il blog di Michele Cornacchia

(foto di Tricarico presa dalla pagina Wikipedia)

 

Alcuni mesi fa ero a pranzo in un ristorante romano quando, poco prima di pagare e uscire, ho ricevuto un breve messaggio di condoglianze da un conoscente. Così, prima di poter sentire i miei genitori, ho scoperto della morte di mia nonna Teresa, madre di mio padre e amatissima matrona della mia numerosa famiglia paterna. 

Nonna è stata per la famiglia tante cose. Su tutte, è stato il generoso collante che ha tenuto assieme i cugini, a suon di pranzi altrettanto generosi e premura domenicale. Per anni l’avevamo conosciuta come la controparte tenero di un nonno altrettanto affettuoso, ma di un affetto impastato di severissimo metodo e attenzione, di diligenza e premura, che hanno composto l’educazione quasi calvinista che ha temprato mio padre e, in maniera loro malgrado più debole, me. 

Uno dei ricordi più caldi e vivi di nonna riguarda un tema ricorrente nelle conversazioni domenicali, fattosi sempre più presente col passare degli anni: il tema del non migrare, il tema del restare vicini. 

Nonna era lucana, nata e cresciuta nella nobile e splendida Tricarico arroccata sui calanchi, e altamurana lo è diventata per il lungo e fecondo matrimonio con mio nonno. Legatissima alla sua famiglia, aveva ridotto sempre più nel tempo le visite al suo paese e ai suoi familiari, che ricambiavano egualmente con frequenti visite alla sorella trasmigrata in Puglia quasi settant’anni prima. 

Sono stati davvero anni di migrazioni i primi anni della mia famiglia, poiché tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato nonno a spostarsi da Altamura – sempre per amore, direi, traslando l’affetto sulla necessità di muoversi lontano per guadagnare più di quanto la povera Altamura potesse offrire – verso la già ricca Brianza e poi ancora oltre, verso la Svizzera e la Germania. Lì assorbirà a fondo l’arte della falegnameria e della piccola industria, imparandone tecniche e metodi di organizzazione del lavoro che poi formeranno i suoi figli, avviandone la storia di maestri d’ascia prima e di imprenditori poi. In Svizzera, poi, ritroverà parte della famiglia tricaricese di mia nonna, emigrata nel cantone di Zurigo e lì ad oggi ancora saldamente impiantata. Mia nonna, invece, in quegli anni che mio padre mi ha raccontato pressocché di povertà, si prendeva cura dei figli che man mano arrivavano e crescevano, prima del ritorno definitivo di mio nonno a casa.

Questa è sempre stata la breve biografia familiare ricostruita dai racconti dei nonni prima e di mio padre poi, così distante dall’agio e dalla sicurezza in cui siamo cresciuti noi figli e nipoti nati dagli anni Novanta in poi, e questa mi son sempre fatto bastare, ma la biografia della mia famiglia fa capolino nelle giornate in cui torno a frequentare con gli amici la Lucania e le sue cittadine, così come riemerge quando devo presentarmi: ‘’sì, sono pugliese, ma in realtà sono anche lucano’’, come se la fievole discendenza tricaricese potesse caratterizzarmi in profondità. 

Presentarmi così mi serve, tuttavia. Mi sembra di dover rimarcare quell’origine per recuperarne il contesto e la storia, perché oggi a dire ‘’sono pugliese’’ sembrano emergere immaginari sempre più schiacciati dal marketing territoriale, che poco rappresentano il Novecento di certe aree – e quale area più della Murgia, zona interna di fatica contadina e artigianato, a lungo più simile alla provincia materana che alle ricche coste baresi. 

E quindi, son sempre pronto a pescare dalla storia della mia famiglia per poter timidamente ribattere con altri immaginari, forse non meno esasperati e forzati ma necessari per non riscoprirsi appiattiti. 

Ora, tutto questo potrà sembrare ancor più retorico del marketing territoriale dei pugliesi, e potrei darvene atto e ragione, ma è un gioco dialettico che mi serve per interrogarmi sullo stato di salute di quei paesi e di quelle cittadine che i miei nonni lasciavano. 

Negli ultimi anni c’è stata una premura che tornava nei dialoghi di nonna quasi ossessivamente e che agganciava la sua biografia alle nostre storie: lei sperava che nessuno di noi nipoti emigrasse, che tutti restassero ad Altamura, contraddicendo quanto fatto per amore da lei. Lo diceva sempre, auspicandoselo ad alta voce, e i pochi di noi colti in brevi esperienze lontane per motivi di studio o lavoro erano sempre salutati con l’augurio di “trovare una bella ragazza qui, per tornare”. 

Com’è stato faticoso, in tutto questo, presentarle la mia ragazza veneta emigrata a Bruxelles. E com’è stata premurosa e accogliente mia nonna, abituata a inframezzare il suo italiano asciutto con parole ed espressioni altamurane dall’accento e dalla cadenza ancora lucana, mentre le offriva da mangiare e le parlava dolcemente. L’auspicio, pur vivo, era presto archiviato in quelle conversazioni: l’affetto vinceva la voglia di tenere i nipoti vicini, augurandoseli felici. È uno dei ricordi ultimi di nonna e, forse, il più lucido e più dolce.

Negli ultimi giorni, ripensando a queste lontane note biografiche e a questi recenti ricordi, ho pensato di dover spolverare questa storia familiare, di recuperarla e approfondirla e potermela raccontare meglio. I miei nonni lasciavano luoghi che immagino diversi dal loro stato attuale, ma non so come e fino a che punto. Anzi, oggi mi sembra di conoscere poco persino la storia della mia famiglia, e non mi basta. Penso che i miei nonni si siano spostati profondamente, ma con un verso. Io, al contrario, mi sento in costante spostamento, ma senza verso, e mi sembra di doverlo riguardare, di riprendere il loro affetto. Tocca ripercorrere il cammino dei miei nonni e scriverne, per dare una forma al mio. 

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