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La mia storia di impegno e partecipazione inizia da stamattina, poiché mentre scrivo sono in corso le primarie del Partito Democratico per l’elezione del nuovo segretario. Il Partito Democratico è l’elefante nella stanza della mia vita politica, poiché lì ha iniziato a svilupparsi – una precoce, superficiale eppur convinta adesione tramite tesseramento nel 2012-2013 – e lì si mette maggiormente in discussione. Il PD è stato il partito di riferimento sin dal mio primo voto, perché sempre l’ho guardato, commentato, immaginato diverso da com’è sempre stato.
La militanza nel Partito, come dicevo, è stata breve eppur cruciale, sia come prima esperienza di adesione a un progetto, sia per il successivo impegno politico dal 2018 in avanti, ma mi è difficile ricostruire le circostanze dell’adesione. Probabilmente, ho iniziato a frequentare i locali del Partito perché portatoci da qualcuno, da persone non più presenti nella mia quotidianità, rappresentando quella che potrei definire l’adesione per frequentazione. Non la ritengo una forma di impegno secondaria, poiché l’adesione per casualità può portare a forme di partecipazione anche profonde e durature, ma è accaduta ben poche volte nella mia vita.
La mia vita nel PD è durata poco, chiudendosi dopo appena un anno, soppiantata presto dal desiderio di suonare e dall’adesione a gruppi musicali, impegno che qui non approfondirò – anche perché, bontà mia, le mie capacità alla chitarra sono sempre state tanto scarse e irrilevanti da non riuscire più a riprendere le registrazioni dei due gruppi di cui ho fatto parte, cioè i Wild Flames e i Mr. Adidas (pessimi nomi, grande divertimento). A vent’anni, l’idea di riprodurre malamente canzoni altrui, portare i capelli lunghi e le magliette dei gruppi preferiti mi sembrò un’attività ben più divertenti del PD. Devo dire che sì, non me ne pento di questa spinta edonista.
L’impegno e l’adesione a un progetto, tuttavia, sale e scende in maniera tutt’altro che preventivabili. Poche volte mi è capitato di scegliere, di adottare strategicamente la decisione di impegnarmi in qualcosa. Ogni tanto la vita tuzzola alla porta improvvisamente, portandoti in luoghi inimmaginabili.
Sul finire del 2014 raccattavo i cocci di una storia d’amore, quella che più ha contribuito alla mia educazione sentimentale. Il desiderio incontenibile di sfogare la frustrazione mi aveva convinto della necessità di produrre qualcosa di creativo – traducendo, probabilmente, la sopita passione per la scrittura. Nella megalomania di un ventenne convinto che la storia migliore da raccontare fosse una grande storia massimalista, avevo deciso di metter su uno spettacolo teatrale legato al libro Congo di David Van Reybrouck, pubblicato in quei mesi e regalatomi da amici antichi. Invertendo il processo creativo, avevo deciso di far partire la preparazione dello spettacolo dall’individuazione del luogo, puntando lo sguardo sulla creperia di Donato Laborante, che avevo frequentato in alcune serate nei mesi precedenti.
L’ambizione teatrale – fortunatamente, aggiungerei – fu troncata da una triste svolta di cronaca, cioè la chiusura del locale per le difficoltà economiche di Donato (fu davvero così? Spero possa perdonarmi se i miei ricordi dovessero risultare errati). D’un tratto, il panico mi prese, cercando di trovare un altro luogo in cui esibirmi, ma senza successo. È stato quello il momento in cui ho realizzato un fatto, un tratto della mia città che ha rappresentato la costante di tutto l’impegno e disimpegno ad Altamura: manca(va)no luoghi dedicati ad attività culturali.
Una storia triste d’amore post-adolescenziale ha rappresentato il momento epifanico nel mio rapporto con la città, fino ad allora costellato dalla scelta di dove andare a bere o mangiare qualcosa, da un po’ di attività sportive e dalle mie scuole.
Da quel mancato spettacolo, che mai più ho ripreso, è nata una lunga vicenda cu sui si sono innestate più storie: nel 2015 ho cofondato l’associazione AlteraCultura, sopravvissuta fino al 2018 tra manifestazioni culturali di vario tipo, bozze di manifestazioni e interventi politici e, soprattutto, la costruzione di un gruppo di persone dalle idee e dagli obiettivi più o meno condivisi. Da questo gruppo si sono diramati altri progetti, molto più validi e forti di quella prima associazione.
Nella mia vita, il triennio 2015-2018 è stato il periodo più denso di attività, grazie alla nascita contemporanea di altri progetti (FreeSpace, Ripuliamoci, Earthbeat) cui ho partecipato come spettatore e, in alcuni casi, come organizzatore degli eventi. In un ridicolo parallelismo con lo sviluppo personale, fino al compimento dei miei venticinque anni si è completato anche lo sviluppo post-adolescenziale, fatto della partecipazione a tante, troppe cose.
Mi piace ricordare una frase come suggello di quel breve periodo, rivoltami da un conoscente ai margini di uno degli spettacoli di queste associazioni: ‘’Fate più voi per questa città di quanto non faccia invece il Comune’’. E difatti…
Il triennio è stato gradualmente ridimensionato dal mio trasferimento a Torino per la magistrale, almeno dal punto di vista della mia partecipazione, ma non di quella dei tanti amici che hanno mantenuto vivo il fuoco di queste associazioni.
Dismesse gradualmente le vesti del ‘’agitatore’’ – parola che evoca altri periodi e altre energie, ma cui sempre mi piace pensare – vista la distanza, a Torino ho abbozzato timidamente altre vesti di attivismo culturale e sociale con i colleghi dell’università. Erano i giorni della Torino con le finestre chiuse per il troppo inquinamento, quando è nata l’associazione R-Eact nelle aule e nella biblioteca del campus Einaudi. Attivismo ambientalista, devoto a prime rudimentali azioni di guerriglia urbana: opere di arte contemporanea reinterpretate, cartelli appesi alle fontane cittadine, locandine appese di soppiatto nei bagni dell’Università per comunicare la tragedia dell’inquinamento. Una parentesi breve, più fugace di tutte le altre che ho vissuto, ma che ha marcato nuovi linguaggi e nuovi strumenti.
Nel 2018 giunge a conclusione la fase ingenuamente e frettolosamente movimentista del mio impegno, sia perché si esaurisce l’attività di Alteracultura, sia perché organizzo il rientro a casa, col cuore ricolmo di nostalgia per il paese e i suoi stretti confini. Il rientro fu coronato dalle elezioni comunali del 2018, dichiarate dopo la caduta dell’amministrazione Forte e permeate da un odore di opportunità storica non differibile. Dai progetti culturali, facendo appello ai più volenterosi e i più politicamente marcati, nasce un piccolo movimento di ventenni desiderosi di declinare in chiave amministrativa le battagliate associative. Nasce così Giovani Idee in Fermento – il naming, forse, non è il punto forte dei progetti cui ho partecipato. Pregno di entusiasmo, fiducioso e forte della travolgente vitalità di una campagna elettorale – tutte cose che oggi mi ritrovo a ridimensionare, forse a sminuire colpevolmente – il gruppo cresce, si afferma in maniera decente alle votazioni, conquista un posto al tavolo delle nomine e ottiene la possibilità di nominare un assessore nella giunta a formarsi dopo la vittoria elettorale.
Ricordo molto bene le sere sparse tra giugno e luglio 2018, quando ancora dovevo impacchettare gli oggetti e le cose vissute a Torino per tornare a casa, ma già si affacciava sulla mia vita una nuova fase, sfortunatamente molto meno divertita della prima.
Mi rivedo sulle scale della Cattedrale il giorno successivo al primo turno elettorale, quando già iniziava a concretizzarsi l’idea di ‘’andare a governare’’, quando si affaccia nei discorsi di amici e compagni la possibilità che tra tutti, quell’incarico di governo potessi ricoprirlo io.
Di lì i giorni si sono susseguiti con troppa fretta, portandomi a prendere servizio in comune il 24 luglio 2018 con un precipitarsi degli eventi talmente irruento da non lasciare spazio alla riflessione.
A quel giorno sono seguiti poco più di tre anni di attività da assessore. Coscientemente, ho rinunciato per adesso all’idea di raccontare più nel profondo quei tre anni, coltivando l’ambizione di poterne ricavare, prima o poi, un piccolo manuale di cosa fare e non fare in nome di un’idea di politica. Una rinuncia che porto avanti con attenzione, rafforzata dall’imminente campagna elettorale ad Altamura, e che mi lascia sempre l’idea, mai disattesa, di non essere pronto per quell’incarico, pagando con tre anni dolorosi – pur non privi di buoni eventi, incontri, cose apprese – questa immaturità.
Con la conclusione rapida del mio incarico durante il mese di agosto 2018, come ho scritto un paio di volte su Facebook e come non nascondo mai a nessuno, precipita rapidamente il mio impegno politico.
Da novello Jack Frusciante, in un parallelo banalizzante ancor più che banale, sono gradualmente uscito dai gruppi – che ancora ammiro e rispetto per l’impegno perpetuato. Tutt’ora, di fronte alla campagna imminente, il mio sguardo e la mia attenzione è più vicina alle parole di Thompson o di Didion che seguono da splendidi reporter le campagne presidenziali statunitensi, che da attivista politico.
Il fallimento istituzionale ha rappresentato il fallimento movimentista per me, perlomeno in questa prima fase, richiamando a me le energie e le attenzioni.
Dal 2021 ho vissuto un costante reflusso nel privato, come se una prima e lunga fase di impegno si fosse conclusa ed esautorata, lasciando la sola possibilità di far ardere tutto fino alla fine, prima di rovistare tra la cenere in cerca di un punto da cui ricominciare. Ho accarezzato l’idea di tornare all’attività politica, se solo non trovassi polverosi i partiti e lo stato di salute della politica in Italia. Per questo motivo mi sento seduto alla finestra anche oggi, dopo essere andato a votare per le primarie di un partito di cui ho fatto parte dieci anni fa e che per il resto non riesco che a criticare – segnale di vivo interesse, questo.
Oggi il reflusso nel privato è pieno, forse maturo e pronto a riavvolgersi e ricominciare. Credo che ogni tanto sia necessario mettersi sull’uscio, assentarsi un po’ e rimettere a fuoco il senso delle cose che facciamo, prima di poterne fare altre. Lo chiamerei il momento dell’assenza strategica, dell’abbandono per la crescita. Ricordo una frase – di autore non ricordato – per cui ‘’le decisioni di crescita partono innanzitutto dalla scelta di cosa abbandonare’’.
Non credo, in ogni caso, che questo svolgersi e riavvolgersi del nastro dell’impegno sia una costante vissuta da tutti. Come dicevo, non rivedo nella mia biografia nulla di universale e men che meno posso rivederlo nell’analisi delle cose a me accadute. Conosco e stimo persone che il nastro lo svolgono ancora, senza sosta e spesso egregiamente.
Io no. Ho cercato di mettere in fila sinteticamente i progetti a cui ho preso parte perché quel nastro lo devo sempre consumare, prima di farlo ripartire. Anzi, ogni tanto devo cambiarlo e passare a tutt’altro. Adesso sono nel preciso momento in cui bisogna scegliere da quale musica ripartire, prima di riprendere a suonare.
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Pochi giorni fa, ho trascorso un fine settimana a Tirana, spinto da una fascinazione profonda per i Balcani in tutte le loro latitudini, lingue e religioni. La vicinanza alla Puglia, ulteriormente accorciata dai voli economici per denaro e tempo – la mezz’ora di volo tra Bari e Tirana è probabilmente il viaggio più rapido che abbia mai fatto – sono fenomeni di attrazione che immagino porteranno sempre più persone dall’Italia a condurre vacanze di breve termine in Albania, come abbiamo fatto io e i miei compagni in un inizio di dicembre grigio e fresco, ma poco piovoso.
Il viaggio a Tirana è iniziato nel piccolo e moderno aeroporto, posto a metà tra la capitale e Durazzo. Più simile a un grande garage multipiano per forma e dimensioni, è collegato al centro della città da una lunga fila di taxi, costosi praticamente quanto il volo da Bari – un prezzo, come molti di lì a venire, che restituisce subito l’idea di un Paese economico, sì, ma meno del previsto e forse ancora per poco, sulla scia della crescita economica e dell’afflusso della borghesia centro-europea in lento ma costante aumento.
Il lungo viale autostradale che conduce a Tirana è già uno specchio interessante di quello che l’Albania sta diventando: una lunga zona commerciale dove fioccano insegne e nomi dal suono italiano o quasi; file di bandiere dell’Aquila a due teste e dell’UE a ogni palo dell’illuminazione pubblica; un numero elevato di terreni recintati e coronati da un cartello che annuncia un’imminente rigenerazione privata e un altrettanto numeroso nugolo di palazzi alti e scintillanti, il più delle volte isolati al punto da far chiedere chi mai possa andarci a vivere.
Potremmo essere in mille altri posti dell’Europa continentale, se non fosse per le bandiere dell’UE – che potremmo vedere così in vista probabilmente solo a Bruxelles – o per la densità di cantieri e nuove costruzioni, insostenibile persino per le metropoli dal mercato immobiliare ed edilizio più famelico e a lustro.
Sarà il leitmotiv del viaggio questo tema: Tirana città in corsa, Tirana città delle gru e dei grandi palazzi uguali a tutti gli altri grandi palazzi del mondo, Tirana in vorticoso avvicinamento all’idealtipo della capitale europea.
A tarda ora – contrappasso dantesco all’economicità del volo con una compagnia low-cost – giungiamo al centro della città, quella piazza Skenderbeg riconosciuta unanimemente il cuore storico, istituzionale e turistico di Tirana. Il buio lascia intendere ben poco dei contorni della piazza, rischiarata solamente da un luna park chiuso – posto forse per poter seguire i Mondiali? – ma, persino nella penombra, i palazzi che circondano la piazza ci anticipano il tema architettonico che ritroveremo altrove, cioè il dualismo tra il razionalismo italiano e il brutalismo di ispirazione sovietica.
Piazza Skenderbeg, difatti, è un luogo storico della città, la cui nascita e centralità si ricollega alla denominazione ottomana, ma che ha trovato nuova veste nella breve occupazione italiana del ’39-’45. L’invasione e il colonialismo fascista lo riviviamo il giorno dopo durante la visita al Bunk’Art – quello vicino alla teleferik verso il monte Dajit, non quello al centro della città – dove, nella lunga ricostruzione della storica novecentesca dell’Albania e di Tirana, molti pannelli e reperti raccontano l’arrivo italiano. Il tono del racconto rispecchia quello dell’occupazione, tragicomica per esecuzione, durata e velleità imperialistiche prontamente ridimensionate dalle sconfitte militari inflitte dalla Grecia nel ’40. Ne parliamo poco con tassisti, custodi di museo e abitanti di ogni categoria della città, poiché la breve durata rende l’occupazione un periodo apparentemente rimosso della memoria civile di questo Paese, anche per il ben più vicino, diretto e ingombrante fantasma della dittatura di Hoxha.
Nonostante questo, ricostruendo la storia dei luoghi e della città, il regime fascista ha impresso la sua influenza in maniera comunque profonda, in chiave quasi esclusivamente monumentale.
Dopo il ’39 sono diversi architetti italiani a disegnare il profilo del centro della città, disegnando il volto moderno di piazza Skenderbeg e quello del Viale Dëshmorët e Kombit, ossatura della Tirana delle istituzioni del passato, del presente e del futuro. Il viale è frutto della mente di Armando Brasini nel 1925, all’interno della redazione del Piano Regolatore Generale della città.
Lo sviluppo urbanistico della città, paradossalmente, è la parte della città in cui più profonda è l’influenza italiana, pur se posta al di fuori dell’occupazione fascista.
Come approfondito nei giorni successivi al rientro, quelli in cui si raccolgono le cose annotate su carte, telefono e mente e si ricostruisce una seconda visita della città fatta di ricerche e svelamento di curiosità, entrambi i momenti capitali della regolamentazione urbanistica di Tirana sono opera di italiani. Al PRG del 1925 di Brasini, infatti, sta per seguire il nuovo Piano per il 2030, la cui redazione è stata affidata allo studio di Stefano Boeri.
Il masterplan e i tratti progettuali del lavoro di Boeri e co. riconducono ancor di più Tirana all’idealtipo della capitale europea di cui sopra, portandomi alla domanda – forse da profano conclamato – se l’architettura e l’urbanistica possano ancora attribuire identità e peculiarità alla forma di una città, oppure se il loro destino irreversibile e irrimediabile è di ricondursi tutte a un modello unico, che varrà per tutte e per tutto.
Tornando all’attraversamento della città, la nostra prima giornata è andata via tra l’hauntologico e spettrale Bunk’Art e il naturalistico e disneiano pranzo in cima al monte Dajit – dove a una splendida vista sulla città si accompagnano tiro a segno, minigolf, giro in buggy e cavallo senza soluzione di continuità. Ogni visita ai luoghi di Tirana, come capiremo in questa breve visita, nasce e si conclude a piazza Skenderbeg, dove ci ritroviamo a sera tra un casinò – di vaga ispirazione vegasiana come tutti i casinò del mondo – e il Blloku, il quartiere della notte.
Il Blloku è un quartiere posto a sud della piazza, segnalato ubiquamente come il luogo in cui i giovani di Tirana trascorrono le loro serate – ma non tutti i giovani, come capiremo – che prende il suo nome dalla vocazione custodita durante gli anni della dittatura. Qui, raccolta e ben custodita dalle guardie del regime, viveva e si intratteneva la classe dirigente del governo di Hoxha, racchiusa al sicuro in una cittadella prossima ai luoghi del potere politico e culturale del Paese.
Giardino nascosto dei piaceri dei figli del potere novecentesco, nel poco tempo trascorso lì durante il nostro viaggio ci è sembrato di svelare una seconda natura, prossima e speculare alla prima.
Oggi nel Blloku fioccano i locali di ispirazione parigina, berlinese o della scuola Buddha Bar; da un affollato locale in cui si viene accolti dal codazzo all’ingresso, è la reggaeton a risuonare; seduti ai tavoli di uno qualsiasi dei bar, tra le bevande si ritrova tutto quel che si potrebbe trovare in un identico menù a qualche ora di volo da qui. Fuori, in strade tanto piccole quanto trafficate, si susseguono macchine di gamma, incolonnate e accompagnate dalla sorprendente musica pop albanese su cui cantano i ragazzi – forse il solo elemento identitaria ritrovato in queste serate.
Il Blloku, insomma, ci è sembrato presto il giardino privato della borghesia moderna e democraticizzata di Tirana, dove i prezzi sono italiani e gran parte della popolazione – in un paese dove lavorare è faticoso e poco remunerativo, a causa di stipendi ancora ampiamente al di sotto dei nostri livelli – ne è naturalmente tagliata fuori.
Nella seconda sera del viaggio, cerchiamo un altro immaginario nella parte di città posta ad est di piazza Skenderbeg, che ancora mantiene i tratti arabi e la vocazione ottomana, dove pur la nuova edilizia o la riqualificazione urbana della sindacatura di Edi Rama ha modernizzato le piazze, il mercato e i viali più importanti. Da queste parti sfioriamo una vicenda che ricostruirò solo dopo, nel viaggio post-viaggio, ossia quella del Teatro Nazionale di Albania.
Sembra una vicenda perfetta per costruirsi un’idea sintetica e forse tagliata fin troppo con l’accetta della Tirana odierna, ma quella del Teatro è una storia che raccoglie alcuni tratti salienti di Tirana con efficacia. Costruito durante l’occupazione fascista su progetto di Giulio Bertè, smaccatamente ispirata alla scuola razionalista, la struttura ha vissuto come Teatro anche durante i governi sovietici, cedendo il passo solo alla fine del Novecento a causa della fragilità assegnatale dai materiali autarchicamente scadenti usati dai fascisti. Nel secondo decennio del 2000, la legislatura di Edi Rama lavora per modernizzare anche il Teatro Nazionale, dapprima con un’idea di partenariato pubblico privato con un’impresa locale, destinato a demolire l’edificio e l’area per costruirne un nuovo teatro e altri immobili, poi con un subentrante progetto pubblico per la pura demolizione a favore di un nuovo, grande e moderno Teatro. Dal 2018 contro questo progetto si mobilita la società civile della città, avviando proteste e occupazioni che diventano il fulcro per una nuova coscienza comune del movimentismo di Tirana, ma nel 2020, nell’oscura notte del covid, le ruspe irrompono e finalizzano la distruzione.
Finisce così, non con un bang ma con un sussurro, la storia di un monumento della città, testimone dell’integrazione nell’immaginario comune delle opere lasciate dall’invasione italiana, cedendo il passo alla Tirana e all’Albania di Edi Rama, dai ricchi capitali e dalla fervida spinta edilizia.
Scrivendo queste righe e ricostruendo diversi giorni dopo il viaggio, i luoghi visitati e quelli ritrovati nelle ricerche, mi sono chiesto che idea di Albania avessi e se sia legittimo dotarsi di una.
Ricalcando Edward Said, forse ho peccato di balcanismo nell’immaginarmi un Paese esotico, così come ne ho peccato con la relativa delusione di trovare una città in rapidissima trasformazione – almeno fin quando i capitali lo permetteranno.
Probabilmente l’unica morale ricostruibile, nel caso dovessi avvertirne la necessità, è che anche nei Balcani le città sono grumi di persone e loro movimenti, costretti a adattarsi allo spazio lasciatogli dalle operazioni immobiliari e dalle spinte dai capitali, più che a costruir loro lo spazio.
Guardando agli articoli sulla città, rileggendo la testimonianza dell’attivismo locale, il senso comune sembra lo stesso, con il presente che si affanna a costruire per affermarsi.
Ma un viaggio non basta a ritrovare lo spirito di una città, poiché può solo iniziare ad intuirne i contorni. In questo fine settimana ho ritrovato l’immagine della città, che forse tra pochi anni in un ritorno sarà già radicalmente diversa. Tocca dotarsi di più tempo e pazienza per entrare nei suoi meandri e avvertire come, tra un cantiere e un grattacielo che ben poco durerà, qualcosa si muove e la gente sempre scalpita e dà al luogo natura propria.
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Pare che sulle tribune del San Nicola di Bari i doppiofedisti non siano ben accetti. Colpevoli di tifare squadre di città distanti, forti di società ricche e potenti, colpevoli di recarsi nello stadio della propria città o Regione solo per le grandi occasioni – e mai quando si lotta nella polvere, come vorrebbe la passione più vera – non sono ben accetti a Bari, come immagino non lo siano neanche a Catania, a Potenza o a Reggio Calabria.
C’era quella frase di tanta bella letteratura e di religiosa tradizione – ‘’l’ebraismo si trasmette per madre’’ – che mi ha suscitato sin da bambino un paragone miserrimo, laico, eppur non meno mistico e cerimoniale, che vede il tifo calcistico trasmettersi per parte di padre. Come se fosse una malattia, pensavo da bambino, si è condannati a nutrire una sincera gioia e un sincero dolore per le sorti di una squadra la cui unica colpa (e merito) è stata quella di appartenere a tuo padre, a sua volta contagiato chissà dove e come.
La letteratura e gli scrittori hanno raccontato in tanti il valore religioso del tifo calcistico; da bambino ‘’Futbol’’ di Soriano sembrava uno spaccato a mia immagine e somiglianza della quotidianità ossessionata dalla propria squadra e dalla sua mistica, prima di accorgermi, da grande, che le lucide e mediatiche squadre contemporanee, pur senza alcuna infamia, poco hanno a che vedere col calcio povero vissuto e raccontato da Soriano o Camus. Ma questo importa poco, come in tante altre cose della vita, perché siam fatti per nutrirci di immaginari. E quale migliore immaginario di assegnare alla propria squadra il linguaggio della fede?
Dicevo, il tifo si trasmette per parte di padre. Così è stato per me, come tanti, e così son cresciuto con le maglie di Ronaldo, di Adriano, di Ibrahimovic e Mauro Icardi – ecco, metterli in riga adesso mi ha restituito un quadro tragicomico fatto di tradimenti e addii, ma quest’è il mio armadio e con questi c’è da fare i conti.
I pellegrinaggi nella lontana Milano non sono stati pochi, spinto prima dal babbo nelle notti di Champions e poi da solo. Persino in trasferta! Tant’è contagioso il tifo adolescenziale trasmesso per padre, che ti porta pure a seguire una squadra lontana in città ancor più lontane.
Com’è possibile esser così senza cuore verso le squadre più vicine?
Tifare una squadra, hanno scritto in molti, non è un esercizio algebrico di fedeltà territoriale, né familiare, né di voglia di salire sul carro dei vincitori. Chissà cosa ne avrebbero scritto Soriano e Camus, di cosa e come si possa tifare, ma la ragione che mi son dato è quella che ravvedo in tante altre parti della vita: sono gli immaginari a convincerci a far cose e anche il tifo sarà guidato dall’immaginario migliore per noi, solleticati dai colori, dai cori e dagli annali, dalla storia e dalle storie che il calcio, sempre come tutte le cose della vita, raccoglie e racconta in quantità.
Facciamo cose perché c’è un racconto convincente che riusciamo a vederci dentro. Neanche nel calcio siam fatti per adeguarci a dettami troppo ortodossi e ci lasciamo suggestionare sin troppo facilmente. Basterà la partita giusta al momento giusto, la cavalcata più travagliata nella stagione più opportuna, per ricavare in noi l’affezione verso questa o quella squadra. Starà poi alla squadra la capacità di alimentare e non spegnere quell’immaginario.
È un pensiero stupido ma con cui è piacevole far pace: ieri, sulle tribune di un San Nicola gremito e colpito dal freddo inatteso di aprile, circondato da molto rosso e nell’inedita serie C, ho fatto pace col fatto che, anche nel calcio, un cuore possa avere molte camere e abitarle tutte.
