il blog di Michele Cornacchia

Foto di bambini Jenisch dal sito della SRF

L’ultimo numero della newsletter ‘’Le vite degli altri’’ curata dalla redazione di Lucy racconta la poetessa svizzera Mariella Mehr, morta lo scorso anno a Zurigo, la cui storia è incastonata nella tragedia degli Jenish, un popolo di origine celtica ricondotto alla famiglia degli zingari con il dispregiativo nome di Weiße Zigeunercioè zingari bianchi. Gli Jenisch condividono con Rom e Sinti il nomadismo, ma parlano una lingua propria di derivazione germanica. Come gli altri popoli nomadi dell’Europa, si trovano comunità Jenisch in diversi paesi lungo tutto il continente, ma si concentrano soprattutto in Germania, Ungheria, Svizzera, Austria, Belgio, più altre comunità non censiste in Francia, Paesi Bassi e, in minor parte, Italia. Oggi la sola Svizzera riconosce gli Jenisch come minoranza etnica, e non è un caso. Mentre la Germania nazista lì perseguitò e richiuse nei lager al pari delle altre comunità zingare, negli stessi anni in Svizzera gli Jenisch furono colpiti da una persecuzione non meno scientifica di quella promossa dalle teorie razziali naziste. 

Già nell’Ottocento i governi svizzeri avviarono azioni contro le comunità nomadi con l’obiettivo di allontanare dalle città vagabondi e mendicanti. A metà secolo fu organizzata la prima grande operazione di schedatura di Rom, Sinti e Jenish, attraverso la creazione di un archivio nazionale in cui registrarli. Nel 1906 fu proibito l’utilizzo di treni e vietato l’attraversamento dei confini. Pochi anni dopo Rom e Sinti di origine straniera furono internati e poi espulsi dal paese, e quando le operazioni di sterminio della Germania furono avviate, la confinante Svizzera si rifiutò di accogliere i profughi che vi sfuggivano. 

Il governo svizzero fu tristemente premonitore di ciò che le teorie razziali naziste affermarono a partire dagli anni Trenta, sperimentando su vasta scala un progetto di eugenetica, cioè di manipolazione delle razze attraverso l’intervento diretto sull’ereditarietà genetica di una di esse. Dai primi del Novecento in Svizzera operava la fondazione Pro Juventute, fondata da Ulriche Wille junior per tutelare i diritti dei bambini e combattere la tubercolosi, all’epoca molto diffusa in diversi cantoni. Benedetta dalla Società svizzera di utilità pubblica, la Pro Juventute fu fortemente condizionata nei primi anni dalle simpatie nazionaliste del suo fondatore, che per due decenni accolse nelle proprie sedi teorici ed esponenti della Germania nazista. Wille riuscì ad anticipare le crudeltà scientificamente realizzate dal Terzo Reich, quando nel 1926 avviò il programma ‘’ Kinder der Landstrasse’’, cioè i bambini della strada, assieme al dottor Alfred Siegrifd, che ne fu principale ideatore e direttore.

Il programma di Willie e Siegfried prevedeva di sottrarre alle famiglie Jenish bambine e bambini da destinare a processi di rieducazione, al fine di realizzare la pulizia etnica di questo popolo. Venivano affidati a nuove famiglie e a tutori, oppure internati in strutture psichiatriche e orfanotrofi. Pro Juventute prevedeva di rieducare bambine e bambini cancellando la precedente identità Jenisch attraverso il cambio di cognome, la rimozione dai registri, la rieducazione finalizzata a eliminare il linguaggio del proprio popolo. Prima della Guerra, in alcuni casi il programma portò alla sterilizzazione delle bambine per evitare la riproduzione degli Jenisch. Il programma impediva qualsiasi forma di riavvicinamento degli internati alle famiglie d’origine, affermando che: “Ogni qualvolta, vuoi per nostra bonarietà, vuoi per uno sfortunato e casuale incontro, uno di questi bambini, ancora disadattati e instabili, entra in contatto con i propri genitori, tutto il nostro lavoro è vanificato.”

Dal lungo lavoro di ricostruzione avviato decenni dopo emerge che circa 2.000 bambine e bambini furono coinvolti nel programma nell’arco di tempo tra il 1926 e il 1973. Quell’anno, disvelate man mano le crudeli azioni della fondazione anche grazie a un articolo del giornalista Hans Caprez, e cambiata la sensibilità dell’opinione pubblica svizzera, le istituzioni imposero la chiusura del programma, senza smantellare la fondazione che l’aveva ideato e gestito. Oggi la Pro Juventute esiste e lavora ancora nel campo della tutela dei diritti dei bambini, dedicando uno spazio del suo sito alla memoria di questo tragico cinquantennio e all’assunzione di responsabilità, promuovendo una campagna di risarcimento economico alle persone e famiglie colpite dalle sue azioni. 

Quest’anno, quindi, cadono i cinquant’anni dalla chiusura di ‘’Kinder der Landstrasse’’. Il tempo ha in parte rimosso dalla memoria degli svizzeri quanto accaduto, ma diversi prodotti culturali hanno cercato di ricordare e approfondire quanto accaduto partendo dalle storie di chi ha sofferto del’eugenetica svizzera.

La newsletter di Lucy ha ripreso un’intervista di alcuni anni fa fatta a Mariella Mehr da Pino Petruzzelli, pubblicata nel 2022 tra i blog de Il Fatto Quotidiano. Petruzzelli, incontrandola, ha raccolto la testimonianza di una donna che alla crudeltà di quanto sofferto ha contrapposto la dolcezza e delicatezza della poetessa, come ampiamente raccontato nelle sue opere. La Mehr gli racconta: “Sai cosa resta oggi, dentro di noi vittime del programma Pro Juventute? Traumi, lesioni, vergogna. Vergogna per me stessa perché vivo con l’impressione di essere sempre colpevole. Tutti questi pensieri sono troppo per me. Alla sera, a letto, non riesco a sopportarli. Sono come un film che mi fa impazzire. Allora scrivo, se posso. Ora sono due mesi che ogni mattina, alle cinque, vado al computer per cercare di mettere giù qualche pensiero, ma non riesco. Mi blocco. Devo aspettare. Devo aver pazienza. Passerà, forse. Sono passati tanti momenti, passerà anche questo. Sì, passerà.”

Pochi mesi fa è stato il portale svizzero Swiss Info a incontrare un’altra internata della Pro Juventute. Uschi Waser è una signora oggi settantenne, anch’essa dedicatasi alla poesia per resistere alla violenza della sua vita. Waser, che ha tentato il suicidio da giovane, descrive la sofferta storia di sradicamento e cancellazione della propria famiglia a cui è stata costretta, ma è diventata nel tempo anche una protagonista delle operazioni di disvelamento e conservazione della memoria attive in Svizzera. Presiede la fondazione Naschet Jenische, che assieme agli Enti gemelli Un futuro per i nomadi svizzeri e Agir pour la dignitè lavorano al fianco dei Cantoni e delle istituzioni governative per conservare gli archivi e promuovere attività educative. 

Oggi non sono i soli a cercare di mantenere vivo il fuoco di questa storia. Il 9 novembre nei cinema italiani esce il film di Giorgio Diritti ‘’Lubo’’. Diritti, che ha diretto e sceneggiato il film, ha scelto di raccontare le sofferenze degli Jenische partendo dal romanzo di Mario Cavatore ‘’Il seminatore’’. Presentando il film a Venezia, ha detto: “È un limite dell’uomo, quello di arrogarsi il diritto di distruggere le diversità e dire agli altri come dovrebbero essere […] continuiamo a lottare per reprimere le diversità, invece che comprendere il valore delle differenze. Sono errori che hanno gravissime ripercussioni sulle generazioni future”.

Dopo cinquant’anni la violenza sofferta da bambine e bambini Jenische viene giustamente ripresa e raccontata, partendo dalle parole vive di chi tutto questo l’ha vissuto. È una storia minore nel calderone di sangue dell’Europa e delle persecuzioni razziali, e anche per questo merita di essere custodita.

 

Bibliografia

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