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Quando i media britannici raccontano qualcosa di Matt O’Riley partono spesso da un aneddoto: poco meno che ventenne il giovane anglo-danese, lasciato il settore giovanile del Fulham, ha passato diversi mesi della pandemia correndo con suo padre nei parchi attorno a casa sua. Era senza squadra e sembrava già in un imbuto per la sua carriera, non agevolata dal blocco sportivo legato al Covid. Nel gennaio 2021 O’Riley è stato ingaggiato dal MK Dons giocando una grande stagione in Championship, che gli è valsa nel gennaio 2022 il passaggio per 1.5 mln di sterline al Celtic.
A Glasgow O’Riley trova un allenatore emergente ma di grande apprezzamento quale Ante Postecoglou, che nelle sue stagioni col Celtic ha sviluppato quel gioco efficace e vincente che lo ha portato ad allenare il Tottenham. Il passaggio sotto Postecoglou è stato fondante per O’Riley: “Ange mi ha detto al telefono, ‘Certo, vogliamo vincere. L’aspettative è di vincere ma vogliamo farlo nella giusta maniera, giocando il giusto calcio’. Appena chiusa la chiamata, ero pronto a trasferirmi, onestamente”. Col successore di Postecoglou, Brendan Rogers, il giocatore raggiunge compie un balzo in avanti notevolissimo nelle statistiche e nel gioco mostrato.
Dopo l’annata molto positiva nella seconda serie inglese, il passaggio a un campionato di caratura simile aiuta O’Riley a confermare e ampliare tutte le sue qualità e caratteristiche: un tuttocampista in grado di giostrarsi nella regia bassa come in quella sulla trequarti, un box to box aiutato dalla grande resistenza. Su tutto, un perfetto numero 8 in grado di dominare tutte le zone della metà campo avversaria.
Alto 1.87 per 77 chili, O’Riley possiede una grande tecnica sia nel tiro che nel passaggio. Le compilation e i suoi gol e assist – sono tanti, soprattutto nell’ultima stagione da 19 gol e 16 assist in 48 partite in tutte le competizioni – colpiscono soprattutto per la varietà e qualità dei suoi passaggi. Filtranti bassi e alti verso la trequarti avversaria, cambi di campo, cross da fermo e in movimento sono il repertorio migliore di un giocatore che raggiunge i 2,5 passaggi chiave a partita su 54 passaggi a partita di media, con percentuali di successo tra l’80 e l’85% - percentuali alte considerando l’alta propensione al rischio nelle sue scelte. O’Riley è un giocatore consapevole delle sue qualità di visione e passaggio, consapevolezza che lo porta a tentare anche le giocate più difficili e rischiose. Nell’ultima stagione ha sposato appieno le capacità di inserimento in corsa degli esterni del Celtic, rendendolo un giocatore perfettamente integrabile con terzini e ali in grado di tagliare verso l’interno e l’esterno del campo.
Il vasto repertorio di passaggi di Matt O'Riley
Non solo: i tanti gol sono la prova di buone qualità anche nel tiro e nell’inserimento, ancora una volta dimostrato dalla varietà di occasione ben finalizzate. Da centrocampista, O’Riley sviluppa 0,4 xG a partita e 0,14 xG a tiro. In Champions, torneo in cui il Celtic quest’anno non ha superato i gironi, O’Riley non ha segnato ma ha accumulato comunque 3 assist, mantenendo un buon rendimento nonostante il tracollo generale e l’eliminazione.
L’ottima stagione gli ha regalato le prime due convocazione con la nazionale della Danimarca, che lui ha scelto di rappresentare seguendo la cittadinanza acquisita tramite la mamma danese, ma è stato inspiegabilmente lasciato a casa per l’Europeo in Germania dal CT Kasper Hjulmand. La Nazionale si è così privato del suo miglior centrocampista per rendimento stagionale assieme all’ex Lecce Morten Hjulmand, in un centrocampo sì pieno di ottimi giocatori – non sarebbe facile scalzare Eriksen, Delaney o Hojbjerg – ma numericamente corto in favore di molti e meno qualificati attaccanti.
Ora, dopo 27 gol in 119 partite, e con 24 anni ancora da compiere, O’Riley è diventato un importante uomo mercato, accostato all’Inter, alla Roma, all’Atletico Madrid, al Southampton e soprattutto all’Atalanta (per rimpiazzare l’eventuale partenza di Koopmeiners) e alla Juve (per rimpiazzare l’eventuale mancato arrivo di Koopmeiners). Voci non casuali: le qualità palla al piede e le capacità finalizzative di O’Riley ricordano molto le ottime stagioni all’AZ dell’olandese, poi confermate in Italia, e O'Riley ne rappresenta la versione forse ancora acerba ma più economica. L’ottimo impatto avuto da Koopmeiners e quello dell’ultimo arrivato dal campionato scozzese, cioè un altro numero 8 come Lewis Ferguson, sono due buone stelle per invitare i club italiani a scommettere sulle prospettive di Matt O’Riley.
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Martedì sera il Lens ha battuto l’Arsenal con una partita di grande intensità, specchio delle grandi prestazioni della scorsa stagione e di un mercato ambizioso e oculato. Dopo aver venduto Luis Openda al Lipsia, il Lens ha comprato il ventenne Elye Wahi dal Montpellier per 30 milioni di euro. Wahi è uno degli attaccanti più promettenti di tutto il calcio francese, grazie al campionato da 19 gol e alle sue capacità fisiche e tecniche già molto sviluppate. Il gol con cui il Lens ha pareggiato il vantaggio iniziale di Gabriel Jesus è un sunto delle altre qualità di Wahi: in meno di un secondo è riuscito a raccogliere al limite dell’area un cross del terzino Machado, in un contropiede rapidissimo frutto del recupero palla di Machado stesso. Nonostante la rapidità dell’azione, Wahi è riuscito a fermare la palla di petto e a servire di esterno al volo Adrien Thomasson, salito in soccorso sulla stessa fascia di Machado. Thomasson ha calciato la palla servitagli velocemente da Wahi con un tocco di interno destro dolcissimo, che ha permesso alla palla di aggirare Ramsdale con una curvatura perfetta. Il tiro di Thomasson è sembrato tratto da quelle azioni della CPU dei videogiochi di calcio in cui, complice un livello di difficoltà alto, l’IA riesce a incrociare sempre le traiettorie migliori, imparabili anche per i portieri più reattivi.
Questo 1-1 del Lens è stato il gol più bello di tutto il martedì di Champions, unendo una sponda e un tiro di ottimo livello tecnico. Il gol sintetizza alcuni tratti della Ligue 1 degli ultimi anni: laboratori tattici di grande livello, quale quello di Frank Haise che allena il Lens dal 2020; giovani dallo spiccato talento e spesso dai mezzi fisici sopra l’ordinario; giocatori più maturi e forti di lunga esperienza tra Ligue 1 e 2. Il calcio francese deborda di entrambe le categorie di giocatori, coi primi che molto spesso finiscono all’estero – basti pensare alla sola nidiata di centrali difensivi dominanti costruita dal Lipsia negli ultimi cinque anni con Upamecano, Konatè, Mukiele e Simakan – e i secondi che rappresentano l’ossatura delle squadre, quelli che restano.
Adrien Thomasson, che compirà 30 anni a dicembre, è uno dei membri di questa categoria, ma non dei migliori. In 12 stagioni tra Evian TG, Nantes, Strasburgo e Lens ha segnato 43 gol e 36 assist in 294 partite, diventando uno dei più longevi e proficui giocatori dell’attuale campionato. Negli stessi anni altri giocatori hanno marcato la Ligue 1 grazie a grandi capacità tecniche e tattiche, marcando le statistiche migliori dietro ai mostri sacri del PSG – o, non poche volte, meglio di loro. Sono la nidiata dei grandi ed eleganti protagonisti del campionato francese, che alle spalle hanno pochissime o nulle esperienze all’estero o nella Nazionale francese, pur mostrando livelli di gioco buoni quanto i loro colleghi più giovani che, spesso, giocano già in grandi squadre straniere. Molti si sono avviati verso la fine delle loro carriere, altri hanno ancora un po’ di annate davanti con cui, chissà, giocare un Mondiale o più Champions League.
- Benjamin Bourigeaud, 29 anni, Rennes
Bourigeaud è uno dei giocatori che meglio colpiscono la palla nel campionato francese. Cresciuto nel Lens e dal 2017 nella rosa del Rennes, gioca prevalentemente come esterno destro e centrocampista centrale. In entrambi i casi è il regista avanzato della squadra e riesce a servire l’ultimo passaggio verso le punte o gli esterni, grazie all’ottima visione di gioco e alla bravura sia nei filtranti bassi che nei cross. Pur non essendo particolarmente veloce, ha dei buoni strappi e un grande dinamismo sulla trequarti. Ricorda Kevin De Bruyne.
- Martin Terrier, 26 anni, Rennes
Altro pilastro del Rennes, Terrier ha alle spalle una carriera più movimentata pur essendo più giovane di Bourigeaud. È cresciuto nel Lille e da lì ha giocato per Strasburgo e Lione prima di arrivare al Rennes. Qui ha raggiunto la piena maturità, frenata dalla rottura dei legamenti crociati dello scorso gennaio, che non gli ha impedito di essere uno dei giocatori dal rendimento migliore, grazie ai 9 gol in 16 partite. Gioca principalmente da esterno sinistro, pur avendo giocato in passato come punta grazie alla sua completezza. È diventato un grande finalizzatore – con 21 gol in campionato due stagioni fa – grazie alla capacità di inserimento e finalizzazione, ma anche a buoni colpi di testa.
- Gaetan Laborde, 29 anni, Nizza
Compagno di squadre per due anni di Bourigeaud e Terrier al Rennes, Laborde è passato al Nizza lo scorso anno. È un giocatore molto versatile, avendo giocando sia da esterno destro che da punta nel Montpellier e nel Rennes. Cresciuto nel Bordeaux, è un grande finalizzatore grazie all’intensità con cui recupera e gioca con la palla, pur non avendo mezzi fisici e tecnici particolarmente sviluppati. Buon colpitore di testa, giocando sulla fascia ha raccolto anche molti assist.
- Jonathan Clauss, 31 anni, Marsiglia
Clauss è il caso più strano di questo gruppo di giocatori, sia perché arrivato molto tardi in Ligue 1 – ha giocato a lungo nelle serie inferiori, prima di due stagioni nella Zweite Bundesliga con l’Arminia Bielefeld che lo hanno portato nel Lens – sia perché unico ad aver raccolto alcune presenze con la Nazionale. Clauss è un terzino destro veloce e resistente, che percorre tutta la fascia riuscendo a dare un buon contributo in fase difensiva e ottime capacità di assistenza in quella offensiva. Ha un ottimo cross e dribbling, che gli permette di risalire il campo facilmente anche quando è più pressato. Negli ultimi anni è stato uno dei migliori giocatori per rendimento e questo, come detto, lo ha portato ad alcune presenze in Nazionale, dove paga il fatto di aver davanti a sé un giocatore molto diverso e più funzionale al gioco di Deschamps come Pavard.
- Teji Savanier, 31 anni, Montpellier
Savanier non ha compiuto grandi salti come tutti gli altri giocatori nel gruppo, essendosi stabilizzato nel Montpellier dopo anni nell’Arles-Avignone e nel Nimes, ma il suo rendimento lo rende uno dei migliori centrocampisti della Ligue 1 da diversi anni. Un paio d’anni fa nella BEST XI annuale sulla Ligue 1 redatta dall’Ultimo Uomo è stato definito l’Ever Banega francese. Ricorda molto l’argentino per il fisico poco longilineo e rapido, ma anche per l’ottimo dribbling nello stretto e un grande controllo palla. Negli anni ha giocato da regista basso, prima di essere utilizzato come trequartista nella scorsa stagione. Buono sui calci piazzati, la scorsa stagione ha raccolto 12 gol e 4 assist in campionato.
- Valentin Rongier, 28 anni, Marsiglia
Rongier è l’anello di congiunzione tra il giocatore che ha sostituito nell’OM, cioè Maxime Lopez emigrato in Italia, e il miglior centrocampista degli ultimi dieci anni della Ligue 1, cioè Marco Verratti emigrato in Qatar. Da quest’ultimo, che ha citato diverse volte come modello, riprende il ruolo di regista basso con l’incarico di dare interdizione e copertura difensiva, sfruttando la grande resistenza e il buon controllo palla con cui spezza il gioco avversario dando rapidità alle ripartenze. È cresciuto nel Nantes prima di passare all’OM nel 2020 e la sua posizione bassa gli ha fatto raccogliere pochi gol e assist in campionato.
- Benjamin André, 33 anni, Lille
Veterano del gruppo, André è anche quello con le minori capacità tecniche – pur discrete – e il suolo più spiccatamente difensivo. Mediano prima dell’Ajaccio e del Rennes, poi del Lille dello scudetto del 2021, fa dell’aggressività e delle capacità difensive la leva con cui fornire copertura alla difesa. In carriera ha raccolto 99 gialli, ma è forse il miglior centrocampista difensivo del campionato da diversi anni.
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Il calcio è una delle cose che più mi incendia. I miei amici sanno bene quanto possa mutare durante una partita, trasformato dall’euforia o dalla disperazione delle singole azioni più che dall’esito finale. Al calcio affido la mia parte più irrazionale e lo faccio con grande gioia.
Amo il calcio in tutte le sue forme, ma viaggiare tra gli stadi è quella che più mi piace. Non sono un grande frequentatore, ma ho messo tra gli annali che porterò per sempre con me alcuni momenti intensissimi (quantomeno per la mia scala personale e per il mio irrimediabile amore per l’Inter): ho vissuto il pareggio a Barcellona lo scorso anno, ho visto Belotti e il Torino infierire sulla Roma alcuni anni fa, ho vissuto il dramma dello scudetto perso dall’Royale Union Saint Gilloise a Bruxelles lo scorso anno (ma fuori dallo stadio, per rendere tutto anti epico), ho sempre e solo visto il Bari nelle ultime partite di campionato festeggiare le promozioni, ho accumulato alcune serate più o meno felici a San Siro dal 2009 in poi. Sono felicemente un occasionale, uno che accetta di avere una piena appartenenza per poi sposare i momenti che capitano a portata di mano.
Ieri sono tornato allo stadio D’Angelo a vedere l’Altamura. È stata la prima volta da quando ho cessato le funzioni di assessore – da quando, cioè, andare allo stadio significava perlopiù un guardare da vicino le condizioni del prato, delle tribune, degli spogliatoi, quando riuscivo a sistemare una cosa per vederne due cadere a pezzi.
Per la prima volta dopo tanto tempo ho vissuto lo stadio della mia città nella pienezza dell’occasionale quale sono, godendone. Tra gli spalti, accompagnato dal mio papà per cui l’amore per l’Altamura si è rinfocolato tanto più si annacquava quello per l’Inter, ho guardato la squadra vincere seccamente per 3-0 e rinfocolare gli auspici di promozione in C che la dirigenza ha giustamente portato sulle sue spalle.
Ma la godibilità sportiva della partita – che meraviglia il giovane terzino col 3, uno che vorrei all’Inter a raccogliere i palloni dolci di Federico Dimarco – oggi ha lasciato spazio nella mia mente alla ricostruzione di quel gioco di scherzi che prende vita nella tribuna centrale del D’Angelo ad ogni partita. Non l’ho trovato mai altrove questo clima di cittadina che si raccoglie dopopranzo nel nome di un più o meno vivo attaccamento per la squadra. C’è la pattuglia di nati negli anni Cinquanta e Sessanta che porta ancora in mente momenti più felici per le squadre locali, e rinvanga nel tifo nostalgico come farà fino alla fine. C’è la classe media della città, quasi esclusivamente maschile e borghese che tra i seggiolini condensa socialità e discussioni che possono essere anche economiche e professionali. C’è la politica locale a sprazzi, divisa tra le apparizioni dei Sindaci e i più fedeli e costanti consiglieri. Ci sono tanti bambini occasionali come me a trent’anni, che pur riescono ad affezionarsi a questi giocatori che già sfuggono da ogni sogno un giovane tifoso potrà mai covare.
Un po’ rintronato dalla digestione del pranzo, il paese la domenica si ritrova sui gradoni e si rappresenta per quel che per tutto il resto del tempo, ma in una veste che puntualmente ritrovo dolce.
Questo 3-0 speranzoso e questa dolcezza domenicale sono stati il modo più profondo e naturale per inaugurare la settimana in cui torno nuovamente a vivere ad Altamura, che è un modo per dire che ritorno da me.
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Pare che sulle tribune del San Nicola di Bari i doppiofedisti non siano ben accetti. Colpevoli di tifare squadre di città distanti, forti di società ricche e potenti, colpevoli di recarsi nello stadio della propria città o Regione solo per le grandi occasioni – e mai quando si lotta nella polvere, come vorrebbe la passione più vera – non sono ben accetti a Bari, come immagino non lo siano neanche a Catania, a Potenza o a Reggio Calabria.
C’era quella frase di tanta bella letteratura e di religiosa tradizione – ‘’l’ebraismo si trasmette per madre’’ – che mi ha suscitato sin da bambino un paragone miserrimo, laico, eppur non meno mistico e cerimoniale, che vede il tifo calcistico trasmettersi per parte di padre. Come se fosse una malattia, pensavo da bambino, si è condannati a nutrire una sincera gioia e un sincero dolore per le sorti di una squadra la cui unica colpa (e merito) è stata quella di appartenere a tuo padre, a sua volta contagiato chissà dove e come.
La letteratura e gli scrittori hanno raccontato in tanti il valore religioso del tifo calcistico; da bambino ‘’Futbol’’ di Soriano sembrava uno spaccato a mia immagine e somiglianza della quotidianità ossessionata dalla propria squadra e dalla sua mistica, prima di accorgermi, da grande, che le lucide e mediatiche squadre contemporanee, pur senza alcuna infamia, poco hanno a che vedere col calcio povero vissuto e raccontato da Soriano o Camus. Ma questo importa poco, come in tante altre cose della vita, perché siam fatti per nutrirci di immaginari. E quale migliore immaginario di assegnare alla propria squadra il linguaggio della fede?
Dicevo, il tifo si trasmette per parte di padre. Così è stato per me, come tanti, e così son cresciuto con le maglie di Ronaldo, di Adriano, di Ibrahimovic e Mauro Icardi – ecco, metterli in riga adesso mi ha restituito un quadro tragicomico fatto di tradimenti e addii, ma quest’è il mio armadio e con questi c’è da fare i conti.
I pellegrinaggi nella lontana Milano non sono stati pochi, spinto prima dal babbo nelle notti di Champions e poi da solo. Persino in trasferta! Tant’è contagioso il tifo adolescenziale trasmesso per padre, che ti porta pure a seguire una squadra lontana in città ancor più lontane.
Com’è possibile esser così senza cuore verso le squadre più vicine?
Tifare una squadra, hanno scritto in molti, non è un esercizio algebrico di fedeltà territoriale, né familiare, né di voglia di salire sul carro dei vincitori. Chissà cosa ne avrebbero scritto Soriano e Camus, di cosa e come si possa tifare, ma la ragione che mi son dato è quella che ravvedo in tante altre parti della vita: sono gli immaginari a convincerci a far cose e anche il tifo sarà guidato dall’immaginario migliore per noi, solleticati dai colori, dai cori e dagli annali, dalla storia e dalle storie che il calcio, sempre come tutte le cose della vita, raccoglie e racconta in quantità.
Facciamo cose perché c’è un racconto convincente che riusciamo a vederci dentro. Neanche nel calcio siam fatti per adeguarci a dettami troppo ortodossi e ci lasciamo suggestionare sin troppo facilmente. Basterà la partita giusta al momento giusto, la cavalcata più travagliata nella stagione più opportuna, per ricavare in noi l’affezione verso questa o quella squadra. Starà poi alla squadra la capacità di alimentare e non spegnere quell’immaginario.
È un pensiero stupido ma con cui è piacevole far pace: ieri, sulle tribune di un San Nicola gremito e colpito dal freddo inatteso di aprile, circondato da molto rosso e nell’inedita serie C, ho fatto pace col fatto che, anche nel calcio, un cuore possa avere molte camere e abitarle tutte.
