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Negli ultimi giorni m'è venuto un certo malessere. Mi arriva sotto le elezioni e inizia a stringermi lo stomaco e la gola. L'ho iniziato ad avvertire da circa 5 anni e col passare del tempo si sta ingrossando sempre più. Quel malessere è il desiderio di non votare, o la paura di votare, e ho iniziato ad avvertirlo dal momento in cui ho perso fiducia nella capacità del mio gesto di incidere in qualche modo la realtà. Ci sono tre esperienze che hanno inspessito questo malessere, tutte con un certo leit motiv: le elezioni regionali del 2019, quelle del votare Michele Emiliano per non regalare la Regione a "quelli là"; il governo di Mario Draghi, quello della maxi-cordata con tutti dentro eccetto "quelli là" (e ora "quelli là" hanno il Paese apparecchiato e l'onda non si ritira); l'Unione Europea negli ultimi due anni della Commissione Von Der Leyen. Tutte e tre le esperienze, diversissime, condividono un certo schema di fondo: maxi raggruppamenti di centrosinistra e centrodestra, a volta anche più che destra e quasi mai più che sinistra; la necessità di bilanciare istante diversissime e spesso in contraddizione (badate bene: io amo il pluralismo, la politica come negoziazione, ma un campo in cui negoziare deve pur esistere e non deve essere un "stiamo insieme pur di stare"); il tentativo di arginare forze di destra all'opposizione, che finisce con rafforzare le loro istante e prepararle a governare. Oggi mancano due giorni al voto delle Europee e nella mia mente vedo il tentativo di replicare la maxicordata, il cordone attorno alla destra, ma nel frattempo è accaduto che dopo una buona partenza della Commissione Von Der Leyen lo spauracchio e l'incubo non è fuori ma è dentro, ed è il proposito di fare della difesa comune e dei finanziamenti all'industria bellica il perno del nuovo quinquennio. Ancora, sono sufficientemente realista da sapere come sia necessario finanziare la difesa e avere eserciti come deterrenti alle minacce esterne, ma mi spaventa che questo possa diventare una macrovoce di spesa dell'UE più di quanto non lo sia già per i singoli Stati, archiviando definitivamente i propositi di transizione ecologica, il Green Deal e tutte le cose che QUESTA maxi-coalizione ha gradualmente rimosso dalla discussione dopo l'invasione russa in Ucraina.
Che fare?
Non è un inno a non votare, il mio, né un grido al cielo nella somma disperazione. Forse la soluzione è anche piuttosto semplice, ed è tutta nell'approccio politico prima ancora che nelle soluzioni politiche offerte. Vorrei che l'idea di cordone sanitario contro la destra sparisse, e che ci si preparasse a offrire una narrazione e un'azione politica diverso, e non difensivo, nei loro confronti; vorrei che le maxicoalizioni si fondassero su negoziazioni a monte, su programmi e obiettivi chiari e su posizioni di equilibrio (un po' come han fatto Verdi, Socialisti e Liberali in Germania prima di votare); vorrei che i partiti sapessero rendicontare di più e meglio quanto fatto, per farmi misurare la distanza tra quel che dici e quel che fai che in politica è tutto (e se non lo fai, non posso fidarmi).
Vorrei tornare a votare per un esercizio di fiducia, per l'idea di aiutare un'idea di società europea in cui rispecchiarmi. Sono stanco di votare contro "quelli là" e stanco di votare persone (pur di valore) la cui voce di perderà nel mare magnum di governi da sorreggere. Ho bisogno di un'idea forte, di una narrazione forte per cui impegnarmi. Perdere non è un problema.
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L’ultimo numero della newsletter ‘’Le vite degli altri’’ curata dalla redazione di Lucy racconta la poetessa svizzera Mariella Mehr, morta lo scorso anno a Zurigo, la cui storia è incastonata nella tragedia degli Jenish, un popolo di origine celtica ricondotto alla famiglia degli zingari con il dispregiativo nome di Weiße Zigeuner, cioè zingari bianchi. Gli Jenisch condividono con Rom e Sinti il nomadismo, ma parlano una lingua propria di derivazione germanica. Come gli altri popoli nomadi dell’Europa, si trovano comunità Jenisch in diversi paesi lungo tutto il continente, ma si concentrano soprattutto in Germania, Ungheria, Svizzera, Austria, Belgio, più altre comunità non censiste in Francia, Paesi Bassi e, in minor parte, Italia. Oggi la sola Svizzera riconosce gli Jenisch come minoranza etnica, e non è un caso. Mentre la Germania nazista lì perseguitò e richiuse nei lager al pari delle altre comunità zingare, negli stessi anni in Svizzera gli Jenisch furono colpiti da una persecuzione non meno scientifica di quella promossa dalle teorie razziali naziste.
Già nell’Ottocento i governi svizzeri avviarono azioni contro le comunità nomadi con l’obiettivo di allontanare dalle città vagabondi e mendicanti. A metà secolo fu organizzata la prima grande operazione di schedatura di Rom, Sinti e Jenish, attraverso la creazione di un archivio nazionale in cui registrarli. Nel 1906 fu proibito l’utilizzo di treni e vietato l’attraversamento dei confini. Pochi anni dopo Rom e Sinti di origine straniera furono internati e poi espulsi dal paese, e quando le operazioni di sterminio della Germania furono avviate, la confinante Svizzera si rifiutò di accogliere i profughi che vi sfuggivano.
Il governo svizzero fu tristemente premonitore di ciò che le teorie razziali naziste affermarono a partire dagli anni Trenta, sperimentando su vasta scala un progetto di eugenetica, cioè di manipolazione delle razze attraverso l’intervento diretto sull’ereditarietà genetica di una di esse. Dai primi del Novecento in Svizzera operava la fondazione Pro Juventute, fondata da Ulriche Wille junior per tutelare i diritti dei bambini e combattere la tubercolosi, all’epoca molto diffusa in diversi cantoni. Benedetta dalla Società svizzera di utilità pubblica, la Pro Juventute fu fortemente condizionata nei primi anni dalle simpatie nazionaliste del suo fondatore, che per due decenni accolse nelle proprie sedi teorici ed esponenti della Germania nazista. Wille riuscì ad anticipare le crudeltà scientificamente realizzate dal Terzo Reich, quando nel 1926 avviò il programma ‘’ Kinder der Landstrasse’’, cioè i bambini della strada, assieme al dottor Alfred Siegrifd, che ne fu principale ideatore e direttore.
Il programma di Willie e Siegfried prevedeva di sottrarre alle famiglie Jenish bambine e bambini da destinare a processi di rieducazione, al fine di realizzare la pulizia etnica di questo popolo. Venivano affidati a nuove famiglie e a tutori, oppure internati in strutture psichiatriche e orfanotrofi. Pro Juventute prevedeva di rieducare bambine e bambini cancellando la precedente identità Jenisch attraverso il cambio di cognome, la rimozione dai registri, la rieducazione finalizzata a eliminare il linguaggio del proprio popolo. Prima della Guerra, in alcuni casi il programma portò alla sterilizzazione delle bambine per evitare la riproduzione degli Jenisch. Il programma impediva qualsiasi forma di riavvicinamento degli internati alle famiglie d’origine, affermando che: “Ogni qualvolta, vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro è vanificato.”
Dal lungo lavoro di ricostruzione avviato decenni dopo emerge che circa 2.000 bambine e bambini furono coinvolti nel programma nell’arco di tempo tra il 1926 e il 1973. Quell’anno, disvelate man mano le crudeli azioni della fondazione anche grazie a un articolo del giornalista Hans Caprez, e cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica svizzera, le istituzioni imposero la chiusura del programma, senza smantellare la fondazione che l’aveva ideato e gestito. Oggi la Pro Juventute esiste e lavora ancora nel campo della tutela dei diritti dei bambini, dedicando uno spazio del suo sito alla memoria di questo tragico cinquantennio e all’assunzione di responsabilità, promuovendo una campagna di risarcimento economico alle persone e famiglie colpite dalle sue azioni.
Quest’anno, quindi, cadono i cinquant’anni dalla chiusura di ‘’Kinder der Landstrasse’’. Il tempo ha in parte rimosso dalla memoria degli svizzeri quanto accaduto, ma diversi prodotti culturali hanno cercato di ricordare e approfondire quanto accaduto partendo dalle storie di chi ha sofferto del’eugenetica svizzera.
La newsletter di Lucy ha ripreso un’intervista di alcuni anni fa fatta a Mariella Mehr da Pino Petruzzelli, pubblicata nel 2022 tra i blog de Il Fatto Quotidiano. Petruzzelli, incontrandola, ha raccolto la testimonianza di una donna che alla crudeltà di quanto sofferto ha contrapposto la dolcezza e delicatezza della poetessa, come ampiamente raccontato nelle sue opere. La Mehr gli racconta: “Sai cosa resta oggi, dentro di noi vittime del programma Pro Juventute? Traumi, lesioni, vergogna. Vergogna per me stessa perché vivo con l’impressione di essere sempre colpevole. Tutti questi pensieri sono troppo per me. Alla sera, a letto, non riesco a sopportarli. Sono come un film che mi fa impazzire. Allora scrivo, se posso. Ora sono due mesi che ogni mattina, alle cinque, vado al computer per cercare di mettere giù qualche pensiero, ma non riesco. Mi blocco. Devo aspettare. Devo aver pazienza. Passerà, forse. Sono passati tanti momenti, passerà anche questo. Sì, passerà.”
Pochi mesi fa è stato il portale svizzero Swiss Info a incontrare un’altra internata della Pro Juventute. Uschi Waser è una signora oggi settantenne, anch’essa dedicatasi alla poesia per resistere alla violenza della sua vita. Waser, che ha tentato il suicidio da giovane, descrive la sofferta storia di sradicamento e cancellazione della propria famiglia a cui è stata costretta, ma è diventata nel tempo anche una protagonista delle operazioni di disvelamento e conservazione della memoria attive in Svizzera. Presiede la fondazione Naschet Jenische, che assieme agli Enti gemelli Un futuro per i nomadi svizzeri e Agir pour la dignitè lavorano al fianco dei Cantoni e delle istituzioni governative per conservare gli archivi e promuovere attività educative.
Oggi non sono i soli a cercare di mantenere vivo il fuoco di questa storia. Il 9 novembre nei cinema italiani esce il film di Giorgio Diritti ‘’Lubo’’. Diritti, che ha diretto e sceneggiato il film, ha scelto di raccontare le sofferenze degli Jenische partendo dal romanzo di Mario Cavatore ‘’Il seminatore’’. Presentando il film a Venezia, ha detto: “È un limite dell’uomo, quello di arrogarsi il diritto di distruggere le diversità e dire agli altri come dovrebbero essere […] continuiamo a lottare per reprimere le diversità, invece che comprendere il valore delle differenze. Sono errori che hanno gravissime ripercussioni sulle generazioni future”.
Dopo cinquant’anni la violenza sofferta da bambine e bambini Jenische viene giustamente ripresa e raccontata, partendo dalle parole vive di chi tutto questo l’ha vissuto. È una storia minore nel calderone di sangue dell’Europa e delle persecuzioni razziali, e anche per questo merita di essere custodita.
Bibliografia
- https://www.bar.admin.ch/bar/it/home/ricerca/suggerimenti-per-la-ricerca/temi/senza-patria-e-nomadi-in-svizzera/rapporto-problematico-con-il-popolo-non-stanziale.htmlarchivio federale svizzero;
- https://left.it/2021/07/18/vita-da-perseguitati-la-storia-dei-bambini-jenisch/storia degli Jenish;
- https://www.fondazionedirittiumani.ch/2021/01/27/gli-jenisch-in-svizzera-una-storia-di-persecuzioni/ancora sulla storia degli Jenish;
- https://www.swissinfo.ch/ita/cultura/quando-la-svizzera-tentò-di-cancellare-la-cultura-jenisch/48567098 articolo di Swiss Info;
- https://www.youtube.com/watch?v=ks5DelTk_fUintervista a Mariella Mehr;
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/09/08/mariella-mehr-mi-racconto-la-sua-storia-di-poetessa-zingara-tolta-alla-madre-e-reclusa/6795822/altra intervista a Mariella Mehr;
- https://it.wikipedia.org/wiki/Luboil film Lubo sul tema;
- https://www.hollywoodreporter.it/film/festival-e-premi/giorgio-diritti-nella-storia-di-lubo-il-calvario-di-tanti-le-diversita-non-vanno-distrutte-ma-accolte/46067/Giorgio Diritti presenta il film Lubo.
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A casa possiedo una collezione di una quarantina di cd raccolti in un decennio. Nella mia libreria non si presentano male, ma sono troppo pochi per caratterizzarla davvero e per essere un buon complemento d’arredo. Non che li ascolti: sono anni che non ne apro uno. Il mio laptop non ha il lettore cd; la Playstation che divido coi miei fratelli sì, ma non usiamo più neanche i giochi fisici. Quei miei cd, in altre parole, sono una reliquia personale di un periodo in cui mi sembrava fico acquistarne, ma che aveva e ha poco a che fare con il gesto di ascoltare la musica. L’arrivo di Spotify ha sparigliato le carte dei miei consumi musicali come ha fatto con milioni di altre persone. Merito di una facilità d’uso e immediatezza senza paragoni – chi non ricorda le fortune altalenanti nel cercare un brano tra i download illegali? – e di un catalogo grande a sufficienza per coprire qualsiasi cambio di rotta nei gusti e nelle abitudini di un medio ascoltatore. Spotify – che citerò in tutto l’articolo perché è il servizio cui sono stato costantemente abbonato, ma senza grandi differenze rispetto agli altri piccoli e grandi servizi di streaming – è su tutta la linea un canale di ascolto migliore, anche perché i vantaggi che garantisce vengono ricompensati da un abbonamento il cui costo è basso, anche ridicolmente basso se rapportato al costo di quegli album che giacciono nella mia libreria: uno di essi mi è costato mediamente quanto la quota mensile che verso a Spotify per poter ascoltare tutto il suo catalogo di musica e podcast, perdipiù in libera condivisione con i miei fratelli e mio padre.
Ora, la sostenibilità di questo infimo costo è da tempo dibattuta e contestata, soprattutto guardando al modo in cui i ricavi da royalties percolano giù lungo la catena fino ad arrivare agli artisti, che guadagnano cifre molto basse per singolo streaming, restando nell’ordine di 0,005 euro per singolo ascolto (dato grossolanamente medio tra tutte le piattaforme di streaming, da quelle più avare come Spotify e Youtube, a quelle più generose come Tidal). Questo rapporto predatorio subito dagli artisti da parte dei servizi di streaming, che nella maggior parte dei casi remunerano direttamente il detentore dei diritti (perlopiù etichette e case discografiche, più che gli artisti stessi), negli ultimi due anni è lentamente passato dalla spinoziana pars destruens di articoli, ricerche e contestazioni, a una pars costruens di primordiali iniziative. Attorno alla misera ripartizione dei ricavi da stream sono nati i primi movimenti sindacali come l’United Musicians and Alied Workers, guidato dal batterista dei Low Damon Krukowski. Il loro sito racconta la campagna ‘’Justice at Spotify’’: ‘’Spotify è la piattaforma più dominante nel mercato dello streaming di musica. L’azienda che gestisce la piattaforma di streaming continua ad accresce il suo valore, eppure i lavoratori della musica in tutto il Mondo guadagnano poco più che centesimi da lavoro che fanno’’. Questo si traduce in richieste puntuali: il ‘salario minimo’ di 1 centesimo per stream, l’accreditamento di tutti i lavoratori nella remunerazione, l’adozione di un modello di pagamento user-centrico e così via.
A livello istituzionale è stata la congresswoman Rashida Tlaib a sposare la causa come portavoce della campagna, presentando la risoluzione 102 ad agosto 2022, sostenuta dalla collega Jamaal Bowman a favore di una più equa ripartizione dei ricavi da streaming. A fronte delle ricchezze dello streaming per le piattaforme, Tlaib dice che ‘’gli artisti che fanno la musica non vedono prosperità condivisa’’.
Se il fronte della remunerazione dei musicisti si sta smuovendo lentamente – latitano iniziative istituzionali a livello nazionale e comunitario in Europa, così come restano poche e isolate le iniziative sindacali dei musicisti, nonostante lo scossone del covid nel 2020 abbia sommosso le acque – dall’altro lato i costi per l’utente per abbonarsi a questi servizi stanno vivendo una fase di trasformazione.
Spotify negli ultimi anni ha mantenuto pressocché invariato il costo delle varie modalità di sottoscrizione del servizio. Lo ha fatto in Italia come altrove, dove pur presenta una condizione di partenza differente. Il sito Android Autorithy lo scorso mese ha condotto un’analisi del costo di un account Spotify Premium in 50 paesi, passando da 1 dollaro per paesi come Pakistan, Turchia e India, ai 16 della Danimarca (l’Italia? Tra i primi dieci paesi per costo, sopra USA e Germania).
A fronte di questa varietà di costo che non sempre rispecchia i diversi costi della vita nei singoli paesi – come racconta una interessante petizione su Change per la Bulgaria per ridurre il prezzo di Spotify Premium nel Paese – storicamente la principale reazione degli utenti, che ho riscontrato su forum, blog e pagine Facebook, è quella di considerare il costo dell’abbonamento Premium come elevato. Internet è pieno di analisi sul perché del costo elevato di Spotify.
È difficile entrare nel merito della percezione di un costo medio di 10-15 euro al mese come costo elevato: io continuo a soppesarlo alla spesa sostenuta per la mia misera collezione di dischi, probabilmente pari a 2-3 anni di abbonamento familiare a Spotify, pur considerando la rilevante differenza tra un canone mensile per l’accesso e la fruizione di un bene immateriale e il prezzo per il possesso di un oggetto. Considerando l’iniqua ripartizione dei frutti di questo mercato, sarei più felice di spendere anche diversi euro in più sapendo di pagare le persone cui principalmente debbo la bontà del mio ascolto, cioè i musicisti. Allo stesso tempo, non credo che maggiori ricavi per gli artisti dovrebbero essere garantiti da un maggiore costo per l’utente del servizio: mi è più facile pensare a un aumento del canone medio proporzionalmente inferiore all’aumento dei ricavi per gli artisti, chiamando le piattaforme di streaming a compartecipare riducendo i loro margini di guadagno.
Il problema è che le piattaforme stanno viaggiando in direzione opposta, preludendo alla trasformazione del mercato. Lo analizza bene The Verge con un articolo dal titolo esplicativo: ‘’I giorni della musica in streaming poco costosa potrebbero essere agli sgoccioli’’. Dopo anni di crescita, le piattaforme stanno affrontando la congiuntura economica generale con maggiori costi per le licenze e minori ricavi dalla pubblicità, che già costituisce una fonte minore (ad es. circa un settimo dei ricavi di Spotify), pur non perdendo abbonati e non avendo esaurito la spinta dei podcast, che in parte si dimostra inferiore alle aspettative, soprattutto a fronte di investimenti milionari (vedi l’acquisto del podcast di Joe Rogan da parte di Spotify). Tutto questo si traduce in un graduale aumento dei costi per tutte le piattaforme, a partire da quelle come Apple Music e Spotify che le hanno mantenute stabili pressocché da sempre. Ne scrive Bloomberg per Spotify in conseguenza dei maggiori prezzi richiesti dalle grandi case discografiche: ‘’Amazon e Apple Music hanno aumentato I prezzi per alcuni piani. Negli ultimi due anni, mentre Spotify ha aumentato il prezzo di quello familiare e in alcuni mercati quello di base. Il CEO Daniel Ek ha suggerito l’idea di aumentare i prezzi negli USA, e i dirigenti dell’azienda dicono che è solo questione di tempo’’. A che costo? Laconicamente: ‘’il solo perdente in tutto questo è il consumatore’’.
Fonti:
- https://weareumaw.org/justice-at-spotifysindacato UMWA;
- https://tlaib.house.gov/posts/congresswoman-tlaib-introduces-resolution-calling-for-new-streaming-royalty-to-fairly-pay-music-artists#risoluzione 102 congresso USA;
- https://www.androidauthority.com/how-much-does-spotify-cost-around-the-world-3360533/costo di Spotify nel Mondo;
- https://www.change.org/p/spotify-lower-spotify-premium-subscription-prices-for-bulgaria-e5792cbf-7ae1-4614-8a2e-5880bedf2d6dpetizione riduzione del costo Spotify in Bulgaria;
- https://www.thetechwire.com/why-is-spotify-so-expensive/perché il costo di Spotify è alto?
- https://www.theverge.com/2022/10/25/23423173/apple-music-price-spotify-platinum-earnings-taylor-swiftThe Verge sul cambio di paradigma nello streaming;
- https://www.bloomberg.com/news/newsletters/2023-05-21/why-your-spotify-subscription-is-about-to-get-more-expensive#xj4y7vzkgBloomberg sull’aumento dei costi di abbonamento.
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Nelle giornate oziose in cui il tempo a disposizione è tanto e gli spunti con cui riempirlo spingono le persone a dissiparlo nella sola scelta relativa al ‘’che fare?’’, dedicarsi alla musica rappresenta per me una facile risposta, ma non una via di fuga. La produzione di album e singoli non è mai stata così alta e la loro accessibilità così immediata, facile ed economica, grazie ai servizi di streaming dal misero costo a fronte di cataloghi pressocché immensi. Nelle ultime settimane ho potuto ascoltare molti album che ho apprezzato, come l’ultimo dei Wilco o Blonde Redhead, il jazz di Alabaster DePlume, Sufjan Stevens in una delle sue versioni più autobiograficamente addolarate. Poi Coez e Frah Quintale, Fred Again e Brian Eno, Mitski, i Nation of Language e così via. La quantità di nuova musica offertaci quotidianamente è vasta e richiede piccole soluzioni e trucchi per orientarsi al suo interno, per non ritrovarsi davvero a dissipare il tempo che ci resta solo pensando, con il computer davanti agli occhi e impulsi di ogni tipo attorno a noi, a quella fatidica domanda dell’uomo agiato del ventunesimo secolo: che fare?
Uno dei barbatrucchi più vecchi creati dall’uomo di pari passo alla nascita dell’industria culturale è stata la critica, cioè una classe di specialisti in grado di filtrare e catalogare la produzione artistica secondo metri di giudizio più o meno riconoscibili e condivisibili. Da tempo, tuttavia, la critica ha perso centralità nella fruizione culturale, superata prima dalla facilità di accesso ad album, film e libri offerta da Internet – facendo venire meno l’esigenza di soppesare attentamente la scelta di cosa comprare – e poi dall’uso degli algoritmi. Oggi riviste e critici languiscono nelle nicchie che cercano una qualche forma di sartorialità nelle proposte, ma vista la mole di materiale tra cui orientarsi, sono sopravvissuti anche in altre vesti e con altri linguaggi.
Youtube è una delle piattaforme che meglio riesce a custodire e alimentare le nicchie e i loro consumi culturali. Gli autori attualmente attivi sul sito vengono spesso da più di un decennio di lavoro, che ha permesso di affinare linguaggi e strumenti, presentando oggi dei prodotti di qualità equiparabile alle istituzioni dell’era pre-Internet. Uno dei casi più interessanti è quello dello statunitense Anthony Fantano, autore di recensioni musicali con il profilo The Needle Drop, che ha creato uno stile allo stesso tempo profondamente comico e professionale con cui presentare gli ultimi album, diventando più influente di riviste vecchie di mezzo secolo.
Molta critica e divulgazione su Youtube filtra l’immenso flusso di produzione creativa contemporanea, ma è circondata da una galassia di profili più o meno piccoli che si occupa di scavare nei decenni passati, riportando alla luce artisti, album e correnti musicali passati in sordina o non elevati al Canone della musica del Novecento. Questo si rivela tanto più interessante quando si pensa ai prodotti non occidentali, che hanno pagato i minori mezzi di esportazione e che difficilmente sono arrivati a noi. La scena musicale folk-rock della Turchia degli anni Sessanta e Settanta è uno di questi casi.
Alcuni anni fa ho ascoltato Gurbet di Özdemir Erdoğan, richiamato dalla bella immagine di introduzione del video. La delicata chitarra e il groove vagamente orientale introducevano uno strumento a fiato simil-kazoo che mi era sconosciuto. Poi, un canto in turco su linee ancor più esotiche partiva, portando il pezzo ancor più distante dai miei canoni. Incuriosito, durante l’ascolto avevo notato il nome del canale che aveva pubblicato il prezzo, dall’evocativo nome di Anatolian Rock Revival Project.
Scavando al suo interno ho trovato decine e decine di pezzi marchiati dall’indistinguibile ortografia della lingua turca, oscillanti tra il folk e le chitarre di Hendrix, la psichedelia dei Sessanta e il pop elegante dei cantautori francesi. I brani, meticolosamente datati e introdotti da una breve descrizione del profilo, rientrano tutti in quei due decenni, giustificando lo spirito da revival che ha dato il nome al progetto.
Come tutte le forme di revival e di hauntologia, cioè di richiamo artistico e ripresa di correnti sepolte dal tempo, quello della musica turca nasconde una dimensione politica e sociale strettamente correlata alla produzione musicale di una certa scena.
La datazione precedente gli anni Ottanta dei brani è legata alla storia novecentesca della Turchia, che dalla rivoluzione laica e modernista di Kemal Ataturk nel primo Dopoguerra aveva vissuto decenni di crescita economica e maggiori libertà religiose e sociali. Negli anni Sessanta la Turchia è un Paese che vive un modello di sviluppo affine a quello dell’Occidente, da cui importa e assimila i prodotti culturali. A Istanbul i numerosi licei di ispirazione europea, concentrati soprattutto nel quartiere di Galatasaray, vengono attraversati dal fermento degli album di Beatles e Rolling Stones, che si diffondono gradualmente nelle altre città con maggiore vocazione cosmopolita assieme al resto della musica inglese e americana. In ambito artistico, musicisti come Erkin Koray, Baris Manco e i Mogollar iniziano a pubblicare album su album aggiungendo gli strumenti e le tonalità importate dall’estero agli elementi più tipicamente turchi. Quel che nasce dalla loro opera e da quella di decine e decine di musicisti è un infuso di fattori a cavallo tra i due Mondi: alle chitarre elettriche e agli effetti con cui inacidire il suono, vengono abbinate le poliritmie e la microtonalità ampiamente utilizzate nella musica tradizionale turca, assieme agli strumenti classici. Questi musicisti producono rock, pop, folk e funk in grande quantità, ma gli album raramente vengono esportati e arrivano nel resto dell’Europa, per cui il loro prodotto resta nascosto al resto del Mondo.
La scena musicale turca si caratterizza per l’impegno e la sensibilità affine al mondo della Sinistra e al progressismo in campo sociale, che negli anni Settanta inizia a scontrarsi con un Paese che conosce un reflusso di tradizionalismo e conservatorismo. Come in Italia, sono decenni di instabilità e lotte politiche che culminano in una strategia della tensione sviluppata dai Governi e dalle classi economicamente dominanti, che qui sfociano nell’intervento militare, che contraddistingue la storia della Turchia fino agli ultimi anni. Nel 1980, e non per la prima volta, l’esercito con un golpe prende il controllo dello Stato. Per diversi anni i militari reprimono con gli arresti le spinte sovversive, spegnendo la spinta modernista del Paese, e in questo clima la progressista scena musicale viene gradualmente smantellata. Personaggi fondamentali come il leader dei Mogollar Cem Karaka vengono costretti all’esilio, mentre altri vengono incarcerati e spinti ad abbandonare l’attività di musicista.
Dopo due secoli di splendore, la musica turca perde i musicisti che l’avevano aperta alle influenze occidentali, e da quel momento l’Anadolu rock verrà soppiantato da stili più affini alla musica araba e al pop come l’arabesque.
L’Occidente aveva conosciuto poco questa musica, restio alle importazioni da altre aree del mondo; col golpe del 1980 la diffusione all’estero della musica scompare del tutto, e la produzione e il consumo interno diventano profondamente limitati.
Dopo il 2000 e con la fine della dittatura militare Internet permette di recuperare facilmente questi album, che per la prima volta arrivano all’Estero e iniziano a influenzare anche gli artisti. Come se il cerchio dovesse chiudersi a distanza di decenni, nei Paesi che avevano influenzato la nuova musica turca, quest’ultima diventa una fonte di ispirazione per i tratti peculiari. In ambito hip hop i produttori campionano le affascinanti sonorità di cantanti come Selda Bağcan, mentre il nuovo rinascimento della musica psichedelica trova nelle poliritmie e nei suoni arabeggianti dei gruppi turchi una grande fonte di ispirazione. Nel primo caso ci sono Dr. Dre e Action Bronson a stendere le loro basi con le campionature turche, mentre nella psichedelia i King Gizzard and the Lizard Wizard producono un intero album riprendendo le microtonalità tipiche della musica araba (provate a sentire ‘’Flying microtonal banana’’ del 2017 dopo alcuni brani folk turchi).
Nella stessa Turchia tornano a vivere gruppi e musicisti fortemente ispirati da quei due decenni fecondi, come Gaye Sue Kol o gruppi come Palmyeller e Ayyuka, mentre nei Paesi dalla forte diaspora turca come i Paesi Bassi e la Germania emerge la scena hip hop in turco e gruppi come gli olandesi Altin Gun riproducono la psichedelia dei loro padri.
Dopo più di due decenni, e da una Turchia non più modernista e in crescita come quella di metà Novecento, i frutti d’oro della musica anatolica vengono finalmente conosciuti e apprezzati all’estero, trainati dalla forza canalizzatrice di Internet. L’Anatolian Rock Revival Project, che oggi supera i quattrocentomila iscritti su Youtube e che è diventato una piccola azienda fatta di editor e illustratori, rappresenta uno dei dei casi più interessanti di Internet come archivio quasi illimitato e in perenne ampliamento, e che richiede una guida con cui scrutare decenni di produzione culturale dimenticata.
Il revival dell’Anadolu rock è una storia di confini porosi tra Paesi aperti e chiusi, tra decenni di libertà e di repressione, tra culture musicali facilmente mescolabili, ma è anche la storia di come Internet possa spingerci ad attraversare tutti questi confini.
È anche la profezia di quanto altro ancora resta da portare alla luce da luoghi molto distanti, e di come il tempo per godere di tutto questo sarà sempre meno.
Fonti:
- https://www.youtube.com/watch?v=KQ2RDfuS_dY, ‘’How Anatolian Rock Was Hidden From The World’’;
- https://www.youtube.com/watch?v=ASBj4LPO0SA, l’influenza del rock turco sui King Gizzard and the Wizard Lizard;
- https://www.gazeteduvar.com.tr/buyuk-bir-mirasin-yeniden-kesfi-anatolian-rock-revival-project-haber-1558015, intervista in turco al fondatore dell’Anatolian Rock Revival Project;
- https://www.psychedelicbabymag.com/2020/12/anatolian-rock-revival-project.html?fbclid=IwAR3Dq1H6teQc7IRpLUPknAKNW91NYTNq-w9Q-Gsq1tPIb7riMHOOhI-mdEU, altra intervista ma in inglese;
- https://www.balcanicaucaso.org/aree/Turchia/12-settembre-1980.-La-Turchia-allo-specchio-119567, storia del golpe del 1980;
- https://www.eastjournal.net/archives/47811, sempre sul golpe del 1980;
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Martedì sera il Lens ha battuto l’Arsenal con una partita di grande intensità, specchio delle grandi prestazioni della scorsa stagione e di un mercato ambizioso e oculato. Dopo aver venduto Luis Openda al Lipsia, il Lens ha comprato il ventenne Elye Wahi dal Montpellier per 30 milioni di euro. Wahi è uno degli attaccanti più promettenti di tutto il calcio francese, grazie al campionato da 19 gol e alle sue capacità fisiche e tecniche già molto sviluppate. Il gol con cui il Lens ha pareggiato il vantaggio iniziale di Gabriel Jesus è un sunto delle altre qualità di Wahi: in meno di un secondo è riuscito a raccogliere al limite dell’area un cross del terzino Machado, in un contropiede rapidissimo frutto del recupero palla di Machado stesso. Nonostante la rapidità dell’azione, Wahi è riuscito a fermare la palla di petto e a servire di esterno al volo Adrien Thomasson, salito in soccorso sulla stessa fascia di Machado. Thomasson ha calciato la palla servitagli velocemente da Wahi con un tocco di interno destro dolcissimo, che ha permesso alla palla di aggirare Ramsdale con una curvatura perfetta. Il tiro di Thomasson è sembrato tratto da quelle azioni della CPU dei videogiochi di calcio in cui, complice un livello di difficoltà alto, l’IA riesce a incrociare sempre le traiettorie migliori, imparabili anche per i portieri più reattivi.
Questo 1-1 del Lens è stato il gol più bello di tutto il martedì di Champions, unendo una sponda e un tiro di ottimo livello tecnico. Il gol sintetizza alcuni tratti della Ligue 1 degli ultimi anni: laboratori tattici di grande livello, quale quello di Frank Haise che allena il Lens dal 2020; giovani dallo spiccato talento e spesso dai mezzi fisici sopra l’ordinario; giocatori più maturi e forti di lunga esperienza tra Ligue 1 e 2. Il calcio francese deborda di entrambe le categorie di giocatori, coi primi che molto spesso finiscono all’estero – basti pensare alla sola nidiata di centrali difensivi dominanti costruita dal Lipsia negli ultimi cinque anni con Upamecano, Konatè, Mukiele e Simakan – e i secondi che rappresentano l’ossatura delle squadre, quelli che restano.
Adrien Thomasson, che compirà 30 anni a dicembre, è uno dei membri di questa categoria, ma non dei migliori. In 12 stagioni tra Evian TG, Nantes, Strasburgo e Lens ha segnato 43 gol e 36 assist in 294 partite, diventando uno dei più longevi e proficui giocatori dell’attuale campionato. Negli stessi anni altri giocatori hanno marcato la Ligue 1 grazie a grandi capacità tecniche e tattiche, marcando le statistiche migliori dietro ai mostri sacri del PSG – o, non poche volte, meglio di loro. Sono la nidiata dei grandi ed eleganti protagonisti del campionato francese, che alle spalle hanno pochissime o nulle esperienze all’estero o nella Nazionale francese, pur mostrando livelli di gioco buoni quanto i loro colleghi più giovani che, spesso, giocano già in grandi squadre straniere. Molti si sono avviati verso la fine delle loro carriere, altri hanno ancora un po’ di annate davanti con cui, chissà, giocare un Mondiale o più Champions League.
- Benjamin Bourigeaud, 29 anni, Rennes
Bourigeaud è uno dei giocatori che meglio colpiscono la palla nel campionato francese. Cresciuto nel Lens e dal 2017 nella rosa del Rennes, gioca prevalentemente come esterno destro e centrocampista centrale. In entrambi i casi è il regista avanzato della squadra e riesce a servire l’ultimo passaggio verso le punte o gli esterni, grazie all’ottima visione di gioco e alla bravura sia nei filtranti bassi che nei cross. Pur non essendo particolarmente veloce, ha dei buoni strappi e un grande dinamismo sulla trequarti. Ricorda Kevin De Bruyne.
- Martin Terrier, 26 anni, Rennes
Altro pilastro del Rennes, Terrier ha alle spalle una carriera più movimentata pur essendo più giovane di Bourigeaud. È cresciuto nel Lille e da lì ha giocato per Strasburgo e Lione prima di arrivare al Rennes. Qui ha raggiunto la piena maturità, frenata dalla rottura dei legamenti crociati dello scorso gennaio, che non gli ha impedito di essere uno dei giocatori dal rendimento migliore, grazie ai 9 gol in 16 partite. Gioca principalmente da esterno sinistro, pur avendo giocato in passato come punta grazie alla sua completezza. È diventato un grande finalizzatore – con 21 gol in campionato due stagioni fa – grazie alla capacità di inserimento e finalizzazione, ma anche a buoni colpi di testa.
- Gaetan Laborde, 29 anni, Nizza
Compagno di squadre per due anni di Bourigeaud e Terrier al Rennes, Laborde è passato al Nizza lo scorso anno. È un giocatore molto versatile, avendo giocando sia da esterno destro che da punta nel Montpellier e nel Rennes. Cresciuto nel Bordeaux, è un grande finalizzatore grazie all’intensità con cui recupera e gioca con la palla, pur non avendo mezzi fisici e tecnici particolarmente sviluppati. Buon colpitore di testa, giocando sulla fascia ha raccolto anche molti assist.
- Jonathan Clauss, 31 anni, Marsiglia
Clauss è il caso più strano di questo gruppo di giocatori, sia perché arrivato molto tardi in Ligue 1 – ha giocato a lungo nelle serie inferiori, prima di due stagioni nella Zweite Bundesliga con l’Arminia Bielefeld che lo hanno portato nel Lens – sia perché unico ad aver raccolto alcune presenze con la Nazionale. Clauss è un terzino destro veloce e resistente, che percorre tutta la fascia riuscendo a dare un buon contributo in fase difensiva e ottime capacità di assistenza in quella offensiva. Ha un ottimo cross e dribbling, che gli permette di risalire il campo facilmente anche quando è più pressato. Negli ultimi anni è stato uno dei migliori giocatori per rendimento e questo, come detto, lo ha portato ad alcune presenze in Nazionale, dove paga il fatto di aver davanti a sé un giocatore molto diverso e più funzionale al gioco di Deschamps come Pavard.
- Teji Savanier, 31 anni, Montpellier
Savanier non ha compiuto grandi salti come tutti gli altri giocatori nel gruppo, essendosi stabilizzato nel Montpellier dopo anni nell’Arles-Avignone e nel Nimes, ma il suo rendimento lo rende uno dei migliori centrocampisti della Ligue 1 da diversi anni. Un paio d’anni fa nella BEST XI annuale sulla Ligue 1 redatta dall’Ultimo Uomo è stato definito l’Ever Banega francese. Ricorda molto l’argentino per il fisico poco longilineo e rapido, ma anche per l’ottimo dribbling nello stretto e un grande controllo palla. Negli anni ha giocato da regista basso, prima di essere utilizzato come trequartista nella scorsa stagione. Buono sui calci piazzati, la scorsa stagione ha raccolto 12 gol e 4 assist in campionato.
- Valentin Rongier, 28 anni, Marsiglia
Rongier è l’anello di congiunzione tra il giocatore che ha sostituito nell’OM, cioè Maxime Lopez emigrato in Italia, e il miglior centrocampista degli ultimi dieci anni della Ligue 1, cioè Marco Verratti emigrato in Qatar. Da quest’ultimo, che ha citato diverse volte come modello, riprende il ruolo di regista basso con l’incarico di dare interdizione e copertura difensiva, sfruttando la grande resistenza e il buon controllo palla con cui spezza il gioco avversario dando rapidità alle ripartenze. È cresciuto nel Nantes prima di passare all’OM nel 2020 e la sua posizione bassa gli ha fatto raccogliere pochi gol e assist in campionato.
- Benjamin André, 33 anni, Lille
Veterano del gruppo, André è anche quello con le minori capacità tecniche – pur discrete – e il suolo più spiccatamente difensivo. Mediano prima dell’Ajaccio e del Rennes, poi del Lille dello scudetto del 2021, fa dell’aggressività e delle capacità difensive la leva con cui fornire copertura alla difesa. In carriera ha raccolto 99 gialli, ma è forse il miglior centrocampista difensivo del campionato da diversi anni.
