Ho partecipato con questo testo al premio Nabokov 2023 - sezione racconti, ed è rientrato tra le opere premiate che verranno pubblicate nell'antologia di concorso. Questo racconto è un omaggio alla Murgia come terreno in cui la Storia si è mossa silenziosamente, sfiorando la tragedia e lasciando solo dimenticate rovine.
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Nei momenti in cui si affacciava da una delle torrette di osservazione e il vento lo raggiungeva in pieno viso, gli odori che arrivavano gli ricordavano le mattinate nella foresta del Rogue River, quando lasciava i genitori a casa mentre lui seguiva i sentieri adombrati dai pini del parco. Mentre scendeva in velocità le piste, la brezza lo riempiva degli odori di piante aromatiche di cui il basso Oregon è zeppo e di cui pian piano aveva imparato i nomi, iniziando a riempire i taccuini. Ne aveva sempre un paio con sé: uno dedicato alle cose viste, uno alle cose udite, di modo da tenere separate le sue sensazioni al momento della rilettura. Li aveva portati con sé durante il viaggio, nonostante non li compilasse da diversi anni. L’ultima riga di quello dedicato alla vista diceva così: “A Grant’s Pass ho acquistato una giacca di pelle nera trovata in uno degli ultimi film visti al cinema. Non ricordo quale, ma il protagonista era un Marine, che a fine film muore ad Okinawa. La giacca era bellissima nel film e anche nella vetrina del negozio”. L’altro taccuino aveva molti meno appunti, poiché allenava meno il suo udito e questo lo ricambiava con un’impronta più leggera sulla sua mente. L’ultima pagina, scritta con una matita anziché con una delle sue preziose penne, diceva così: “URSS – Europa – base. Il comandante mi dice che sarà una missione tranquilla. Non sono mai stato così lontano da casa”.
Il naso si stava riempiendo di odori intensi, pur essendo le piante ormai secche per il caldo e i fiori quasi scomparsi. Non vedeva foreste come nel parco del Rogue River dalla sua torretta; solo immensi campi di grano aggrappati alle colline, spezzati di tanto in tanto da casolari e masserie. La città si intravedeva da lassù, arroccata anch’essa sulle colline della zona, ma solo la vista dei due campanili della Cattedrale lasciava intuire la sua presenza. L’orologio segnava le 13, orario in cui interrompere il servizio e mangiare qualcosa. Raccolse le sue robe scendendo lungo la scaletta e un’ultima folata di vento gli portò una nota di finocchietto. Non l’avrebbe mai sentito quell’odore nel suo Oregon.
Dalla torretta si diresse verso la caserma della base, attraversando la strada in terra battuta utilizzata dai camion per il rifornimento di cherosene. Come tutte le altre basi realizzate per il progetto, era costruita a mo’ di triangolo, i cui vertici corrispondevano alle rampe di lancio. Sul lato maggiore di questo triangolo, una costruzione non molto grande e di un solo piano fungeva da caserma con alcune stanze amministrative e i posti letto necessari allo scarno personale in servizio. Davanti ad essa, il grande terrapieno destinato a deposito, protetto da un lato da un’alta muratura, mentre l’altro lato restava esposto affacciandosi sul gruppo elettrogeno e sulla centrale elettrica che teneva in vita tutto il sistema. Questa era la base, né più né meno, sufficientemente piccola e compatta da potersi nascondere dalle grandi strade che attraversavano tutta la zona – ma non abbastanza per un aereo, dato che il triangolo tracciato dalle strade attorno alla base le rendeva ben riconoscibili.
A lui era toccata una delle più settentrionali, circa 15 chilometri a nord di Altamura, che di quella zona era il comune più grande. A meno di due chilometri sorgeva in una foresta rigogliosa di pini il villaggio di Quasano, punto di riferimento per le poche uscite serali permesse nelle giornate estive in cui il paese si ravvivava e dalle città attorno le famiglie accorrevano a godere del fresco, dei gelati e dei giochi per i bambini. Un paio di volte ci era andato, camuffato da sobri vestiti fornitigli dagli italiani e nascosto dietro la sua scarsa conoscenza della lingua. Aveva acquistato un gelato alla mandorla, visto che nella zona gli alberi di quel frutto si spargevano a perdita d’occhio. Era incredibilmente dolce, ma abbastanza buono da iniettargli una piccola dose di serenità in quella vita inquieta che aveva accettato.
Raggiunta la caserma, aveva spalancato la porta dell’ingresso principale sperando di non trovarvi nessuno, ma dietro la scrivania erano seduti due degli italiani dedicati alle faccende amministrative. Non li apprezzava molto, poiché li vedeva ogni giorno fermi e sfaccendati mentre lui girava tra le torrette e i macchinari elettronici, e soprattutto perché nessuno di loro riusciva a pronunciare una parola in inglese. Lui si stava anche impegnando con l’italiano, ma loro niente. Quando era giunto qui pensava di ritrovarsi circondato da persone preparate, mentre gli erano stati assegnati soldatini e omuncoli della peggiore burocrazia. Era deciso a ignorarli e a dirigersi verso le sale dei macchinari, ma vedeva uno dei due fremere cercandolo con lo sguardo.
- Signor Davies, vi cercano a Gioia.
- Non vi capisco, scusate.
- Gioia, Gioia! Dal comando vi cercano.
- Gioia? Devo chiamarli?
Gli indicò il telefono e loro annuirono, lieti della sua comprensione. Li maledì, ma compose il numero del comando a Gioia.
- Comando generale.
- Tom? Sono Davies dalle base 6. Gli italiani mi hanno detto di chiamarvi.
- Buongiorno Damon. Come procede?
- Tutto bene, grazie. Ho controllato le disponibilità di cherosene e siamo a posto almeno per un paio di settimane. Stavo per andare a controllare i macchinari. Anzi, dopo la vedetta avrei più fame che altro.
- Ti libero subito, non preoccuparti. Volevo dirti che è pronta la disposizione per la tua sostituzione. Da Washington hanno scritto di poter completare il cambio di tutta la guarnigione e che l’unità che vi sostituirà è pronta a partire nei prossimi giorni. Dovrebbe servire un mese circa, poi vi riunirete qui e un cargo vi trasporterà di nuovo a casa.
- Grazie, Tom. È un’ottima notizia.
- A giorni arriverà la nota scritta per ufficializzarlo. Va’ a mangiare ora e se ti va domani passa di qui per il fine turno.
Fece un segno di ok ai due italiani mentre agganciava. Aveva notato che per tutta la durata della telefonata l’avevano fissato senza pause, ascoltando con attenzione il suo inglese pur di imparare o carpire qualcosa. I loro occhi dicevano di no.
Alcune ore più tardi prese le chiavi dell’auto di servizio per andare in città. In una delle sere di riposo aveva visto in un bar uomini vestiti di abiti dalla stoffa elegante, che aveva scoperto essere frutto della mano di un sarto locale. Saverio, uno dei pochi colleghi alla base in grado di parlare un buon inglese, si era impegnato a portarlo dal sarto per toccare e provare le sue creazioni, per cui quel giorno l’aveva chiamato e preso con sé.
Saverio era poco più grande di lui e aveva imparato l’inglese da alcuni parenti emigrati negli anni Venti e rientrati gradualmente in Italia dopo la guerra. Parlava la lingua colorata degli italoamericani, ma aveva cercato di integrarlo con lo studio su libri e libri in lingua. Era un tipo a posto, gentile in ogni momento e buon conversatore, per cui Damon aveva piacere di condividere con lui le piccole faccende da fare in città. Non veniva da quelle parti ma da un’altra regione del Sud Italia, per cui non era più ferrato di lui nei posti da visitare in zona.
In macchina parlarono della vita alla base e di quel che accadeva nel Mondo, che loro seguivano attraverso puntuali bollettini quotidiani. Parte del loro lavoro era aguzzare lo sguardo nei momenti più delicati, fiutandoli. Diverse copie di quotidiani italiani giungevano ogni giorno alle basi, mentre una o due volte la settimana veniva consegnato il New York Times e qualche magazine statunitense. In uno slancio di confidenza Damon decise di raccontare a Saverio della notizia comunicatagli dal comando nel pomeriggio, che il collega accolse con gioia. Gli chiese se ne fosse felice, e Damon rispose affermativamente ma senza la convinzione e l’euforia che avrebbe immaginato di trovare in una persona distante migliaia di chilometri da casa sua. Non poteva neanche giustificarsi il motivo di questa tiepida indifferenza.
Arrivarono presto in città, poiché distava poco dalla base e le strade erano libere di sera. Riuscirono a visitare il sarto poco prima che chiudesse la sua bottega, e mentre Saverio faceva da interprete Damon provava le giacche e i pantaloni preparati dall’artigiano. Gli sembravano meravigliosi, con quei tessuti italiani di grande qualità che ne valorizzavano i tratti e i colori, e ne comprò diversi. Il sarto fu accogliente per tutto il tempo, ma nel suo sguardo e nel suo italiano per Damon impermeabile non ritrovava cortesia o gentilezza, quanto un lucidissimo garbo dovuto più al suo mestiere che alla presenza del suo ospite. Damon si chiese se non lo vedessero negativamente gli abitanti del posto, simbolo involontario di un conflitto molto più grande delle loro campagne, delle loro case e dell’Italia tutta. Per pagare consumò quasi tutti i suoi risparmi, che erano ben limitati poiché aveva regolarmente spedito a casa più di metà della paga mensile. Si ripromise di spendere il resto in qualcosa da offrire a tutta la base, nonostante la loro convivenza altalenante.
Finita la spesa dal sarto, Damon e Saverio si sedettero in uno dei bar affacciati sulla piazza principale della città. Da tempo avevano costruito un codice comune per commentare le belle ragazze che gli passavano davanti andando su e giù lungo il corso principale. Pur protetti dalla barriera di una lingua sconosciuta quasi a tutti, preferivano usare cenni e piccole simbologie per indicare e valutare le passanti. Tutto partiva dalla scelta della miglior postazione per osservare la piazza, che prevedeva di sedersi uno di fronte all’altro di modo da tenere d’occhio entrambe le direzioni del corso. Damon diede un’occhiata alla copia del Corriere della Sera lasciata sul tavolino. Il titolo diceva qualcosa sui sovietici, con una foto grande di Krushev che parlava in una qualche assemblea. Non chiese a Saverio di tradurgli l’articolo; a volte desiderava non sapere nulla di guerra fredda, sovietici e missili, che pure lo costringevano a trascorrere alcune nottate in bianco con la testa schiacciata dalle paure. Avrebbe preferito il gelato alla mandorla, le belle passanti e gli abiti eleganti appena acquistati dal sarto.
- Tenente Damon, buongiorno.
- Buongiorno capitano. Mi scusi le pessime condizioni, ma venti minuti di macchina sono bastati a sudare così tanto.
- Immaginava che l’estate italiana potesse essere così? Quando son partito da casa lo scorso anno ho portato con me un bagaglio adatto per delle vacanze in California, e invece sto soffrendo più qui il caldo che durante la battaglia di Kasserine.
- È stato sul campo, capitano?
- Sì. Tunisia, Provenza, Reno. Non ho visto molti scontri, mi è andata bene. Anche lei?
- No, signore. Troppo giovane negli anni Quaranta. Sono entrato nell’esercito nel ’52.
- Bene, Damon. Certe cose è bene averle vissute solo sui giornali. Allora, mancano dieci giorni alla sua partenza. Volevo incontrarla qui al Comando per fare rapidamente il punto di come gestiremo il cambio della guardia. Domani arriverà il battaglione che vi sostituirà nelle basi. Cambieremo tutte e dieci in una volta, ma con una settimana di affiancamento da parte vostra.
Damon cercava di capire l’accento del capitano. Sembrava di qualche posto del Midwest, ma non sapeva distinguere quale. Portava bene i suoi sessant’anni, risparmiato dalle rughe che solitamente campi di battaglia e guerre scavano sul volto di chi le combatte. Lo vedeva circa ogni settimana durante il briefing al comando di Gioia, in cui chiamava il personale delle dieci basi per aggiornamenti puntuali. Non aveva mai lasciato trasparire segnali di preoccupazione, non più di quanta non ne suggerissero i missili sempre pronti a partire, come richiesto dal programma: uno caricato e in grado di colpire i sovietici entro quindici minuti da un segnale di emergenza; due di riserva, per arrivare e tre lanci in meno di mezz’ora; ogni base aveva tre rampe, potendo quindi colpire con trenta missili al primo lancio e con altri sessanta subito dopo. Novanta missili Jupiter con un raggio d’azione sufficientemente lungo da poter raggiungere tutte le repubbliche sovietiche e mezza Russia. Tanti megaton da poter sbriciolare novanta città in meno di un’ora. Poco più in là, sparse in Anatolia, altre decine di missili erano pronte a partire contemporaneamente. Tra Italia e Turchia era sempre sul punto di accendersi la brevissima miccia della distruzione nucleare.
Alcune delle sue notti erano costellate di visioni di case crollate. Consumava il suo sonno immaginando città enormi polverizzate dai missili che guardava ogni giorno da vicino. Immaginava lampi e rumori assordanti coprire tutto l’orizzonte. Sentiva l’ondata di calore delle esplosioni nucleari, con le cose e le persone ridotte a cenere. Vedeva la sua pelle lacerarsi, la carne staccarsi dal corpo e i suoi sensi svanire nella fine repentina delle cose. Non sentiva dolore in questi sogni. Non sempre, perlomeno, come se l’esplosione dei missili distruggesse il suo corpo lasciando intatta la sua mente. Quella svaniva solo in alcuni sogni più rari, che erano emersi in quegli ultimi giorni prima di abbandonare l’Italia. Ogni tanto vedeva le bombe sovietiche su Rogue River. Si immaginava mentre attraversava la foresta, il corpo avvolto da una camicia e non da un’uniforme, con gli odori delle piante che lo beavano. In alcuni sogni era piccolo e tornava agli anni in cui la foresta lo accoglieva dopo la scuola, lanciato in bici assieme a qualche compagno. Giravano in cerca di animali, che fuggivano prima di farsi vedere grazie al suono allertante del loro pedalare. Si fermavano in riva al fiume nei tratti con la corrente più spenta e si bagnavano nella sua acqua fredda. In questi sogni all’improvviso l’acqua diventava rovente e il cielo bianco, bianca la foresta, bianco il fiume, bianco tutto attorno. Arrivava il dolore, e rivedeva la carne e il sangue e i vestiti e le cose tutte polverizzate e sentiva di sciogliersi sotto i colpi dell’Apocalisse.
Questi sogni non li trascriveva nei taccuini. Non li raccontava dopo essersi svegliato avvolto dal sudore, né quando parlava con Saverio mentre in macchina raggiungevano il sarto e i bar e le belle passanti. Tutto quel che vedeva attorno a sé dopo essersi svegliato non raccontava di missili, esplosioni e guerre nucleari. Gli abominevoli strumenti della morte lo circondavano e il loro lancio era distante pochi secondi dalla sua mano e dai bottoni da premere, ma quell’anno in Puglia raccontava qualcosa di molto diverso dai suoi sogni e da quei 90 missili che a lui spettava controllare. Quell’anno sapeva di finocchietto, di mandorla, di italiani con cui non era in grado di parlare e di belle ragazze che passeggiano.
Nelle ultime notti prima di lasciare l’Italia, aveva ripreso a sognare Rogue River costantemente. A volte attraversava la foresta mano nella mano di una bella ragazza. Parlava alla foresta dicendo ‘’questa è mia moglie’’ e lei si presentava ad essa. Non un missile né una bomba rovinavano queste immagini. Il suo sonno aveva iniziato a rimuovere l’orrore nucleare dallo spettro dei futuri possibili. In qualche modo, iniziava a nutrire una certa speranza.
Miliusc Solakov probabilmente sognava gli stessi boschi e la stessa moglie di Damon Davies. L’aveva forse sognata la notte prima di attraversare l’Atlantico sul suo Mig partito dalla Bulgaria. Non era mai stato in Italia ed era troppo giovane per ricordarsi i tempi in cui i suoi due Paesi erano alleati contro gli americani che gestivano i missili Jupiter e i sovietici che producevano il suo aereo da guerra. Era diventato grande in una Sofia che riteneva i primi dei demoni di un mondo avverso, e i secondi dei manovratori occulti del proprio Governo. In Bulgaria Miliusc aveva vissuto un’adolescenza felice quando coi propri genitori lasciava Sofia per bagnarsi nelle fredde acque del Mar Nero. Non trovava molti turisti, perché in quel pezzo di Mondo le persone piangevano ancora i morti delle guerre e gli stranieri non vi si affacciavano mai. Lui era felice mentre si bagnava col Sole timido dei Balcani. Era felice anche mentre studiava per diventare un pilota dell’aeronautica bulgara. Aveva costruito il suo sogno guardando la tv di Stato che proiettava riprese dei fenomenali aerei sovietici. Si immaginava alla loro guida mentre difendeva i cieli della Bulgaria dai caccia americani. Dopo alcuni anni faticosi, aveva soddisfatto i suoi sogni entrando in Aeronautica e diventando pilota di guerra. Aveva un Mig 17 per sé e aveva iniziato a condurlo in cielo in attesa delle missioni vere. Alla guida di quello strumento di devastazione, era felice.
Miliusc era felice anche nell’autunno del 1961, mentre si lasciava alle spalle i Balcani. Aveva appena ventiquattro anni e i suoi sogni di alfiere del trionfo del suo Paese erano svaniti pian piano. Miliusc voleva scappare da quel mondo che aveva disatteso i propositi di giustizia per la classe operaia. Pochi anni prima studenti e lavoratori avevano protestato nel suo e nei paesi confinanti, chiedendo libertà e vite migliori di quelle a cui erano costretti dalla povertà. Aveva visto tutto questo represso nel sangue. Il suo sogno era svanito. Così, quel giorno aveva abbandonato all’improvviso l’esercitazione in cui era stato coinvolto, varcando il confine con la Jugoslavia e poi quello con l’Albania. Alla radio giungeva il suo nome e parole agitate nella sua e in altre lingue. ‘’Torna giù!’’, gli urlavano, ma lui si era anestetizzato agli appelli.
C’erano volute solo poche ore per ritrovarsi in volo su di una striscia profonda di mare. Era l’Adriatico, il confine marittimo dei due mondi. Sapeva che in pochi minuti sarebbe finito nello spazio aereo di quella metà del mondo ostile alla sua, e non aveva un piano con cui poterlo avvicinare, ma sull’aereo portava una grande fiducia nella possibilità di ritrovarsi accolto. Miliusc, eroe bulgaro. Era rimasto a quella immagine splendente che aveva accudito nella sua infanzia.
L’Adriatico era terminato presto. Una linea di costa e paesi si era affacciata subito davanti a lui, seguita da terra e terra e altri paesi. C’era voluto molto poco a raggiungere l’Italia grazie al suo aereo, ma mentre iniziava a realizzare il nuovo futuro che gli spettava, aveva sentito i rumori di motori che perdono colpi. Non aveva sufficiente carburante per viaggiare a lungo e l’aereo non reggeva più. Il lento cadere del Mig interruppe rapidamente la sua euforia; l’aereo perdeva quota e gli alberi e i paesi si avvicinava pericolosamente. Capì di non poter atterrare in un luogo comodo, poiché non vedeva nulla per decine di chilometri. Decise di tentarne uno di emergenza in aperta campagna. Mentre le sue mani ripetevano forsennatamente il segno della croce, il Mig di Miliusc Solakov planò tra gli uliveti pugliesi. Si fece male, ma l’impatto coi sogni di Damon fu ben più grave.
Damon era troppo distante per ascoltare il rumore delle ali del Mig mentre si spezzavano dal resto dell’aereo, né poteva sentire il secco colpo che Miliusc diede con la sua fronte alla cloche, ma in piedi sulla sua torretta aveva udito il motore avvicinarsi mentre rimbombava lungo la Murgia. Aveva pensato a uno degli aerei della base di Gioia al rientro da qualche esercitazione, ma il suono era cessato di colpo. Mancavano tre giorni alla ripartenza e la sua mente non era più in grado di accogliere pensieri riconducibili ai sovietici, ai missili e alla guerra fredda, perché guardando le campagne attorno a sé immaginava già il ritorno a Rogue River. La sua alienazione in quel momento era tanta da non sentire subito le voci italiane che lo chiamavano alla radio dopo lo schianto dell’aereo, né la confusione che era improvvisamente montata all’interno della base. Lo chiamavano, ma lui restava impassibile a guardare davanti a sé. Solo il frastuono delle sirene di allarme lo riportarono alle basi Jupiter, e quel rumore raggelò il suo cuore improvvisamente. Scese di corsa dalla torretta per raggiungere la caserma, dove trovò il suo sostituto già alla radio. Era arrivato da pochi giorni, un giovane texano più entusiasta di lui di dedicare i suoi vent’anni ai placidi comandi di una base missilistica, ma quella mattina Damon non vide sul suo volto segni di euforia. Della conversazione che stava intrattenendo, carpì poche parole: allarme, aereo, Mig, nemico, abbattuto. Il texano ascoltava in silenzio, probabilmente assorto dalla progressiva distruzione della sua placidità in favore di un imprevisto terrore, per cui Damon prese il controllo della radio. Chiamavano da Gioia. Al comando era scattato il massimo livello di allarme non appena una camionetta degli italiani aveva raggiunto quel punto improvvisamente scomparso dai radar della base. Alla vista della carcassa devastata del Mig e della stella rossa sulla sua fiancata, tutto era precipitato. Mentre alcuni di loro estraevano un sanguinante Miliusc dalla cabina dell’aereo, la camionetta era rapidamente rientrata alla base per allertare tutti dell’arrivo improvviso dei sovietici in Italia.
Come su di una lunga miccia stesa dalla Puglia a Roma a Washington, la scintilla era partita e stava prendendo gradualmente velocità. Viaggiava dalla base aerea di Gioia del Colle, sede del comando delle forze aree responsabili delle dieci basi missilistiche Jupiter, verso il comando americano di Roma, in cui un nucleo di alti comandanti gestiva assieme alla base tedesca di Ramstein l’azione della Nato in Europa. Dai meravigliosi palazzi romani, la miccia aveva ripreso in poco tempo a viaggiare oltre l’oceano, per arrivare il prima possibile al Pentagono e alle più alte cariche militari della repubblica statunitense. Qui, attorno a un tavolo d’emergenza, alcuni dei più decorati generali avevano raccolto il messaggio e convocato il Governo. Da ultimo, la miccia era arrivata al punto finale, su di una scrivania della Casa Bianca, sempre a Washington, in cui quotidianamente si sedeva il presidente degli Stati Uniti d’America.
All’altro capo della miccia, consapevole di essere allo stesso posto della persona più potente della Terra, Damon Davies aveva la mente affollata di incubi. Immaginava il Mig abbattuto nelle campagne attorno, coi ricorrenti e deliziosi aromi di erbe e fiori che aveva imparato a conoscere turbati dall’odore delle fiamme e del carburante. Vedeva il pilota accasciato sulla sua poltroncina, coi vetri sporchi di sangue per l’urto del viso. Non trovava il carico di missili e bombe che l’aereo portava con sé, inquietante anticipazione di un arsenale uguale e contrario a quello che lì dalla Murgia lui doveva gestire, ma di questo carico e di questo arsenale intuiva la forza e la minaccia. A tre giorni dalla sua ripartenza, poche ore prima di tornare a Gioia per l’ultimo volta, dismettere il suo equipaggiamento e salire su di un cargo diretto a casa, un aereo precipitato aveva bussato alla sua mente.
Era immobile in piedi mentre davanti ai suoi occhi ripassavano le visioni che avevano costellato le sue ultime notti italiane, rivedendo ancora Rogue River in fiamme, i corpi disintegrati dalle esplosioni e tutta l’America, o forse tutto il mondo, annichiliti dall’improvvisa deflagrazione del più grande conflitto mai visto sulla Terra. Chiudeva gli occhi immaginando davanti a sé il più grande fungo atomico di sempre, una Hiroshima all’ennesima potenza e innumerevolmente replicata sul pianeta. Damon iniziò a realizzare che la fine del Mondo fosse più vicina della fine del suo lavoro. Miliusc Solakov, nel desiderio ingenuo di fuggire dal suo Paese e di consegnarsi a uno nuovo, precipitando col suo aereo aveva innescato la lunga miccia verso il presidente John Fitzgerald Kennedy, e tutti ne erano pienamente consapevoli, ma una miccia spessa come uno spago, infinitamente più corta e forse più pericolosa, aveva preso fuoco nello stesso momento, e quella miccia portava alle mani di Damon Davies e ai missili Jupiter della base di Quasano.
Negli stessi istanti, il presidente Kennedy invitava tutti alla prudenza, perché la caduta di un aereo tra uliveti lontani non poteva giustificare lo scoppio della terza guerra mondiale. Le sue parole percolarono gradualmente giù, passando dai massimi generali fino al più umile capitano al comando della base di Gioia. Nel giro di pochissimi minuti, i militari statunitensi arrestarono e interrogarono il pilota bulgaro non appena ripresa coscienza, per cercare di capire i motivi per cui si era ritrovato in Puglia. I radar di tutta Europa cercarono nei cieli segnali di una minaccia che non sembrò deflagrare. Fu cercato un contatto diplomatico con l’URSS, che rassicurò la NATO sull’estemporaneità di quanto accaduto, negando legami tra l’azione militare e la rotta del pilota. In poco tempo, la peggiore delle visioni che l’umanità potesse avere si sgonfiò, e la lunga miccia della fine del Mondo, che da Gioia portava fino a Washington, fu spenta con più mani.
È facile spegnere un tale allarme. Ben più facile di sedare la rivolta sanguinosa che si sviluppa nella mente di un uomo in crisi. I sogni apocalittici di Damon imperversavano nei minuti in cui l’Orologio dell’Apocalisse segnava quasi la mezzanotte. Si guardava attorno, e vedeva le cose finire. Non riusciva a immaginare altro che cenere e sangue e le fiamme più alte ardere su ogni cosa. Come una malattia estremamente contagiosa, il suo terrore della fine del mondo pulsava nelle sue vene diffondendosi in tutto il corpo. Chissà come si erano sentiti i piloti dell’Enola Gay sorvolando Hiroshima. Chissà i pensieri di Oppenheimer nel deserto del Nevada, mentre annusava per la prima volta il futuro che aveva segnato. Chissà quando un primo uomo, magari lontano anni luce dalla possibilità di realizzarle, aveva tratteggiato le visioni di una Terra ridotta a nebulosa, disintegrata fino all’ultimo atomo. Damon se lo chiedeva mentre attorno a sé tutti si agitavano e l’Apocalisse si avvicinava.
Da bambino, correndo con la bici lungo i sentieri della foresta di Rogue River, cercava di scansare anche la più minuta delle forme di vita. Non gli sembrava ammissibile l’idea di terminare l’esistenza di una sola creatura di questo Pianeta. Era diventato soldato a patto di non imbracciare mai un’arma puntata contro un uomo, e aveva mantenuto la promessa. Non aveva visto sangue, né viscere o il dolore sparsi dai campi di battaglia, ma Miliusc Solakov era precipitato col suo Mig su tutto questo, devastandolo. La sua malattia nel tempo si era avvolta di una membrana per proteggere il Mondo, ma la punta di un aereo in picchiata l’aveva perforata. Si era sfaldata così in fretta che in poco tempo i suoi sogni avevano preso il possesso di tutto. Guardò alla sua destra i complicati terminali di controllo della base. Non era certo di saperli usare, ma li guardava e notava i grossi pulsanti a portata di mano. Com’è corta la miccia di un uomo malato. Chissà in quanto tempo il calore sarebbe arrivato, e le ossa e gli organi e il sangue vaporizzati, se la folle orgia del lancio dei missili fosse partita. Chissà se la fine del Mondo sarebbe stata rumorosa o se come un sussurro e un soffio di brezza le cose sarebbero svanite nel nulla. Ripensò al Rogue River lontano. Avrebbe voluto essere lì in quel momento, magari avvolto dal finocchietto portato dall’Italia, nell’ora ultima dell’esplosione atomica.
Anni dopo, camminando lungo la sua amata foresta armato solo di un bastone, Damon ricorda ancora gli attimi in cui immaginò il Rogue River ridotto a un grande cratere, ma questo non è accaduto e la notte è tornato finalmente a dormire.
