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"Australia" pochi giorni fa è stato premiato con menzione speciale al premio letterario organizzato dalla Pro Loco di Caserta. Buona lettura.
Calciava le pietruzze in cortile con violenza. Una, due, tre volte. Le scagliava contro le pareti della masseria e ogni volta calce e intonaco si staccavano sfibrandosi, fino a creare una piccola linea di macerie davanti a sé. “Tommà, smettila!”. Alzò lo sguardo, tutto corrucciato, ma il sole batteva forte quel giorno e gli occhi non riuscirono a inquadrare la figura alta affacciatasi sul cortile. “No”, rimandò alla figura, condendo quella piccola rivolta con un grumo di saliva mirato ai suoi piedi. Neanche un secondo e due mani forti e ruvide gli presero il colletto. Sentì il tonfo duro della sua faccia contro le pareti che aveva poco prima scarnificato e la sua bocca provò il gusto acido del sangue. Un pugno, poi un altro, poi un altro ancora per difendersi, ma la figura era troppo grande e grossa per lui. “Che cazzo fai?”, mentre l’ennesimo pugno cadeva a vuoto. Si ritrovò a terra senza fiato, con le mani ormai impregnate di un miscuglio schifoso di sangue e polvere. Sentiva quella poltiglia in bocca, sulla pelle, tra i capelli. “Tommà, vattene. Oggi non ti voglio qua. Sei uno scansafatiche e un attaccabrighe, fai lite con tutti e mo’ mi sfasci pure la casa. Fa’ di nuovo casini e ti ci attacco a quel muro”.
Incassò tutto senza dir niente, ma lanciò una manciata di altre pietruzze contro quelle pareti sgarrupate e corse via.
Che poteva fare uno come lui in un fetido agosto? Aveva due spiccioli appena in tasca e a casa sua proprio non ci voleva tornare: si schiattava di caldo in quella stanzetta senza vento naturale o simulato, perché ad agosto a Metaponto si sta bene solo in riva al mare e in ferie, ma lui non era né in un posto né nell’altro. Le ultime estati le aveva passate a raccogliere agrumi d’ogni tipo. A strappare arance dagli alberi e a riempire cassette su cassette, qualcosa da parte l’aveva pur messa, ma lui conti e risparmi proprio non li sapeva portare: come s’erano riempite, le tasche si erano svuotate prima rimediando una Seicento con circa un milione di chilometri nel motore; non contento, aveva trovato anche un monolocale poco fuori città – chiaramente quel “fuor città” non designava le lunghe e arieggiate coste o le spiagge isolate frequentate solo da ragazzini con gli ormoni fuori controllo, ma quel meticciato brutto e pieno di rifiuti ch’è il confine con le campagne.
Non era neanche male, quell’appartamento: una piccola tv, tende oscuranti, un cucinino sufficiente per farci la stagione, una branda morbida a sufficienza per non devastare una schiena esperta solo nel ‘prendi e raccoglie, prendi e raccogli’. A vent’anni con un’auto e una casa a Metaponto saranno in tre e questa cosa Tommaso se l’era portata al petto come una medaglia al valore: sai quante ragazzette di passaggio s’era portato così a letto. Del resto, ad agosto lì non c’è mica solo il caldo fetido: il paese s’ingrossa di due o tre volte; per strada non senti più l’asciutto dialetto della Piana, ma accenti baresi e tarantini. Ma ‘sti pugliesi, non ne hanno già abbastanza di mare attorno?
“Ma’. Buongiorno. Stai bene? Sono a casa. Montemurno m’ha cacciato, quello stronzo. Dice che non lavoro bene, che perdo tempo. Mi son rotto la schiena a raccogliere i suoi pomodori di merda e ha avuto pure da ridire. Non lo voglio vedere più, sennò quella schifezza di masseria gliela brucio. Sì, sono agitato. Mo’ devo farmi il giro dei campi a trovare qualcos’altro. Con questo caldo. Papà sta bene? Quando tornate qua? Va bene. Statevi bene. Ciao”. Una folata di vento, piuttosto solitaria a quell’ora, aprì le tende e asciugò due o tre gocce di sudore. Pure il telefonino grondava acqua. Erano le dodici, forse c’erano quaranta gradi fuori, ma una cosa che i campi gli avevano regalato era una pelle più ramata del rame; del caldo e del sole alto se ne fregava abbastanza, quindi uscì.
Come si trova un mestiere nel mezzo di agosto in un posto fatto solo di agrumi e spiagge? Glissò la domanda camminando verso il mare. Attorno era tutto un fluire di auto di fuori provincia, di gente che andava e veniva dai supermercati o dai baretti, luoghi che si facevano fitti fitti man mano che ci si avvicinava al mare. Salutò i pochi paesani in giro a quell’ora; chinò la testa incrociando un paio di ragazze prese in qualche estate del passato e lasciate a settembre. Le ciabatte facevano cik ciak sull’asfalto ormai putrefatto per il caldo, ma appena le dita incrociarono la sabbia calda se le tolse. Si gettò in mare con tutti i vestiti.
Di gente che lavorava in Piana senza raccogliere agrumi e pomodori, non ne conosceva molta. S’erano gettati tutti a capofitto sull’agricoltura da decenni; praticamente dal fascismo, da quando poco più giù erano nati e cresciuti paesoni come Marconia o Policoro. Vere e proprie colonie contro le paludi, in una versione lucana molto meno famosa e sponsorizzata dal regime delle bonifiche in Maremma. Tommaso ci andava sì e no un paio di volte al mese da quelle parti: scendeva lungo la 106 con la macchinetta, scansava il via vai dei villeggianti di residence e lidi della costa jonica, per poi lasciare la statale non appena il castello di Policoro si profilava all’orizzonte. Castello degno di una costa senza nobili e senza grandi uomini da circa duemila anni: un palazzo che nel centro di Bologna o di Mantova sarebbe stato anonimo, un condominio d’altri tempi; lì, invece, era portato sul palmo della mano da quegli scemi di Policoro. Ci passava di fianco, poi percorreva i vialoni ampi della città per raggiungere una pizzeria o per farsi una birra con qualche amico. Passava dalla piazza centrale, dalla cattedrale con i suoi marmi e il suo biancume desolato venuto chissà come in mente a qualche podestà o ras locale nel Ventennio. Un paio di anni fa gli avevano offerto l’ennesimo lavoro stagionare a raccogliere frutta, impreziosito dall’allettante offerta di una stanza tutta per sé lì vicino al centro di Policoro. Paese per paese, turisti per turisti, tanto valeva restarsene a Metaponto e a casa sua. Non se ne fece nulla.
Finita l’estate, tornati nei loro paesi bianchi i pugliesi, mentre Metaponto assaporava già la noia lunga e desolata del resto dell’anno, uno zio gli parlò di un progetto nuovo: un titanico centro commerciale a Policoro. Roba da Padania presa e trasportata in mezza alla Piana di Metaponto. Qualche ettaro di pomodori da estirpare, sì, ma quanti ce ne sono già? Non se ne può fare un po’ a meno? Allo zio piaceva molto quell’idea: corridoi colossali da attraversare; merci e marche di ogni dove; americanate, sì, di quelle che rendono valevoli di essere spesi gli spicci che da queste parti ci si mette in tasca. “Quelli rastrelleranno sicuramente tutta la zona per cercare personale. Commessi, vigilanti, magazzinieri, parcheggiatori, facchini. Pare siano faccendieri di qualche grande catena del Nord, sanno che qui dieci mesi su dodici siamo solo una manica di morti di fame, ma poi col caldo siamo pieni di gente che vuol spendere. Vacci a parlare, Tommà, che magari ti sistemi una volta per tutte. E mettiti ‘na camicia buona”.
Una camicia buona? Sarebbe bastato non puzzare più di terra e sudore e sole in questa Piana sfortunata. In armadio neanche ce l’aveva, una camicia. Si affacciò al negozietto di robe di marca in città; ne uscì con una camicia azzurra forse più da spiaggia che da colloquio di lavoro, ma che ne poteva sapere un raccoglitore di pomodori di decenza?
I faccendieri del Nord avevano preso una stanza a piano terra in centro a Policoro, tutto dedicata a colloqui e selezioni. Non un’insegna, un cartello, neanche una cosa scritta a mano in vetrina per presentarsi. Sola, svettava, sciupata e già consumata, una grande prima pagina del giornale locale, attaccata con lo scotch: “posti di lavoro per MILLE persone”; sotto, la foto del cantiere del mega-titanico centro commerciale. In alto a sinistra, appena di fianco al titolo del giornaletto, una patacca di sponsor pagato dai grandi proprietari del Nord.
Il primo giorno di lavoro la camicia azzurra se la rimise, un po’ per scaramanzia e un po’ perché non aveva ancora capito come vestirsi in un posto del genere. Vennero in tanti, richiamati da tutti paesi in un raggio di venti-trenta chilometri; la folla sciamava tra un corridoio e l’altro, arraffava prodotti di tutti i tipi e usciva contenta con carrelli strabordanti cibi di ogni colore e provenienza – e forse tutti con lo stesso identico sapore. Il suo turno sarebbe dovuto iniziare alle 7 e finire alle 18, ma a sera era ancora lì a indicare le più recenti invenzioni alimentari delle colossali aziende del Nord. Era entrato con un pacchetto di sigarette ancora incartato; ne contò un paio tristi e solitarie a fine giornata. I colleghi non gli dispiacevano: sgangherati come lui, quasi tutti tra i venti e i trent’anni tranne qualche caporeparto-caporale di fiducia dei grandi proprietari, forse traghettato da altre sedi fino alla Piana. Contò le ore di lavoro, ma la stanchezza era entrata così a fondo nelle sue ossa che preferì non pensarci. La macchina lo riportò a casa lungo la 106; su radio Radiosa passava “Australia” di Mango, uno che aveva avuto il cattivo gusto di schiattare lavorando e il buon gusto di farlo su di un pianoforte, e non tra i campi di arance di Metaponto o in un luminosissimo e inutile ipermercato.
Tornò il giorno dopo. Poi furono altri giorni, poi settimane e mesi. La domenica, quando non lo cooptavano per l’ennesimo turno forzato, prese l’abitudine di coltivare un pezzetto di terra che s’era comprato coi primi risparmi. Aveva scelto Serra Marina: quattro case buttate come dadi da Dio lungo la strada per Matera, una chiesetta da poco rifatta con intonaci verdi e verdini che d’estate riflettevano l’atroce Sole della Piana sulle auto passanti di corsa verso il mare e un piccolo supermercato che vendeva più ad agosto che in tutto l’anno. Arrivava di mattina, prendendo un caffè al supermercato-bottega-tuttofare; col tempo il titolare aveva preso a salutarlo, poi a chiamarlo per nome, poi a offrire un caffè o l’amaro a fine giornata. Aveva un paio di aranci, qualche piantina di pomodori e carote; nelle stagioni buone piantava anche le rape o i cavoli, che di sera si portava a casa per cuocere zuppe e minestre saporitissime.
La vita sfilava tra i corridoi e il piccolo campo. Poco altro gli regalava la Piana, un posto che uno scossone dalla Storia l’aveva subito solo un paio di millenni prima, quando a Metaponto, al posto dei pugliesi, erano arrivati gli ateniesi. Poi, la Storia s’era addormentata, passando oltre la statale 106 e lo Ionio. La sua vita, poco a poco, s’era assommata a quella di tutti gli abitanti della zona: una comparsata. Neanche i grandi imprenditori del Nord col loro abnorme ipermercato avevano potuto cambiarne la traiettoria.
A lui andava bene. Le ambizioni le aveva soffocate nel sonno durante l’infanzia. Con gli anni passati, caracollando tra Metaponto, Policoro e Serra Marina, aveva sostituito alle ambizioni un sogno, che si ripresentava puntuale non appena sentiva “Australia” alla radio. Anche lui voleva lasciare il Mondo qui nella Piana e non da altra parte. Aveva il suo pianoforte su cui addormentarsi: sotto un arancio, col Sole arso di giugno o luglio, mentre le auto pugliesi gli passavano davanti. Avrebbe chiuso gli occhi nel suo campo, senza troppo baccano. Un passante si sarebbe fermato a cercarlo, avrebbe chiamato i vigili per il corpo, poi dopo un’oretta si sarebbe calato nel mare tiepido dello Ionio, come tanti prima e dopo.
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Ho partecipato con questo testo al premio Nabokov 2023 - sezione racconti, ed è rientrato tra le opere premiate che verranno pubblicate nell'antologia di concorso. Questo racconto è un omaggio alla Murgia come terreno in cui la Storia si è mossa silenziosamente, sfiorando la tragedia e lasciando solo dimenticate rovine.
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Nei momenti in cui si affacciava da una delle torrette di osservazione e il vento lo raggiungeva in pieno viso, gli odori che arrivavano gli ricordavano le mattinate nella foresta del Rogue River, quando lasciava i genitori a casa mentre lui seguiva i sentieri adombrati dai pini del parco. Mentre scendeva in velocità le piste, la brezza lo riempiva degli odori di piante aromatiche di cui il basso Oregon è zeppo e di cui pian piano aveva imparato i nomi, iniziando a riempire i taccuini. Ne aveva sempre un paio con sé: uno dedicato alle cose viste, uno alle cose udite, di modo da tenere separate le sue sensazioni al momento della rilettura. Li aveva portati con sé durante il viaggio, nonostante non li compilasse da diversi anni. L’ultima riga di quello dedicato alla vista diceva così: “A Grant’s Pass ho acquistato una giacca di pelle nera trovata in uno degli ultimi film visti al cinema. Non ricordo quale, ma il protagonista era un Marine, che a fine film muore ad Okinawa. La giacca era bellissima nel film e anche nella vetrina del negozio”. L’altro taccuino aveva molti meno appunti, poiché allenava meno il suo udito e questo lo ricambiava con un’impronta più leggera sulla sua mente. L’ultima pagina, scritta con una matita anziché con una delle sue preziose penne, diceva così: “URSS – Europa – base. Il comandante mi dice che sarà una missione tranquilla. Non sono mai stato così lontano da casa”.
Il naso si stava riempiendo di odori intensi, pur essendo le piante ormai secche per il caldo e i fiori quasi scomparsi. Non vedeva foreste come nel parco del Rogue River dalla sua torretta; solo immensi campi di grano aggrappati alle colline, spezzati di tanto in tanto da casolari e masserie. La città si intravedeva da lassù, arroccata anch’essa sulle colline della zona, ma solo la vista dei due campanili della Cattedrale lasciava intuire la sua presenza. L’orologio segnava le 13, orario in cui interrompere il servizio e mangiare qualcosa. Raccolse le sue robe scendendo lungo la scaletta e un’ultima folata di vento gli portò una nota di finocchietto. Non l’avrebbe mai sentito quell’odore nel suo Oregon.
Dalla torretta si diresse verso la caserma della base, attraversando la strada in terra battuta utilizzata dai camion per il rifornimento di cherosene. Come tutte le altre basi realizzate per il progetto, era costruita a mo’ di triangolo, i cui vertici corrispondevano alle rampe di lancio. Sul lato maggiore di questo triangolo, una costruzione non molto grande e di un solo piano fungeva da caserma con alcune stanze amministrative e i posti letto necessari allo scarno personale in servizio. Davanti ad essa, il grande terrapieno destinato a deposito, protetto da un lato da un’alta muratura, mentre l’altro lato restava esposto affacciandosi sul gruppo elettrogeno e sulla centrale elettrica che teneva in vita tutto il sistema. Questa era la base, né più né meno, sufficientemente piccola e compatta da potersi nascondere dalle grandi strade che attraversavano tutta la zona – ma non abbastanza per un aereo, dato che il triangolo tracciato dalle strade attorno alla base le rendeva ben riconoscibili.
A lui era toccata una delle più settentrionali, circa 15 chilometri a nord di Altamura, che di quella zona era il comune più grande. A meno di due chilometri sorgeva in una foresta rigogliosa di pini il villaggio di Quasano, punto di riferimento per le poche uscite serali permesse nelle giornate estive in cui il paese si ravvivava e dalle città attorno le famiglie accorrevano a godere del fresco, dei gelati e dei giochi per i bambini. Un paio di volte ci era andato, camuffato da sobri vestiti fornitigli dagli italiani e nascosto dietro la sua scarsa conoscenza della lingua. Aveva acquistato un gelato alla mandorla, visto che nella zona gli alberi di quel frutto si spargevano a perdita d’occhio. Era incredibilmente dolce, ma abbastanza buono da iniettargli una piccola dose di serenità in quella vita inquieta che aveva accettato.
Raggiunta la caserma, aveva spalancato la porta dell’ingresso principale sperando di non trovarvi nessuno, ma dietro la scrivania erano seduti due degli italiani dedicati alle faccende amministrative. Non li apprezzava molto, poiché li vedeva ogni giorno fermi e sfaccendati mentre lui girava tra le torrette e i macchinari elettronici, e soprattutto perché nessuno di loro riusciva a pronunciare una parola in inglese. Lui si stava anche impegnando con l’italiano, ma loro niente. Quando era giunto qui pensava di ritrovarsi circondato da persone preparate, mentre gli erano stati assegnati soldatini e omuncoli della peggiore burocrazia. Era deciso a ignorarli e a dirigersi verso le sale dei macchinari, ma vedeva uno dei due fremere cercandolo con lo sguardo.
- Signor Davies, vi cercano a Gioia.
- Non vi capisco, scusate.
- Gioia, Gioia! Dal comando vi cercano.
- Gioia? Devo chiamarli?
Gli indicò il telefono e loro annuirono, lieti della sua comprensione. Li maledì, ma compose il numero del comando a Gioia.
- Comando generale.
- Tom? Sono Davies dalle base 6. Gli italiani mi hanno detto di chiamarvi.
- Buongiorno Damon. Come procede?
- Tutto bene, grazie. Ho controllato le disponibilità di cherosene e siamo a posto almeno per un paio di settimane. Stavo per andare a controllare i macchinari. Anzi, dopo la vedetta avrei più fame che altro.
- Ti libero subito, non preoccuparti. Volevo dirti che è pronta la disposizione per la tua sostituzione. Da Washington hanno scritto di poter completare il cambio di tutta la guarnigione e che l’unità che vi sostituirà è pronta a partire nei prossimi giorni. Dovrebbe servire un mese circa, poi vi riunirete qui e un cargo vi trasporterà di nuovo a casa.
- Grazie, Tom. È un’ottima notizia.
- A giorni arriverà la nota scritta per ufficializzarlo. Va’ a mangiare ora e se ti va domani passa di qui per il fine turno.
Fece un segno di ok ai due italiani mentre agganciava. Aveva notato che per tutta la durata della telefonata l’avevano fissato senza pause, ascoltando con attenzione il suo inglese pur di imparare o carpire qualcosa. I loro occhi dicevano di no.
Alcune ore più tardi prese le chiavi dell’auto di servizio per andare in città. In una delle sere di riposo aveva visto in un bar uomini vestiti di abiti dalla stoffa elegante, che aveva scoperto essere frutto della mano di un sarto locale. Saverio, uno dei pochi colleghi alla base in grado di parlare un buon inglese, si era impegnato a portarlo dal sarto per toccare e provare le sue creazioni, per cui quel giorno l’aveva chiamato e preso con sé.
Saverio era poco più grande di lui e aveva imparato l’inglese da alcuni parenti emigrati negli anni Venti e rientrati gradualmente in Italia dopo la guerra. Parlava la lingua colorata degli italoamericani, ma aveva cercato di integrarlo con lo studio su libri e libri in lingua. Era un tipo a posto, gentile in ogni momento e buon conversatore, per cui Damon aveva piacere di condividere con lui le piccole faccende da fare in città. Non veniva da quelle parti ma da un’altra regione del Sud Italia, per cui non era più ferrato di lui nei posti da visitare in zona.
In macchina parlarono della vita alla base e di quel che accadeva nel Mondo, che loro seguivano attraverso puntuali bollettini quotidiani. Parte del loro lavoro era aguzzare lo sguardo nei momenti più delicati, fiutandoli. Diverse copie di quotidiani italiani giungevano ogni giorno alle basi, mentre una o due volte la settimana veniva consegnato il New York Times e qualche magazine statunitense. In uno slancio di confidenza Damon decise di raccontare a Saverio della notizia comunicatagli dal comando nel pomeriggio, che il collega accolse con gioia. Gli chiese se ne fosse felice, e Damon rispose affermativamente ma senza la convinzione e l’euforia che avrebbe immaginato di trovare in una persona distante migliaia di chilometri da casa sua. Non poteva neanche giustificarsi il motivo di questa tiepida indifferenza.
Arrivarono presto in città, poiché distava poco dalla base e le strade erano libere di sera. Riuscirono a visitare il sarto poco prima che chiudesse la sua bottega, e mentre Saverio faceva da interprete Damon provava le giacche e i pantaloni preparati dall’artigiano. Gli sembravano meravigliosi, con quei tessuti italiani di grande qualità che ne valorizzavano i tratti e i colori, e ne comprò diversi. Il sarto fu accogliente per tutto il tempo, ma nel suo sguardo e nel suo italiano per Damon impermeabile non ritrovava cortesia o gentilezza, quanto un lucidissimo garbo dovuto più al suo mestiere che alla presenza del suo ospite. Damon si chiese se non lo vedessero negativamente gli abitanti del posto, simbolo involontario di un conflitto molto più grande delle loro campagne, delle loro case e dell’Italia tutta. Per pagare consumò quasi tutti i suoi risparmi, che erano ben limitati poiché aveva regolarmente spedito a casa più di metà della paga mensile. Si ripromise di spendere il resto in qualcosa da offrire a tutta la base, nonostante la loro convivenza altalenante.
Finita la spesa dal sarto, Damon e Saverio si sedettero in uno dei bar affacciati sulla piazza principale della città. Da tempo avevano costruito un codice comune per commentare le belle ragazze che gli passavano davanti andando su e giù lungo il corso principale. Pur protetti dalla barriera di una lingua sconosciuta quasi a tutti, preferivano usare cenni e piccole simbologie per indicare e valutare le passanti. Tutto partiva dalla scelta della miglior postazione per osservare la piazza, che prevedeva di sedersi uno di fronte all’altro di modo da tenere d’occhio entrambe le direzioni del corso. Damon diede un’occhiata alla copia del Corriere della Sera lasciata sul tavolino. Il titolo diceva qualcosa sui sovietici, con una foto grande di Krushev che parlava in una qualche assemblea. Non chiese a Saverio di tradurgli l’articolo; a volte desiderava non sapere nulla di guerra fredda, sovietici e missili, che pure lo costringevano a trascorrere alcune nottate in bianco con la testa schiacciata dalle paure. Avrebbe preferito il gelato alla mandorla, le belle passanti e gli abiti eleganti appena acquistati dal sarto.
- Tenente Damon, buongiorno.
- Buongiorno capitano. Mi scusi le pessime condizioni, ma venti minuti di macchina sono bastati a sudare così tanto.
- Immaginava che l’estate italiana potesse essere così? Quando son partito da casa lo scorso anno ho portato con me un bagaglio adatto per delle vacanze in California, e invece sto soffrendo più qui il caldo che durante la battaglia di Kasserine.
- È stato sul campo, capitano?
- Sì. Tunisia, Provenza, Reno. Non ho visto molti scontri, mi è andata bene. Anche lei?
- No, signore. Troppo giovane negli anni Quaranta. Sono entrato nell’esercito nel ’52.
- Bene, Damon. Certe cose è bene averle vissute solo sui giornali. Allora, mancano dieci giorni alla sua partenza. Volevo incontrarla qui al Comando per fare rapidamente il punto di come gestiremo il cambio della guardia. Domani arriverà il battaglione che vi sostituirà nelle basi. Cambieremo tutte e dieci in una volta, ma con una settimana di affiancamento da parte vostra.
Damon cercava di capire l’accento del capitano. Sembrava di qualche posto del Midwest, ma non sapeva distinguere quale. Portava bene i suoi sessant’anni, risparmiato dalle rughe che solitamente campi di battaglia e guerre scavano sul volto di chi le combatte. Lo vedeva circa ogni settimana durante il briefing al comando di Gioia, in cui chiamava il personale delle dieci basi per aggiornamenti puntuali. Non aveva mai lasciato trasparire segnali di preoccupazione, non più di quanta non ne suggerissero i missili sempre pronti a partire, come richiesto dal programma: uno caricato e in grado di colpire i sovietici entro quindici minuti da un segnale di emergenza; due di riserva, per arrivare e tre lanci in meno di mezz’ora; ogni base aveva tre rampe, potendo quindi colpire con trenta missili al primo lancio e con altri sessanta subito dopo. Novanta missili Jupiter con un raggio d’azione sufficientemente lungo da poter raggiungere tutte le repubbliche sovietiche e mezza Russia. Tanti megaton da poter sbriciolare novanta città in meno di un’ora. Poco più in là, sparse in Anatolia, altre decine di missili erano pronte a partire contemporaneamente. Tra Italia e Turchia era sempre sul punto di accendersi la brevissima miccia della distruzione nucleare.
Alcune delle sue notti erano costellate di visioni di case crollate. Consumava il suo sonno immaginando città enormi polverizzate dai missili che guardava ogni giorno da vicino. Immaginava lampi e rumori assordanti coprire tutto l’orizzonte. Sentiva l’ondata di calore delle esplosioni nucleari, con le cose e le persone ridotte a cenere. Vedeva la sua pelle lacerarsi, la carne staccarsi dal corpo e i suoi sensi svanire nella fine repentina delle cose. Non sentiva dolore in questi sogni. Non sempre, perlomeno, come se l’esplosione dei missili distruggesse il suo corpo lasciando intatta la sua mente. Quella svaniva solo in alcuni sogni più rari, che erano emersi in quegli ultimi giorni prima di abbandonare l’Italia. Ogni tanto vedeva le bombe sovietiche su Rogue River. Si immaginava mentre attraversava la foresta, il corpo avvolto da una camicia e non da un’uniforme, con gli odori delle piante che lo beavano. In alcuni sogni era piccolo e tornava agli anni in cui la foresta lo accoglieva dopo la scuola, lanciato in bici assieme a qualche compagno. Giravano in cerca di animali, che fuggivano prima di farsi vedere grazie al suono allertante del loro pedalare. Si fermavano in riva al fiume nei tratti con la corrente più spenta e si bagnavano nella sua acqua fredda. In questi sogni all’improvviso l’acqua diventava rovente e il cielo bianco, bianca la foresta, bianco il fiume, bianco tutto attorno. Arrivava il dolore, e rivedeva la carne e il sangue e i vestiti e le cose tutte polverizzate e sentiva di sciogliersi sotto i colpi dell’Apocalisse.
Questi sogni non li trascriveva nei taccuini. Non li raccontava dopo essersi svegliato avvolto dal sudore, né quando parlava con Saverio mentre in macchina raggiungevano il sarto e i bar e le belle passanti. Tutto quel che vedeva attorno a sé dopo essersi svegliato non raccontava di missili, esplosioni e guerre nucleari. Gli abominevoli strumenti della morte lo circondavano e il loro lancio era distante pochi secondi dalla sua mano e dai bottoni da premere, ma quell’anno in Puglia raccontava qualcosa di molto diverso dai suoi sogni e da quei 90 missili che a lui spettava controllare. Quell’anno sapeva di finocchietto, di mandorla, di italiani con cui non era in grado di parlare e di belle ragazze che passeggiano.
Nelle ultime notti prima di lasciare l’Italia, aveva ripreso a sognare Rogue River costantemente. A volte attraversava la foresta mano nella mano di una bella ragazza. Parlava alla foresta dicendo ‘’questa è mia moglie’’ e lei si presentava ad essa. Non un missile né una bomba rovinavano queste immagini. Il suo sonno aveva iniziato a rimuovere l’orrore nucleare dallo spettro dei futuri possibili. In qualche modo, iniziava a nutrire una certa speranza.
Miliusc Solakov probabilmente sognava gli stessi boschi e la stessa moglie di Damon Davies. L’aveva forse sognata la notte prima di attraversare l’Atlantico sul suo Mig partito dalla Bulgaria. Non era mai stato in Italia ed era troppo giovane per ricordarsi i tempi in cui i suoi due Paesi erano alleati contro gli americani che gestivano i missili Jupiter e i sovietici che producevano il suo aereo da guerra. Era diventato grande in una Sofia che riteneva i primi dei demoni di un mondo avverso, e i secondi dei manovratori occulti del proprio Governo. In Bulgaria Miliusc aveva vissuto un’adolescenza felice quando coi propri genitori lasciava Sofia per bagnarsi nelle fredde acque del Mar Nero. Non trovava molti turisti, perché in quel pezzo di Mondo le persone piangevano ancora i morti delle guerre e gli stranieri non vi si affacciavano mai. Lui era felice mentre si bagnava col Sole timido dei Balcani. Era felice anche mentre studiava per diventare un pilota dell’aeronautica bulgara. Aveva costruito il suo sogno guardando la tv di Stato che proiettava riprese dei fenomenali aerei sovietici. Si immaginava alla loro guida mentre difendeva i cieli della Bulgaria dai caccia americani. Dopo alcuni anni faticosi, aveva soddisfatto i suoi sogni entrando in Aeronautica e diventando pilota di guerra. Aveva un Mig 17 per sé e aveva iniziato a condurlo in cielo in attesa delle missioni vere. Alla guida di quello strumento di devastazione, era felice.
Miliusc era felice anche nell’autunno del 1961, mentre si lasciava alle spalle i Balcani. Aveva appena ventiquattro anni e i suoi sogni di alfiere del trionfo del suo Paese erano svaniti pian piano. Miliusc voleva scappare da quel mondo che aveva disatteso i propositi di giustizia per la classe operaia. Pochi anni prima studenti e lavoratori avevano protestato nel suo e nei paesi confinanti, chiedendo libertà e vite migliori di quelle a cui erano costretti dalla povertà. Aveva visto tutto questo represso nel sangue. Il suo sogno era svanito. Così, quel giorno aveva abbandonato all’improvviso l’esercitazione in cui era stato coinvolto, varcando il confine con la Jugoslavia e poi quello con l’Albania. Alla radio giungeva il suo nome e parole agitate nella sua e in altre lingue. ‘’Torna giù!’’, gli urlavano, ma lui si era anestetizzato agli appelli.
C’erano volute solo poche ore per ritrovarsi in volo su di una striscia profonda di mare. Era l’Adriatico, il confine marittimo dei due mondi. Sapeva che in pochi minuti sarebbe finito nello spazio aereo di quella metà del mondo ostile alla sua, e non aveva un piano con cui poterlo avvicinare, ma sull’aereo portava una grande fiducia nella possibilità di ritrovarsi accolto. Miliusc, eroe bulgaro. Era rimasto a quella immagine splendente che aveva accudito nella sua infanzia.
L’Adriatico era terminato presto. Una linea di costa e paesi si era affacciata subito davanti a lui, seguita da terra e terra e altri paesi. C’era voluto molto poco a raggiungere l’Italia grazie al suo aereo, ma mentre iniziava a realizzare il nuovo futuro che gli spettava, aveva sentito i rumori di motori che perdono colpi. Non aveva sufficiente carburante per viaggiare a lungo e l’aereo non reggeva più. Il lento cadere del Mig interruppe rapidamente la sua euforia; l’aereo perdeva quota e gli alberi e i paesi si avvicinava pericolosamente. Capì di non poter atterrare in un luogo comodo, poiché non vedeva nulla per decine di chilometri. Decise di tentarne uno di emergenza in aperta campagna. Mentre le sue mani ripetevano forsennatamente il segno della croce, il Mig di Miliusc Solakov planò tra gli uliveti pugliesi. Si fece male, ma l’impatto coi sogni di Damon fu ben più grave.
Damon era troppo distante per ascoltare il rumore delle ali del Mig mentre si spezzavano dal resto dell’aereo, né poteva sentire il secco colpo che Miliusc diede con la sua fronte alla cloche, ma in piedi sulla sua torretta aveva udito il motore avvicinarsi mentre rimbombava lungo la Murgia. Aveva pensato a uno degli aerei della base di Gioia al rientro da qualche esercitazione, ma il suono era cessato di colpo. Mancavano tre giorni alla ripartenza e la sua mente non era più in grado di accogliere pensieri riconducibili ai sovietici, ai missili e alla guerra fredda, perché guardando le campagne attorno a sé immaginava già il ritorno a Rogue River. La sua alienazione in quel momento era tanta da non sentire subito le voci italiane che lo chiamavano alla radio dopo lo schianto dell’aereo, né la confusione che era improvvisamente montata all’interno della base. Lo chiamavano, ma lui restava impassibile a guardare davanti a sé. Solo il frastuono delle sirene di allarme lo riportarono alle basi Jupiter, e quel rumore raggelò il suo cuore improvvisamente. Scese di corsa dalla torretta per raggiungere la caserma, dove trovò il suo sostituto già alla radio. Era arrivato da pochi giorni, un giovane texano più entusiasta di lui di dedicare i suoi vent’anni ai placidi comandi di una base missilistica, ma quella mattina Damon non vide sul suo volto segni di euforia. Della conversazione che stava intrattenendo, carpì poche parole: allarme, aereo, Mig, nemico, abbattuto. Il texano ascoltava in silenzio, probabilmente assorto dalla progressiva distruzione della sua placidità in favore di un imprevisto terrore, per cui Damon prese il controllo della radio. Chiamavano da Gioia. Al comando era scattato il massimo livello di allarme non appena una camionetta degli italiani aveva raggiunto quel punto improvvisamente scomparso dai radar della base. Alla vista della carcassa devastata del Mig e della stella rossa sulla sua fiancata, tutto era precipitato. Mentre alcuni di loro estraevano un sanguinante Miliusc dalla cabina dell’aereo, la camionetta era rapidamente rientrata alla base per allertare tutti dell’arrivo improvviso dei sovietici in Italia.
Come su di una lunga miccia stesa dalla Puglia a Roma a Washington, la scintilla era partita e stava prendendo gradualmente velocità. Viaggiava dalla base aerea di Gioia del Colle, sede del comando delle forze aree responsabili delle dieci basi missilistiche Jupiter, verso il comando americano di Roma, in cui un nucleo di alti comandanti gestiva assieme alla base tedesca di Ramstein l’azione della Nato in Europa. Dai meravigliosi palazzi romani, la miccia aveva ripreso in poco tempo a viaggiare oltre l’oceano, per arrivare il prima possibile al Pentagono e alle più alte cariche militari della repubblica statunitense. Qui, attorno a un tavolo d’emergenza, alcuni dei più decorati generali avevano raccolto il messaggio e convocato il Governo. Da ultimo, la miccia era arrivata al punto finale, su di una scrivania della Casa Bianca, sempre a Washington, in cui quotidianamente si sedeva il presidente degli Stati Uniti d’America.
All’altro capo della miccia, consapevole di essere allo stesso posto della persona più potente della Terra, Damon Davies aveva la mente affollata di incubi. Immaginava il Mig abbattuto nelle campagne attorno, coi ricorrenti e deliziosi aromi di erbe e fiori che aveva imparato a conoscere turbati dall’odore delle fiamme e del carburante. Vedeva il pilota accasciato sulla sua poltroncina, coi vetri sporchi di sangue per l’urto del viso. Non trovava il carico di missili e bombe che l’aereo portava con sé, inquietante anticipazione di un arsenale uguale e contrario a quello che lì dalla Murgia lui doveva gestire, ma di questo carico e di questo arsenale intuiva la forza e la minaccia. A tre giorni dalla sua ripartenza, poche ore prima di tornare a Gioia per l’ultimo volta, dismettere il suo equipaggiamento e salire su di un cargo diretto a casa, un aereo precipitato aveva bussato alla sua mente.
Era immobile in piedi mentre davanti ai suoi occhi ripassavano le visioni che avevano costellato le sue ultime notti italiane, rivedendo ancora Rogue River in fiamme, i corpi disintegrati dalle esplosioni e tutta l’America, o forse tutto il mondo, annichiliti dall’improvvisa deflagrazione del più grande conflitto mai visto sulla Terra. Chiudeva gli occhi immaginando davanti a sé il più grande fungo atomico di sempre, una Hiroshima all’ennesima potenza e innumerevolmente replicata sul pianeta. Damon iniziò a realizzare che la fine del Mondo fosse più vicina della fine del suo lavoro. Miliusc Solakov, nel desiderio ingenuo di fuggire dal suo Paese e di consegnarsi a uno nuovo, precipitando col suo aereo aveva innescato la lunga miccia verso il presidente John Fitzgerald Kennedy, e tutti ne erano pienamente consapevoli, ma una miccia spessa come uno spago, infinitamente più corta e forse più pericolosa, aveva preso fuoco nello stesso momento, e quella miccia portava alle mani di Damon Davies e ai missili Jupiter della base di Quasano.
Negli stessi istanti, il presidente Kennedy invitava tutti alla prudenza, perché la caduta di un aereo tra uliveti lontani non poteva giustificare lo scoppio della terza guerra mondiale. Le sue parole percolarono gradualmente giù, passando dai massimi generali fino al più umile capitano al comando della base di Gioia. Nel giro di pochissimi minuti, i militari statunitensi arrestarono e interrogarono il pilota bulgaro non appena ripresa coscienza, per cercare di capire i motivi per cui si era ritrovato in Puglia. I radar di tutta Europa cercarono nei cieli segnali di una minaccia che non sembrò deflagrare. Fu cercato un contatto diplomatico con l’URSS, che rassicurò la NATO sull’estemporaneità di quanto accaduto, negando legami tra l’azione militare e la rotta del pilota. In poco tempo, la peggiore delle visioni che l’umanità potesse avere si sgonfiò, e la lunga miccia della fine del Mondo, che da Gioia portava fino a Washington, fu spenta con più mani.
È facile spegnere un tale allarme. Ben più facile di sedare la rivolta sanguinosa che si sviluppa nella mente di un uomo in crisi. I sogni apocalittici di Damon imperversavano nei minuti in cui l’Orologio dell’Apocalisse segnava quasi la mezzanotte. Si guardava attorno, e vedeva le cose finire. Non riusciva a immaginare altro che cenere e sangue e le fiamme più alte ardere su ogni cosa. Come una malattia estremamente contagiosa, il suo terrore della fine del mondo pulsava nelle sue vene diffondendosi in tutto il corpo. Chissà come si erano sentiti i piloti dell’Enola Gay sorvolando Hiroshima. Chissà i pensieri di Oppenheimer nel deserto del Nevada, mentre annusava per la prima volta il futuro che aveva segnato. Chissà quando un primo uomo, magari lontano anni luce dalla possibilità di realizzarle, aveva tratteggiato le visioni di una Terra ridotta a nebulosa, disintegrata fino all’ultimo atomo. Damon se lo chiedeva mentre attorno a sé tutti si agitavano e l’Apocalisse si avvicinava.
Da bambino, correndo con la bici lungo i sentieri della foresta di Rogue River, cercava di scansare anche la più minuta delle forme di vita. Non gli sembrava ammissibile l’idea di terminare l’esistenza di una sola creatura di questo Pianeta. Era diventato soldato a patto di non imbracciare mai un’arma puntata contro un uomo, e aveva mantenuto la promessa. Non aveva visto sangue, né viscere o il dolore sparsi dai campi di battaglia, ma Miliusc Solakov era precipitato col suo Mig su tutto questo, devastandolo. La sua malattia nel tempo si era avvolta di una membrana per proteggere il Mondo, ma la punta di un aereo in picchiata l’aveva perforata. Si era sfaldata così in fretta che in poco tempo i suoi sogni avevano preso il possesso di tutto. Guardò alla sua destra i complicati terminali di controllo della base. Non era certo di saperli usare, ma li guardava e notava i grossi pulsanti a portata di mano. Com’è corta la miccia di un uomo malato. Chissà in quanto tempo il calore sarebbe arrivato, e le ossa e gli organi e il sangue vaporizzati, se la folle orgia del lancio dei missili fosse partita. Chissà se la fine del Mondo sarebbe stata rumorosa o se come un sussurro e un soffio di brezza le cose sarebbero svanite nel nulla. Ripensò al Rogue River lontano. Avrebbe voluto essere lì in quel momento, magari avvolto dal finocchietto portato dall’Italia, nell’ora ultima dell’esplosione atomica.
Anni dopo, camminando lungo la sua amata foresta armato solo di un bastone, Damon ricorda ancora gli attimi in cui immaginò il Rogue River ridotto a un grande cratere, ma questo non è accaduto e la notte è tornato finalmente a dormire.
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Al compimento dei miei trent’anni ho passato diversi mesi da custode della stazione di Pescariello. La sera in cui decisi di accettare l’offerta di lavoro e di trasferirmi nella casupola costruita di fianco alla stazione divenni il primo abitante della frazione dal 1974, anno in cui il binario per Bari era stato trasferito diverse centinaia di metri più in là. Tagliata fuori dalle grandi linee regionali, Pescariello aveva perso la sua funzione di crocevia tra i grandi centri della provincia e pian piano la gente della città aveva smesso di recarvisi. Fino ad allora molti uomini che lavoravano nei mandorleti e uliveti attorno si riunivano verso sera davanti alla stazione per prendere la lenta locomotiva che li riconduceva in città. Altri facevano la tratta inversa dopo aver racimolato qualcosa con cui sopravvivere; tornavano alle casette in tufo sparse tra i boschi attorno. Dalla città li vedevano come gli ultimi esemplari dei cafoni dei secoli passati.
È stata in una di esse che ho concluso la mia prima giornata di lavoro come custode, poggiando il cappello da capostazione su di una sedia scassata e sdraiandomi per terra a riposare. Il cappello non me l’aveva dato nessuno: l’avevo creato da solo la domenica prima cucendo una bandiera su di una vecchia coppola trovata in casa. Non immaginavo un capostazione senza un cappello a coprire la testa, ma nessuno ne aveva da parte uno per me.
Mi sdraiai per terra cercando un punto più morbido cui poggiare la testa, perché la stanchezza della prima giornata di lavoro aveva bussato forte alla mia porta. L’odore delle erbe della Murgia arrivava col vento e il sonno fu dolce. Al mattino capii perché il vento arrivava così intenso nella casupola: non c’erano porte, divelte da tutte le case da chissà quanto tempo. Avrei condiviso il fresco con le campagne attorno per tutte le notti, perché sulla Murgia a quell’ora l’aria era fresca e c’era molta pace nel mio cuore.
M’infilai il berretto in testa camminando verso la stazione. Avevo con me la seguente dotazione di servizio: il berretto, per l’appunto, su cui già notavo lo scucirsi del logo; un cappotto blu leggermente scucito; un taccuino con tutti gli orari dei treni in transito da e per Bari; una penna blue e una rossa; un secondo taccuino immacolato; un pacco di sigarette; un fischietto. Neanche il fischietto mi era stato dato, né qualcuno m’aveva detto che fosse necessario, ma chi ha mai visto un capostazione che non fischia?
Alle 8.32 iniziò la mia giornata di lavoro. Guardavo il taccuino degli orari e quello era bianco, vuotissimo per tutto il giorno e per tutti i giorni a venire. Dal 1974 nessuno aveva sostenuto la causa di riallacciare Pescariello alle linee e nessun treno era più passato da e per Bari. Non so cosa mi spingesse a sperare che un treno, persosi lungo il viaggio, potesse sbucare dagli alberi e fermarsi lì tra le casupole di tufo, ma io ero comunque pronto a fischiare al suo arrivo, ad accogliere i passeggeri e a rispedirli altrove. Non mi sembrava giusta la morte di quella stazione.
A fine mattinata non era accaduto nulla. Ero lì immobile sulla sedia della stanza del capostazione mentre fissavo l’orizzonte col fischietto in mano, ma nulla era accaduto. Il cuore mi si cosparse della paura di giorni a venire pieni di nulla e silenziosi. Lì capii che sarebbe toccato a me far accadere qualcosa.
In un cassetto della scrivania del precedente capostazione avevo ritrovato una mappa dei binari ferroviari presenti in tutta la provincia: linee attive, tronchi morti, depositi ferroviari. C’erano persino le linee a servizio delle basi Jupiter, costruite in fretta per la Guerra Fredda e abbandonate a se stesse dopo pochi mesi. Su quella mappa era disegnata una fortuna di ferro, giunture e traversine in cemento che aspettava solamente di esserla trafugata e usata meglio.
Il primo colpo l’ho realizzato alcune notti dopo. Tossivo molto quella notte, sfiancato dal freddo che mi colpiva attraverso le porte divelte delle casupole, ma mi ero avvolto della giacca e del berretto ed ero uscito per strada. Avevo puntato un binario morto segnalato sulla mappa pochi chilometri più in là. Avevo con me una carriola, una di quelle che usano i carpentieri in cantiere e che avevo trafugato da un’altra frazione. Dentro c’erano un cacciavite, un martello e il berretto ormai privo del suo logo mal cucito.
Quella notte ho tartasso la mia schiena mentre sfilavo e staccavo i pezzi dei binari, ma più li guardavo moribondi e più nobile mi sembrava il mio piano. Col cacciavite e con pazienza svitavo tutti i giunti per poi caricarli nel carrello che, non appena pieno al punto giusto, portavo lentamente alla mia piccola stazione abbandonata. Nel corso di un mese ho raccolto metri e metri di binari, spezzando le mie mani dalla fatica. All’arrivo dell’inverno avevo portato a Pescariello cento metri di binari da rimontare come Lego. Quando al mattino salivo nel mio sporco ufficio, mentre il taccuino era sempre vuoto e il berretto ormai grigio di polvere e abbandonato, guardavo dall’alto la mia opera crescente. Mi sembrava così dolce la mia ambizione di ridare vitalità a quella nervatura abbandonata.
Un giorno è tornata l’estate e trasportare chili e chili di ferraglia ha iniziato a costarmi troppo sudore. Mi fermai davanti alla stazione ammirando la mia opera, che lentamente avevo iniziato a posare e rimontare per creare dei nuovi binari. Una linea partiva per centinaia di metri verso Bari e la costa; un’altra andava nella direzione opposta per risalire verso le Murge più profonde e i colli coperti di campi e mandorleti.
Guardavo felice quella rete ferroviaria di mia creazione. Il berretto e la giacca da lì in poi non sarebbero bastati più, perché nel corso delle giornate marcate da freddo e sudore ero diventato un imprenditore, un vero pioniere alla conquista di quel feticcio di West. Mi sentivo Daniel Day Lewis ne Il Petroliere che guarda avido il ritrovamento di un pozzo. Tra quelle casupole e la Murgia desolata avevo trovato il mio petrolio.
Se solo avessi ricordato il film davvero, vi avrei rivisto la sventura della cupidigia. There will be blood, è il nome originale del film: cattivo presagio.
Le notti trascorrevano e il freddo sfibrava le mie ossa e la mia carne. Il giaciglio di tufo aveva intorpidito i miei muscoli e i chili e chili di ferro trasportati da un capo all’altro delle campagne avevano marchiato il mio corpo con una fatica da Sisifo. Ero felice, ma il mio corpo non sosteneva più la mia illusione.
Mi ammalai una notte d’estate. Da giorni avevo smesso di trasportare i miei binari, di infilare il mio berretto e di salire sulla stazione per guardare le cose dall’alto. Non mangiavo e bevevo più e iniziai a non alzarmi da terra, ma decisi che non sarei rimasto al chiuso di una casupola dalla porta divelta. Strisciai con fatica immane all’esterno per sdraiarmi tra ferule e finocchietto, e gli odori mi portavano già altrove.
Mentre morivo ripensavo al desiderio di riportare i cafoni e i lavoratori ad attraversare la mia stazione. Avevo mosso tutto il ferro del mondo per provarci e questo mi era costato la salute di corpo e mente.
Mentre morivo, morivo felice. Nessuno sarebbe venuto a cercarmi, perché nessuno mi aveva mandato a Pescariello e nessuno mi aveva dato il cappotto, il cappello, il fischietto e la mappa. Pescariello era scomparsa e grattata via dalla Storia. Ora toccava a me.
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Con questo racconto nel 2015 ho partecipato al concorso letterario ''Altamura Demos 2015'', arrivando al terzo posto nella categoria dei racconti brevi. Dopo tanti anni lo pubblico online così come scritto e pubblicato nell'antologia del concorso.
Dal bordo d'una finestra di pianura la linea dolce delle montagne era sempre parsa a qualsiasi spettatore come un tratto di penna quasi consumata, un lascito d'una mano che vi aveva posto troppa poca cura. C'è chi diceva semplicemente come da sempre la pianura e le montagne fossero appartenute a mondi differenti, col solo aspro Sole a legare i terreni e la pelle degli abitanti. Così raccontavano i nonni di M. nelle sere in cui chino alla finestra osservava le fioche luci lontane appese ai monti, domandando loro chi potesse vivere in una terra così scostante e inadatta al cammino e al lavoro. ''Quello – gli sussuravano – è il popolo dei calanchi, gente dalla lingua densa come il vino cui s'abbeverano''. Il suo sguardo, allora, si spostava sulla Luna che osservava i calanchi dall'alto: come un manto ricamato sotto la sua luce si stendevano i villaggi con le loro fiammelle. M., ancora bambino, poteva quasi ascoltare i canti dei montanari e le preghiere portate dal soffio del vento: allora i calanchi vivevano come non mai.
Il ragazzo crebbe con lo sguardo rivolto lontano ai monti, dedicando loro l'ultimo pensiero della sera: si avvicinava alla finestra, l'apriva senza far rumore e lì, immobile, fissava le luci lontane, perdendosi ogni volta al suono delle cantilene degli abitanti. Attorno a sé la città cresceva, si gonfiava gracchiando il rumore industrioso del benessere, della laboriosità febbrile dei concittadini. M., però, non faceva rumore, non correva per strada, non urlava. Egli cresceva al crescere dei fuochi dei calanchi. Le vicende della sua vita lo portarono per un po' ben lontano dalle montagne in chissà quale distante metropoli. Non sappiamo quali avventure abbia vissuto lì nei suoi viaggi, ma non importa: ai calanchi e alla Luna non interessano le vicende febbrili e laboriose.
Quando M. decise di tornare al paese natio, il primo gesto cui si dedicò fu quello di osservare i monti, ma lungo la linea della loro sommità non distingueva più che qualche rado e isolato fuocherello. Uno di quei fuocherelli accesi per necessità da un cacciatore di passaggio; nulla a che vedere con la moltitudine di luci che gli aveva ornato le pupille nell'infanzia. Continuò ad attendere il risveglio dei paesi invano, poiché essi sembravano ormai calati in un sonno privo d'alba. Un giorno, col cuore colmo di malinconia, capì come non potesse più attendere lì immobile, con la vaga speranza che tornassero le luci: prese le poche cose che potessero servire, infilò tutto in un zaino e s'incamminò lungo la strada che saliva fino le montagne. Non aveva mai potuto percorrerla da bambino, per il timore che qualcosa potesse accadere nelle terre disabitate. Un cuore nostalgico, però, non può fermarsi davanti alla vaga paura che una strada può riservare; camminava deciso sulle chianche, osservando le campagne disabitate che facevano loro contorno mentre, di tanto in tanto, alzava lo sguardo ai calanchi. ''Arrivo'', pensava.
Camminò a lungo, in una terra che aveva sempre vissuto – da lontano. Conosceva a menadito ogni acro di terra e ogni tornante della strada con la bravura dello studioso di geografia. Nel vedere da vicino le cose a lungo scrutate, M. s'accorse di quanto lontane fossero dalla traccia umana. Non vi era che qualche sporadico segno: una pietra miliare, un cartello, un rifugio. Di quei terreni si coglieva l'intima relazione alla Natura e al principio delle cose. Fu così, col rinnovato stupore che giaceva nel cuore, che M. arrivò ai piedi del sentiero principale, quello che giungeva fino al paese più grande di tutti: il centro dei calanchi. Col volto all'insù attese a lungo dietro i cancelli chiusi del borgo. Bussò una prima volta, ma l'unica risposta che poté avere fu quella del vento, che sulla vetta delle montagne soffiava terribilmente. Bussò una seconda volta, una terza, senza che una voce si levasse in risposta. Cautamente spinse il cancello con forza per farsi largo nel paese senza essere annunciato. Oltre le mura M. trovò le case che gli si eran mostrate a lungo durante la sua infanzia. Camminò lungo le viuzze, percorse le piazze, si affacciò oltre il recinto dell'unica chiesa del borgo. Cercò dapperttutto, ma della vitalità che aveva respirato di lontano da bambino non trovò traccia alcuna. Il paese era deserto. M., terrorizzato, salì sulla sommità della torre cittadina per osservare dall'alto le case e la campagna attorno, e lì capì.
Con gli occhi che tornavano a tingersi di malinconia, M. capì la sorte degli abitanti dei calanchi. Stretti tra le montagne ed il vino avevano a lungo sognato delle metropoli lontane e delle loro sfavillanti luci: durante la loro infanzia avevano sognato di avventure distanti con la stessa intensità dello sguardo di M. rivolto ai fuochi delle montagne. Un giorno avevano raccolte le loro poche cose per migrare lontano.
Sulla cima della torre M. non poté che accendere un falò, con la speranza remota che gli abitanti tornassero a vivere coi calanchi.
