti – leggo una delle circa quaranta newsletter cui sono iscritto, oppure ascolto pezzetti di podcast che cerco affannosamente di seguire in maniera regolare, oppure mi affaccio sui siti online – Internazionale, Il Post, la Stampa – in cerca di qualche dettaglio in più su cose lette e ascoltate altrove.
Una mastodontica impresa di digestione delle informazioni, che ingurgito con bulimia e che cerco di elaborare per produrre… cosa?
Insomma, a che pro?
Ogni tanto me lo chiedo. Sono soprattutto i momenti in cui mi accorgo di non riuscire a rispettare questa dieta autoimposta, quelli in cui mi sorge qualche dubbio sui benefici di questo desiderio di sapere tutto, di essere ovunque subito dopo il compimento di una notizia. Mi sento, insomma, stanco di volermi informare, e faccio i conti con la più terrena incapacità di mantenere e comprendere questa enorme mole di dati o racconti. La sensazione mi colpisce soprattutto quando si scandiscono repentinamente i giorni delle emergenze: la strage di Cutro, il crollo della SVB, costantemente la guerra in Ucraina. Non biasimo chi fa giornalismo per questa infinita successione di notizie travolgenti, perché credo che il Mondo sia un luogo troppo grande, complesso e popolato per far sì che effettivamente non accadono di continuo emergenze. L’emergenza stessa, poi, è un’idea che ammanta di universalità qualcosa che è più personale ed intimo, cioè il peso dei fatti sul vissuto e sugli interessi delle persone. In altre parole, tutto è notizia e tutto è emergenza non perché effettivamente lo è, ma perché lo è in potenziale per qualcuno. Le emergenze si tarano realmente sulla vita delle persone, sul luogo in cui si trovano, sul lavoro che svolgono e sulle passioni che coltivano.
Da un po’ di tempo, partendo da questa realizzazione per cui ‘’le notizie non sono universalmente ma personalmente rilevanti’’, ho iniziato a far pace con un’idea piuttosto semplice, che potrà forse portarmi a ottimizzare il tempo dedicato alle notizie, liberandomi da un po’ di stanchezza: l’idea dell’avere non solo fiducia negli informanti, in chi fa informazione, ma anche negli informati. L’idea, cioè, che la produzione e diffusione di informazioni è bulimica perché bulimica è l’esperienza umana e le cose che nel mondo possono interessare, quindi riguardare e toccare qualcuno. Non sarò mica tenuto a sapere tutto, dato che altri e altre, attorno a me, si informano ancora. È un po’ come traslare dal campo della conoscenza a quello dell’informazione il concetto di intelligenza condivisa (https://it.wikipedia.org/wiki/Intelligenza_collettiva), cioè di incapacità individuale di elaborare grandi quantità di dati, che si conservano e rielaborano meglio a livello condiviso.
Non credo di essere in grado di elaborare ulteriormente questa idea, ma, anche qui, ho fiducia nel fatto che già qualcuno l’ha potuto e saputo fare. Del resto, l’intelligenza collettiva funziona così e mi converrà cercare quel qualcuno.
Insomma, informarsi stanca, se credi di sorreggere il peso dell’informazione sulle tue povere spalle. Il peso sarà più sopportabile e lo sforzo più premiante, se realizzerai quanto quel peso possa essere condiviso. O perlomeno, non ti ritroverai col fiatone con l’ennesimo splendido podcast da seguire.
