- Dettagli
C’erano una decina di stand, un termine da fiera per indicare nella realtà associazioni, piccoli artigiani e progetti amici già conosciuti e sparsi nella nostra zona, man mano individuati e convinti a portare parte delle loro capacità nel giardino dell’Agorateca; c’erano cinque volontari chiamati a raccolta tra gli amici per distribuire e spostare di frigo in frigo le birre o per preparare le tessere necessarie per entrare; c’erano due cantanti e due musicisti individuati a partire da un lungo file excel e da un altrettanto lunga playlist costruita nei mesi precedenti – un excel e una playlist che sono l’asse fondante dell’associazione più dello statuto, forse più di noi – e che servirà nei mesi a venire; c’erano cinque di noi, tra cui tre fratelli fin troppo simili nella pelle e fin troppo complementari nelle attività fatte più un bravissimo amico grafico che ha dato una veste coloratissima ed efficace al nostro progetto; c’erano infine 183 tesserati, cioè voi, che hanno scelto di venire, spendere dei soldi e cercare del divertimento. Spero l’abbiate trovato in quel giardino decorato e arricchito per l’occasione. Ci torneremo.
Cerco di ricostruire rapidamente il manifesto esistenziale de L’Allergia. Aleggiava da anni l’idea di dedicare una parte dei progetti di cui già facevamo parte alla musica indie, e quest’idea si è incastrata la scorsa estate con la suggestione di gettarsi in un’impresa ancor più profonda e inedita: un’etichetta. L’Allergia nasce dalla suggestione di aprire un’etichetta nella nostra provincia. Nasce frequentando i tanti bei festival della provincia di Bari – probabilmente decisive sono state due serate al Distorsioni di Acquaviva, ma aprire un’etichetta è un’impresa molto più complessa e priva di sicurezze di lanciare un festival musicale: viviamo una fase complicata per l’industria musicale, che è quella in cui i progetti che compongono la nicchia, l’indipendente, l’emergente, faticano a restare a galla. Da un lato fare musica è diventato costosissimo, soprattutto dal vivo: lo è per gli artisti e per gli organizzatori – aumenta il numero di tour annullati, oppure di artisti che si avventurano in essi sapendo di doverlo fare in perdita – e lo è per gli ascoltatori, che sanno di dover spendere sempre più soldi per vedere i concerti di media-grande caratura. Dall’altro lato, la vendita di musica non è diventata più facile: l’affermazione dei servizi di streaming, pur offrendo ai piccoli attori dell’industria una facilità inaudita di accesso al pubblico, hanno assorbito i margini di guadagno. Mettere brani online è facilissimo, guadagnarci è molto difficile. Devi farti ascoltare tantissimo per poter vivere, per cui devi assecondare le tendenze del mercato: brani sempre più brevi e maggiore ricerca di suoni e strutture TikTok-adapted. Non sono queste tendenze negative in assoluto, ma come tutti i trend di mercato comportano il rischio di annullare la nicchia, l’emergente, e di appiattire la capacità di sperimentazione di chi inizia a far musica.
I festival di musica indipendente come L’Allergia nascono da qui: concentrare l’attenzione del pubblico – in termini di tempo e soldi consumati – su generi e artisti ai margini della struttura del mercato e dei flussi di denaro. Sono, magari inconsciamente, strumenti di redistribuzione economica all’interno dell’industria musicale.
Fruire dell’immenso catalogo di Spotify costa per ognuno di voi ogni mese tanto quanto le due ore di musica offerte in una serata de L’Allergia: circa 7 euro. Nella prima serata del nostro progetto quei 7 euro sono serviti a pagare i cachet degli artisti, i loro trasporti, il service e il fonico necessari a costruire un buon ambiente musicale. I vostri biglietti, in altre parole, sono serviti a pagare tutta la parte musicale dell’evento e a renderlo, come si dice, sostenibile.
L’Allergia è questo: è la costruzione di un contesto accogliente e divertente in cui per voi possa valere la pena di spendere i soldi necessari per pagare gli artisti e la loro musica; in altre parole, per permettergli di andare avanti nel loro lavoro. La coda lunga di artisti come Melga e Sunken, cioè la coda di mercato composta da milioni e milioni di musicisti in tutto il mondo che guadagnano nell’insieme forse meno della sola Taylor Swift, sono il terreno in cui possono crescere sia i grandi futuri artisti che le novità, il progresso della musica. Le scene e i generi per evolversi hanno bisogno di una base vivace, in fermento, e non reindirizzare lì il nostro denaro rischia di impedire che la musica vada avanti. Rischia, riprendendo Simon Reynolds nel suo libro fondamentale “Retromania”, di ancorarci al passato, o quantomeno di privarci di un buon futuro, di usurare la materia musicale esistente, ma a noi serve humus nuovo per il futuro. Serve scommettere sugli artisti in grado di portare idee nuove alla musica. Serve, cioè, pagarli, permettergli di comporre e suonare e sbagliare e fare altra roba ancora. Per questo nasce L’Allergia, per questo i progetti di musica indipendente nascono. Questo è il flusso di soldi e attenzione che vogliamo costruire e consolidare.
Ci vediamo a settembre.
- Dettagli
Ripenso alla mia famiglia mentre vedo Alessandro Bastoni scegliere il panzerotto al posto di riso, patate e cozze in un reel su Instagram. L’ha da poco pubblicato il profilo ‘Azzurri’,dedicato alla Nazionale di calcio, in condivisione con il profilo ‘We are in Puglia’. È uno di quei giochi in cui vedi una figura scegliere tra due opzioni camminando verso l’una o l’altra: Via del Mare/San Nicola, trullo/masseria, trabucco/Foresta Umbra, dancehall/pizzica. Sono i giorni lunghi venuti dopo il G7, quelli di Borgo Egnazia che borgo non è e di primi accenni di rivolta alla nuova narrazione pugliese. Non li riprendo: molti ne hanno scritto meglio di quanto non potrei scriverne io. Racconto però una breve storia.
Mio nonno paterno ha conosciuto la povertà. Era un falegname certosino e attento nell’Altamura di sessant’anni fa e girava per paesi della zona a fabbricare mobili. Ha avuto sei figli e per sostenerli è emigrato prima in Brianza, poi in Svizzera – anzi, Isvizzera nei suoi racconti – e infine in Germania. Ha imparato il mestiere dai migliori d’Europa e l’ha riportato qui. Ha aperto botteghe e piccole fabbriche, ha formato diverse decine di futuri operai e piccoli imprenditori. Ha formato i suoi figli.
Mio padre di anni ne ha poco più di sessanta e da cinquanta fa il mestiere di suo padre. Ha sfiorato anche lui la povertà e i tempi difficili delle rimesse di soldi inviati a casa da suo padre, poi ha girato per opifici di padroni cinici e arraffoni prima di mettersi in proprio. Ha vissuto l’era fiorente di uno dei pochi distretti industriali del Sud Italia, quello del mobile imbottito di Altamura-Santeramo-Matera, sopravvivendo al suo declino grazie alla disciplina tedesca infusa nel lavoro da suo padre. Oggi agisce in un contesto che deserto non è, ma senza prospettiva sì.
La famiglia di mia madre è di agricoltori e post-latifondisti da generazioni. Nei secoli tumuli e tumuli di terreno si sono sommati a comporre vaste proprietà, che poi hanno iniziato a disfarsi col passare delle generazioni. Oggi quella che era una ricca famiglia di possidenti è fatta per metà di “metalmezzadri”, cioè di persone che si dividono tra il lavoro in fabbrica e quello nei campi, e per metà di sparuti agricoltori. Il mestiere non rende più, i terreni sopravvivono, ma coi figli e i nipoti chissà.
La biografia delle mie famiglie è un grumo di storia pugliese. Secoli di contadini, operai ed emigranti in quella che a metà del Novecento poteva essere una regione di media ricchezza e che scelte industriali e politiche sbagliate hanno ancorato alla traiettoria del resto del Sud: una traiettoria negativa. Oggi è sempre meno terra di industriali e operai, e la fabbrica resiste solo nelle periodiche – e, in quanto tali, dimenticabili – notizie dall’ILVA; di contadini e coltivazioni si parla ancora solo nel marketing, mentre un discorso politico sullo stato di salute di queste attività e sulla remunerazione del lavoro agricolo è latente, se non paradossale (vedi insetti e carne coltivata); di emigranti si parla ancora, perché tutto sommato resta sempre una Regione da cui è meglio andar via. Semplicemente, di vivere meglio hai comunque più possibilità altrove.Di agricoltura, poi, eccome se potremmo parlarne per la Puglia. La xilella è un moloch ancora in piedi e sull’uscio nelle nostre case murgiane. Vi consiglio di leggere “Il fuoco invisibile” di Daniele Rielli per capire come sta messa la nostra terra – letteralmente.
“Serve un qualche cazzo di futuro”, diceva Valerio Aprea in quel pezzo meravigliosamente politico che è ‘la locura’ in Boris. Nell’intervista che le ho fatto per Awand e che troverete nel prossimo numero, Francesca Coin si pone un problema simile per l’Italia intera: “che tipo di futuro per l’Italia? Non lo è certo il turismo, che è un settore per definizione povero”, fatto di lavoro poco remunerato e garantito, ricchezza concentrata, gentrificazione e desertificazione commerciale delle città. Viviamo in uno dei pochi grandi posti della Puglia che ancora resiste a questo, ma non durerà. Serve un qualche cazzo di futuro un po’ com’era nel passato. Ho nostalgia di futuro.
- Dettagli
L’ultimo numero della newsletter ‘’Le vite degli altri’’ curata dalla redazione di Lucy racconta la poetessa svizzera Mariella Mehr, morta lo scorso anno a Zurigo, la cui storia è incastonata nella tragedia degli Jenish, un popolo di origine celtica ricondotto alla famiglia degli zingari con il dispregiativo nome di Weiße Zigeuner, cioè zingari bianchi. Gli Jenisch condividono con Rom e Sinti il nomadismo, ma parlano una lingua propria di derivazione germanica. Come gli altri popoli nomadi dell’Europa, si trovano comunità Jenisch in diversi paesi lungo tutto il continente, ma si concentrano soprattutto in Germania, Ungheria, Svizzera, Austria, Belgio, più altre comunità non censiste in Francia, Paesi Bassi e, in minor parte, Italia. Oggi la sola Svizzera riconosce gli Jenisch come minoranza etnica, e non è un caso. Mentre la Germania nazista lì perseguitò e richiuse nei lager al pari delle altre comunità zingare, negli stessi anni in Svizzera gli Jenisch furono colpiti da una persecuzione non meno scientifica di quella promossa dalle teorie razziali naziste.
Già nell’Ottocento i governi svizzeri avviarono azioni contro le comunità nomadi con l’obiettivo di allontanare dalle città vagabondi e mendicanti. A metà secolo fu organizzata la prima grande operazione di schedatura di Rom, Sinti e Jenish, attraverso la creazione di un archivio nazionale in cui registrarli. Nel 1906 fu proibito l’utilizzo di treni e vietato l’attraversamento dei confini. Pochi anni dopo Rom e Sinti di origine straniera furono internati e poi espulsi dal paese, e quando le operazioni di sterminio della Germania furono avviate, la confinante Svizzera si rifiutò di accogliere i profughi che vi sfuggivano.
Il governo svizzero fu tristemente premonitore di ciò che le teorie razziali naziste affermarono a partire dagli anni Trenta, sperimentando su vasta scala un progetto di eugenetica, cioè di manipolazione delle razze attraverso l’intervento diretto sull’ereditarietà genetica di una di esse. Dai primi del Novecento in Svizzera operava la fondazione Pro Juventute, fondata da Ulriche Wille junior per tutelare i diritti dei bambini e combattere la tubercolosi, all’epoca molto diffusa in diversi cantoni. Benedetta dalla Società svizzera di utilità pubblica, la Pro Juventute fu fortemente condizionata nei primi anni dalle simpatie nazionaliste del suo fondatore, che per due decenni accolse nelle proprie sedi teorici ed esponenti della Germania nazista. Wille riuscì ad anticipare le crudeltà scientificamente realizzate dal Terzo Reich, quando nel 1926 avviò il programma ‘’ Kinder der Landstrasse’’, cioè i bambini della strada, assieme al dottor Alfred Siegrifd, che ne fu principale ideatore e direttore.
Il programma di Willie e Siegfried prevedeva di sottrarre alle famiglie Jenish bambine e bambini da destinare a processi di rieducazione, al fine di realizzare la pulizia etnica di questo popolo. Venivano affidati a nuove famiglie e a tutori, oppure internati in strutture psichiatriche e orfanotrofi. Pro Juventute prevedeva di rieducare bambine e bambini cancellando la precedente identità Jenisch attraverso il cambio di cognome, la rimozione dai registri, la rieducazione finalizzata a eliminare il linguaggio del proprio popolo. Prima della Guerra, in alcuni casi il programma portò alla sterilizzazione delle bambine per evitare la riproduzione degli Jenisch. Il programma impediva qualsiasi forma di riavvicinamento degli internati alle famiglie d’origine, affermando che: “Ogni qualvolta, vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro è vanificato.”
Dal lungo lavoro di ricostruzione avviato decenni dopo emerge che circa 2.000 bambine e bambini furono coinvolti nel programma nell’arco di tempo tra il 1926 e il 1973. Quell’anno, disvelate man mano le crudeli azioni della fondazione anche grazie a un articolo del giornalista Hans Caprez, e cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica svizzera, le istituzioni imposero la chiusura del programma, senza smantellare la fondazione che l’aveva ideato e gestito. Oggi la Pro Juventute esiste e lavora ancora nel campo della tutela dei diritti dei bambini, dedicando uno spazio del suo sito alla memoria di questo tragico cinquantennio e all’assunzione di responsabilità, promuovendo una campagna di risarcimento economico alle persone e famiglie colpite dalle sue azioni.
Quest’anno, quindi, cadono i cinquant’anni dalla chiusura di ‘’Kinder der Landstrasse’’. Il tempo ha in parte rimosso dalla memoria degli svizzeri quanto accaduto, ma diversi prodotti culturali hanno cercato di ricordare e approfondire quanto accaduto partendo dalle storie di chi ha sofferto del’eugenetica svizzera.
La newsletter di Lucy ha ripreso un’intervista di alcuni anni fa fatta a Mariella Mehr da Pino Petruzzelli, pubblicata nel 2022 tra i blog de Il Fatto Quotidiano. Petruzzelli, incontrandola, ha raccolto la testimonianza di una donna che alla crudeltà di quanto sofferto ha contrapposto la dolcezza e delicatezza della poetessa, come ampiamente raccontato nelle sue opere. La Mehr gli racconta: “Sai cosa resta oggi, dentro di noi vittime del programma Pro Juventute? Traumi, lesioni, vergogna. Vergogna per me stessa perché vivo con l’impressione di essere sempre colpevole. Tutti questi pensieri sono troppo per me. Alla sera, a letto, non riesco a sopportarli. Sono come un film che mi fa impazzire. Allora scrivo, se posso. Ora sono due mesi che ogni mattina, alle cinque, vado al computer per cercare di mettere giù qualche pensiero, ma non riesco. Mi blocco. Devo aspettare. Devo aver pazienza. Passerà, forse. Sono passati tanti momenti, passerà anche questo. Sì, passerà.”
Pochi mesi fa è stato il portale svizzero Swiss Info a incontrare un’altra internata della Pro Juventute. Uschi Waser è una signora oggi settantenne, anch’essa dedicatasi alla poesia per resistere alla violenza della sua vita. Waser, che ha tentato il suicidio da giovane, descrive la sofferta storia di sradicamento e cancellazione della propria famiglia a cui è stata costretta, ma è diventata nel tempo anche una protagonista delle operazioni di disvelamento e conservazione della memoria attive in Svizzera. Presiede la fondazione Naschet Jenische, che assieme agli Enti gemelli Un futuro per i nomadi svizzeri e Agir pour la dignitè lavorano al fianco dei Cantoni e delle istituzioni governative per conservare gli archivi e promuovere attività educative.
Oggi non sono i soli a cercare di mantenere vivo il fuoco di questa storia. Il 9 novembre nei cinema italiani esce il film di Giorgio Diritti ‘’Lubo’’. Diritti, che ha diretto e sceneggiato il film, ha scelto di raccontare le sofferenze degli Jenische partendo dal romanzo di Mario Cavatore ‘’Il seminatore’’. Presentando il film a Venezia, ha detto: “È un limite dell’uomo, quello di arrogarsi il diritto di distruggere le diversità e dire agli altri come dovrebbero essere […] continuiamo a lottare per reprimere le diversità, invece che comprendere il valore delle differenze. Sono errori che hanno gravissime ripercussioni sulle generazioni future”.
Dopo cinquant’anni la violenza sofferta da bambine e bambini Jenische viene giustamente ripresa e raccontata, partendo dalle parole vive di chi tutto questo l’ha vissuto. È una storia minore nel calderone di sangue dell’Europa e delle persecuzioni razziali, e anche per questo merita di essere custodita.
Bibliografia
- https://www.bar.admin.ch/bar/it/home/ricerca/suggerimenti-per-la-ricerca/temi/senza-patria-e-nomadi-in-svizzera/rapporto-problematico-con-il-popolo-non-stanziale.htmlarchivio federale svizzero;
- https://left.it/2021/07/18/vita-da-perseguitati-la-storia-dei-bambini-jenisch/storia degli Jenish;
- https://www.fondazionedirittiumani.ch/2021/01/27/gli-jenisch-in-svizzera-una-storia-di-persecuzioni/ancora sulla storia degli Jenish;
- https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/quando-la-svizzera-tentò-di-cancellare-la-cultura-jenisch/48567098 articolo di Swiss Info;
- https://www.youtube.com/watch?v=ks5DelTk_fUintervista a Mariella Mehr;
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/08/mariella-mehr-mi-racconto-la-sua-storia-di-poetessa-zingara-tolta-alla-madre-e-reclusa/6795822/altra intervista a Mariella Mehr;
- https://it.wikipedia.org/wiki/Luboil film Lubo sul tema;
- https://www.hollywoodreporter.it/film/festival-e-premi/giorgio-diritti-nella-storia-di-lubo-il-calvario-di-tanti-le-diversita-non-vanno-distrutte-ma-accolte/46067/Giorgio Diritti presenta il film Lubo.
- Dettagli
Sono su di un Frecciabianca per Roma dopo cinque settimane trascorse ininterrottamente in Puglia. Non era mai passato così tanto tempo tra un treno e l’altro, perché solo una fortunata serie di imprevisti mi ha permesso di passare così tanto tempo ad Altamura. Quando ci son tornato a fine luglio le temperature ardevano l’aria e il terreno, mentre oggi la città giace sotto folate intense di vento, introducendo l’autunno che avanza a passi svelti. Sarà il clima mite di questa fine estate, ma mi sembra di aver scoperto per la prima volta per me accogliente questa stagione così contrastante, che ha sempre profumato di lunghe giornate noiose - e come ignoravo il valore nobile della noia. Rifuggivo sempre la spiaggia e il mare agostano, e invece quest’anno ho fatto pace con la lenta calura estiva e con il piacere di crogiolarsi sulla riva con gli occhi socchiusi per la troppa luce.
Quest’anno la stagione si è aperta mentre ero immerso nella più intensa relazione della mia vita, in un importante lavoro ministeriale e con Roma affidatami come seconda casa. Ci sono voluti appena due mesi perché tutte e tre le cose evaporassero come una patina di sudore, ritrovandomi con nulla tra le mani e tutto ancora da cercare.
In tante occasioni con gli amici l’ho chiamata ‘’un’estate triste così felice’’. Ho preso a piene mani dal bellissimo titolo del libro di Lorenzo Iervolino dedicato a Sócrates, figura rivoluzionaria, mitologica e fascinosa del calcio brasiliano e del comunismo applicato alla quotidianità. Non ho pensato mai un attimo di rapportarmi all’elegante giocatore e capitano, ma quell’espressione ricoperta di dolcezza e malinconia rappresentava un immaginario in cui è stato così facile ritrovarmi.
Finisce così l’estate triste così felice: su di un treno che mi riporta ancora per pochi giorni a Roma, a un ufficio di cui ho fatto parte con piacere e pur con fatica, a una casa che mi ha accolto con tramonti coloratissimi e che pur non ho riempito mai appieno. Mi è parso di capire che con le città accade come coi corteggiamenti, con le frequentazioni, e alcune felicemente trovano la chimica e il tempismo perfetto per inebriarti, mentre altre passano affrettate difettando di una o dell’altro, lasciandole al più nei panni de ‘’Le passanti’’ cantate da De André. Ha funzionato con Torino e coi due anni intensi della magistrale, non ha funzionato con una Roma tanto monumentale e affascinante quanto patria spaesante per uno spaesato, che l’ha repulsa come ne è stato respinto. Per questo riporto tutto a casa, al luogo in cui più di una cosa suggerisce di poter riempire e tracimare il paesaggio attorno. Altamura come città da riempire senza spaesarsi, da animare con foga.
La foga, l’animazione: è stata l’estate in cui da poche conversazioni con gli amici più cari è nata una piccola rassegna cinematografica nella villetta della mia famiglia. Un esperimento felice che, dopo alcuni anni da comparsa, mi ha permesso di ritrovarmi coprotagonista delle cose attorno, dedicandomi all’egocentrica passione dei discorsi, delle introduzioni e dei riferimenti da lanciare a un pubblico forse interessato e forse annoiato.
Non sembrano finite né la foga né l’animazione che già si ragiona di rassegne musicali e di festival, dopo aver trascorso tante sere in luoghi votati alla musica dal vivo nella provincia di Bari. Ogni concerto mi riempie di due desideri, che sono quello di suonare e quello di far suonare, e se per il primo difetto della capacità, del secondo non manca un po’ di esperienza e una discreta passione. Sembra che da questa estate possano germogliare nuovi progetti, e lo faranno.
Alcuni mesi fa su questo blog scrivevo la breve storia del mio impegno e disimpegno e di un lungo reflusso nel privato cui mi ero costretto dopo la fine della mia esperienza da assessore ad Altamura.
In quest’estate triste così felice le contingenze della vita mi hanno fatto premere un grosso pulsante di reset, che ho colto come l’occasione per prendere il meglio dei primi trent’anni di vita (quasi, insomma) e votare ad esso tutto il tempo che resterà. Nelle cose perse, alcune per necessità e altre per scelta, mi è sembrato di intravedere delle buone ragioni per cui vivere, quindi per cui impegnarmi ancora. Nelle persone perse o trovate, alcune per necessità e altre per scelta, ho scoperto dei buoni modi per impegnarmi e del terreno fertile su cui spargere alcuni buoni semi. Che bello poterli condividere.
Quelli che finiscono su questo Frecciabianca sono i mesi in cui ho fatto pace con l’idea di estate, col sole che cuoce la pelle e con il caldo che ti costringe fortunatamente a oziare. È stata una estate triste così felice, quella in cui intravisto delle buone cose con cui salvarmi la vita.
- Dettagli
(foto di Tricarico presa dalla pagina Wikipedia)
Alcuni mesi fa ero a pranzo in un ristorante romano quando, poco prima di pagare e uscire, ho ricevuto un breve messaggio di condoglianze da un conoscente. Così, prima di poter sentire i miei genitori, ho scoperto della morte di mia nonna Teresa, madre di mio padre e amatissima matrona della mia numerosa famiglia paterna.
Nonna è stata per la famiglia tante cose. Su tutte, è stato il generoso collante che ha tenuto assieme i cugini, a suon di pranzi altrettanto generosi e premura domenicale. Per anni l’avevamo conosciuta come la controparte tenero di un nonno altrettanto affettuoso, ma di un affetto impastato di severissimo metodo e attenzione, di diligenza e premura, che hanno composto l’educazione quasi calvinista che ha temprato mio padre e, in maniera loro malgrado più debole, me.
Uno dei ricordi più caldi e vivi di nonna riguarda un tema ricorrente nelle conversazioni domenicali, fattosi sempre più presente col passare degli anni: il tema del non migrare, il tema del restare vicini.
Nonna era lucana, nata e cresciuta nella nobile e splendida Tricarico arroccata sui calanchi, e altamurana lo è diventata per il lungo e fecondo matrimonio con mio nonno. Legatissima alla sua famiglia, aveva ridotto sempre più nel tempo le visite al suo paese e ai suoi familiari, che ricambiavano egualmente con frequenti visite alla sorella trasmigrata in Puglia quasi settant’anni prima.
Sono stati davvero anni di migrazioni i primi anni della mia famiglia, poiché tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato nonno a spostarsi da Altamura – sempre per amore, direi, traslando l’affetto sulla necessità di muoversi lontano per guadagnare più di quanto la povera Altamura potesse offrire – verso la già ricca Brianza e poi ancora oltre, verso la Svizzera e la Germania. Lì assorbirà a fondo l’arte della falegnameria e della piccola industria, imparandone tecniche e metodi di organizzazione del lavoro che poi formeranno i suoi figli, avviandone la storia di maestri d’ascia prima e di imprenditori poi. In Svizzera, poi, ritroverà parte della famiglia tricaricese di mia nonna, emigrata nel cantone di Zurigo e lì ad oggi ancora saldamente impiantata. Mia nonna, invece, in quegli anni che mio padre mi ha raccontato pressocché di povertà, si prendeva cura dei figli che man mano arrivavano e crescevano, prima del ritorno definitivo di mio nonno a casa.
Questa è sempre stata la breve biografia familiare ricostruita dai racconti dei nonni prima e di mio padre poi, così distante dall’agio e dalla sicurezza in cui siamo cresciuti noi figli e nipoti nati dagli anni Novanta in poi, e questa mi son sempre fatto bastare, ma la biografia della mia famiglia fa capolino nelle giornate in cui torno a frequentare con gli amici la Lucania e le sue cittadine, così come riemerge quando devo presentarmi: ‘’sì, sono pugliese, ma in realtà sono anche lucano’’, come se la fievole discendenza tricaricese potesse caratterizzarmi in profondità.
Presentarmi così mi serve, tuttavia. Mi sembra di dover rimarcare quell’origine per recuperarne il contesto e la storia, perché oggi a dire ‘’sono pugliese’’ sembrano emergere immaginari sempre più schiacciati dal marketing territoriale, che poco rappresentano il Novecento di certe aree – e quale area più della Murgia, zona interna di fatica contadina e artigianato, a lungo più simile alla provincia materana che alle ricche coste baresi.
E quindi, son sempre pronto a pescare dalla storia della mia famiglia per poter timidamente ribattere con altri immaginari, forse non meno esasperati e forzati ma necessari per non riscoprirsi appiattiti.
Ora, tutto questo potrà sembrare ancor più retorico del marketing territoriale dei pugliesi, e potrei darvene atto e ragione, ma è un gioco dialettico che mi serve per interrogarmi sullo stato di salute di quei paesi e di quelle cittadine che i miei nonni lasciavano.
Negli ultimi anni c’è stata una premura che tornava nei dialoghi di nonna quasi ossessivamente e che agganciava la sua biografia alle nostre storie: lei sperava che nessuno di noi nipoti emigrasse, che tutti restassero ad Altamura, contraddicendo quanto fatto per amore da lei. Lo diceva sempre, auspicandoselo ad alta voce, e i pochi di noi colti in brevi esperienze lontane per motivi di studio o lavoro erano sempre salutati con l’augurio di “trovare una bella ragazza qui, per tornare”.
Com’è stato faticoso, in tutto questo, presentarle la mia ragazza veneta emigrata a Bruxelles. E com’è stata premurosa e accogliente mia nonna, abituata a inframezzare il suo italiano asciutto con parole ed espressioni altamurane dall’accento e dalla cadenza ancora lucana, mentre le offriva da mangiare e le parlava dolcemente. L’auspicio, pur vivo, era presto archiviato in quelle conversazioni: l’affetto vinceva la voglia di tenere i nipoti vicini, augurandoseli felici. È uno dei ricordi ultimi di nonna e, forse, il più lucido e più dolce.
Negli ultimi giorni, ripensando a queste lontane note biografiche e a questi recenti ricordi, ho pensato di dover spolverare questa storia familiare, di recuperarla e approfondirla e potermela raccontare meglio. I miei nonni lasciavano luoghi che immagino diversi dal loro stato attuale, ma non so come e fino a che punto. Anzi, oggi mi sembra di conoscere poco persino la storia della mia famiglia, e non mi basta. Penso che i miei nonni si siano spostati profondamente, ma con un verso. Io, al contrario, mi sento in costante spostamento, ma senza verso, e mi sembra di doverlo riguardare, di riprendere il loro affetto. Tocca ripercorrere il cammino dei miei nonni e scriverne, per dare una forma al mio.
