A casa possiedo una collezione di una quarantina di cd raccolti in un decennio. Nella mia libreria non si presentano male, ma sono troppo pochi per caratterizzarla davvero e per essere un buon complemento d’arredo. Non che li ascolti: sono anni che non ne apro uno. Il mio laptop non ha il lettore cd; la Playstation che divido coi miei fratelli sì, ma non usiamo più neanche i giochi fisici. Quei miei cd, in altre parole, sono una reliquia personale di un periodo in cui mi sembrava fico acquistarne, ma che aveva e ha poco a che fare con il gesto di ascoltare la musica. L’arrivo di Spotify ha sparigliato le carte dei miei consumi musicali come ha fatto con milioni di altre persone. Merito di una facilità d’uso e immediatezza senza paragoni – chi non ricorda le fortune altalenanti nel cercare un brano tra i download illegali? – e di un catalogo grande a sufficienza per coprire qualsiasi cambio di rotta nei gusti e nelle abitudini di un medio ascoltatore. Spotify – che citerò in tutto l’articolo perché è il servizio cui sono stato costantemente abbonato, ma senza grandi differenze rispetto agli altri piccoli e grandi servizi di streaming – è su tutta la linea un canale di ascolto migliore, anche perché i vantaggi che garantisce vengono ricompensati da un abbonamento il cui costo è basso, anche ridicolmente basso se rapportato al costo di quegli album che giacciono nella mia libreria: uno di essi mi è costato mediamente quanto la quota mensile che verso a Spotify per poter ascoltare tutto il suo catalogo di musica e podcast, perdipiù in libera condivisione con i miei fratelli e mio padre.
Ora, la sostenibilità di questo infimo costo è da tempo dibattuta e contestata, soprattutto guardando al modo in cui i ricavi da royalties percolano giù lungo la catena fino ad arrivare agli artisti, che guadagnano cifre molto basse per singolo streaming, restando nell’ordine di 0,005 euro per singolo ascolto (dato grossolanamente medio tra tutte le piattaforme di streaming, da quelle più avare come Spotify e Youtube, a quelle più generose come Tidal). Questo rapporto predatorio subito dagli artisti da parte dei servizi di streaming, che nella maggior parte dei casi remunerano direttamente il detentore dei diritti (perlopiù etichette e case discografiche, più che gli artisti stessi), negli ultimi due anni è lentamente passato dalla spinoziana pars destruens di articoli, ricerche e contestazioni, a una pars costruens di primordiali iniziative. Attorno alla misera ripartizione dei ricavi da stream sono nati i primi movimenti sindacali come l’United Musicians and Alied Workers, guidato dal batterista dei Low Damon Krukowski. Il loro sito racconta la campagna ‘’Justice at Spotify’’: ‘’Spotify è la piattaforma più dominante nel mercato dello streaming di musica. L’azienda che gestisce la piattaforma di streaming continua ad accresce il suo valore, eppure i lavoratori della musica in tutto il Mondo guadagnano poco più che centesimi da lavoro che fanno’’. Questo si traduce in richieste puntuali: il ‘salario minimo’ di 1 centesimo per stream, l’accreditamento di tutti i lavoratori nella remunerazione, l’adozione di un modello di pagamento user-centrico e così via.
A livello istituzionale è stata la congresswoman Rashida Tlaib a sposare la causa come portavoce della campagna, presentando la risoluzione 102 ad agosto 2022, sostenuta dalla collega Jamaal Bowman a favore di una più equa ripartizione dei ricavi da streaming. A fronte delle ricchezze dello streaming per le piattaforme, Tlaib dice che ‘’gli artisti che fanno la musica non vedono prosperità condivisa’’.
Se il fronte della remunerazione dei musicisti si sta smuovendo lentamente – latitano iniziative istituzionali a livello nazionale e comunitario in Europa, così come restano poche e isolate le iniziative sindacali dei musicisti, nonostante lo scossone del covid nel 2020 abbia sommosso le acque – dall’altro lato i costi per l’utente per abbonarsi a questi servizi stanno vivendo una fase di trasformazione.
Spotify negli ultimi anni ha mantenuto pressocché invariato il costo delle varie modalità di sottoscrizione del servizio. Lo ha fatto in Italia come altrove, dove pur presenta una condizione di partenza differente. Il sito Android Autorithy lo scorso mese ha condotto un’analisi del costo di un account Spotify Premium in 50 paesi, passando da 1 dollaro per paesi come Pakistan, Turchia e India, ai 16 della Danimarca (l’Italia? Tra i primi dieci paesi per costo, sopra USA e Germania).
A fronte di questa varietà di costo che non sempre rispecchia i diversi costi della vita nei singoli paesi – come racconta una interessante petizione su Change per la Bulgaria per ridurre il prezzo di Spotify Premium nel Paese – storicamente la principale reazione degli utenti, che ho riscontrato su forum, blog e pagine Facebook, è quella di considerare il costo dell’abbonamento Premium come elevato. Internet è pieno di analisi sul perché del costo elevato di Spotify.
È difficile entrare nel merito della percezione di un costo medio di 10-15 euro al mese come costo elevato: io continuo a soppesarlo alla spesa sostenuta per la mia misera collezione di dischi, probabilmente pari a 2-3 anni di abbonamento familiare a Spotify, pur considerando la rilevante differenza tra un canone mensile per l’accesso e la fruizione di un bene immateriale e il prezzo per il possesso di un oggetto. Considerando l’iniqua ripartizione dei frutti di questo mercato, sarei più felice di spendere anche diversi euro in più sapendo di pagare le persone cui principalmente debbo la bontà del mio ascolto, cioè i musicisti. Allo stesso tempo, non credo che maggiori ricavi per gli artisti dovrebbero essere garantiti da un maggiore costo per l’utente del servizio: mi è più facile pensare a un aumento del canone medio proporzionalmente inferiore all’aumento dei ricavi per gli artisti, chiamando le piattaforme di streaming a compartecipare riducendo i loro margini di guadagno.
Il problema è che le piattaforme stanno viaggiando in direzione opposta, preludendo alla trasformazione del mercato. Lo analizza bene The Verge con un articolo dal titolo esplicativo: ‘’I giorni della musica in streaming poco costosa potrebbero essere agli sgoccioli’’. Dopo anni di crescita, le piattaforme stanno affrontando la congiuntura economica generale con maggiori costi per le licenze e minori ricavi dalla pubblicità, che già costituisce una fonte minore (ad es. circa un settimo dei ricavi di Spotify), pur non perdendo abbonati e non avendo esaurito la spinta dei podcast, che in parte si dimostra inferiore alle aspettative, soprattutto a fronte di investimenti milionari (vedi l’acquisto del podcast di Joe Rogan da parte di Spotify). Tutto questo si traduce in un graduale aumento dei costi per tutte le piattaforme, a partire da quelle come Apple Music e Spotify che le hanno mantenute stabili pressocché da sempre. Ne scrive Bloomberg per Spotify in conseguenza dei maggiori prezzi richiesti dalle grandi case discografiche: ‘’Amazon e Apple Music hanno aumentato I prezzi per alcuni piani. Negli ultimi due anni, mentre Spotify ha aumentato il prezzo di quello familiare e in alcuni mercati quello di base. Il CEO Daniel Ek ha suggerito l’idea di aumentare i prezzi negli USA, e i dirigenti dell’azienda dicono che è solo questione di tempo’’. A che costo? Laconicamente: ‘’il solo perdente in tutto questo è il consumatore’’.
Fonti:
- https://weareumaw.org/justice-at-spotifysindacato UMWA;
- https://tlaib.house.gov/posts/congresswoman-tlaib-introduces-resolution-calling-for-new-streaming-royalty-to-fairly-pay-music-artists#risoluzione 102 congresso USA;
- https://www.androidauthority.com/how-much-does-spotify-cost-around-the-world-3360533/costo di Spotify nel Mondo;
- https://www.change.org/p/spotify-lower-spotify-premium-subscription-prices-for-bulgaria-e5792cbf-7ae1-4614-8a2e-5880bedf2d6dpetizione riduzione del costo Spotify in Bulgaria;
- https://www.thetechwire.com/why-is-spotify-so-expensive/perché il costo di Spotify è alto?
- https://www.theverge.com/2022/10/25/23423173/apple-music-price-spotify-platinum-earnings-taylor-swiftThe Verge sul cambio di paradigma nello streaming;
- https://www.bloomberg.com/news/newsletters/2023-05-21/why-your-spotify-subscription-is-about-to-get-more-expensive#xj4y7vzkgBloomberg sull’aumento dei costi di abbonamento.
