il blog di Michele Cornacchia

Il calcio è una delle cose che più mi incendia. I miei amici sanno bene quanto possa mutare durante una partita, trasformato dall’euforia o dalla disperazione delle singole azioni più che dall’esito finale. Al calcio affido la mia parte più irrazionale e lo faccio con grande gioia.

Amo il calcio in tutte le sue forme, ma viaggiare tra gli stadi è quella che più mi piace. Non sono un grande frequentatore, ma ho messo tra gli annali che porterò per sempre con me alcuni momenti intensissimi (quantomeno per la mia scala personale e per il mio irrimediabile amore per l’Inter): ho vissuto il pareggio a Barcellona lo scorso anno, ho visto Belotti e il Torino infierire sulla Roma alcuni anni fa, ho vissuto il dramma dello scudetto perso dall’Royale Union Saint Gilloise a Bruxelles lo scorso anno (ma fuori dallo stadio, per rendere tutto anti epico), ho sempre e solo visto il Bari nelle ultime partite di campionato festeggiare le promozioni, ho accumulato alcune serate più o meno felici a San Siro dal 2009 in poi. Sono felicemente un occasionale, uno che accetta di avere una piena appartenenza per poi sposare i momenti che capitano a portata di mano.

Ieri sono tornato allo stadio D’Angelo a vedere l’Altamura. È stata la prima volta da quando ho cessato le funzioni di assessore – da quando, cioè, andare allo stadio significava perlopiù un guardare da vicino le condizioni del prato, delle tribune, degli spogliatoi, quando riuscivo a sistemare una cosa per vederne due cadere a pezzi. 

Per la prima volta dopo tanto tempo ho vissuto lo stadio della mia città nella pienezza dell’occasionale quale sono, godendone. Tra gli spalti, accompagnato dal mio papà per cui l’amore per l’Altamura si è rinfocolato tanto più si annacquava quello per l’Inter, ho guardato la squadra vincere seccamente per 3-0 e rinfocolare gli auspici di promozione in C che la dirigenza ha giustamente portato sulle sue spalle. 

Ma la godibilità sportiva della partita – che meraviglia il giovane terzino col 3, uno che vorrei all’Inter a raccogliere i palloni dolci di Federico Dimarco – oggi ha lasciato spazio nella mia mente alla ricostruzione di quel gioco di scherzi che prende vita nella tribuna centrale del D’Angelo ad ogni partita. Non l’ho trovato mai altrove questo clima di cittadina che si raccoglie dopopranzo nel nome di un più o meno vivo attaccamento per la squadra. C’è la pattuglia di nati negli anni Cinquanta e Sessanta che porta ancora in mente momenti più felici per le squadre locali, e rinvanga nel tifo nostalgico come farà fino alla fine. C’è la classe media della città, quasi esclusivamente maschile e borghese che tra i seggiolini condensa socialità e discussioni che possono essere anche economiche e professionali. C’è la politica locale a sprazzi, divisa tra le apparizioni dei Sindaci e i più fedeli e costanti consiglieri. Ci sono tanti bambini occasionali come me a trent’anni, che pur riescono ad affezionarsi a questi giocatori che già sfuggono da ogni sogno un giovane tifoso potrà mai covare.

Un po’ rintronato dalla digestione del pranzo, il paese la domenica si ritrova sui gradoni e si rappresenta per quel che per tutto il resto del tempo, ma in una veste che puntualmente ritrovo dolce.

Questo 3-0 speranzoso e questa dolcezza domenicale sono stati il modo più profondo e naturale per inaugurare la settimana in cui torno nuovamente a vivere ad Altamura, che è un modo per dire che ritorno da me.

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