il blog di Michele Cornacchia

"Australia" pochi giorni fa è stato premiato con menzione speciale al premio letterario organizzato dalla Pro Loco di Caserta. Buona lettura. 

Calciava le pietruzze in cortile con violenza. Una, due, tre volte. Le scagliava contro le pareti della masseria e ogni volta calce e intonaco si staccavano sfibrandosi, fino a creare una piccola linea di macerie davanti a sé. “Tommà, smettila!”. Alzò lo sguardo, tutto corrucciato, ma il sole batteva forte quel giorno e gli occhi non riuscirono a inquadrare la figura alta affacciatasi sul cortile. “No”, rimandò alla figura, condendo quella piccola rivolta con un grumo di saliva mirato ai suoi piedi. Neanche un secondo e due mani forti e ruvide gli presero il colletto. Sentì il tonfo duro della sua faccia contro le pareti che aveva poco prima scarnificato e la sua bocca provò il gusto acido del sangue. Un pugno, poi un altro, poi un altro ancora per difendersi, ma la figura era troppo grande e grossa per lui. “Che cazzo fai?”, mentre l’ennesimo pugno cadeva a vuoto. Si ritrovò a terra senza fiato, con le mani ormai impregnate di un miscuglio schifoso di sangue e polvere. Sentiva quella poltiglia in bocca, sulla pelle, tra i capelli. “Tommà, vattene. Oggi non ti voglio qua. Sei uno scansafatiche e un attaccabrighe, fai lite con tutti e mo’ mi sfasci pure la casa. Fa’ di nuovo casini e ti ci attacco a quel muro”.

Incassò tutto senza dir niente, ma lanciò una manciata di altre pietruzze contro quelle pareti sgarrupate e corse via.

Che poteva fare uno come lui in un fetido agosto? Aveva due spiccioli appena in tasca e a casa sua proprio non ci voleva tornare: si schiattava di caldo in quella stanzetta senza vento naturale o simulato, perché ad agosto a Metaponto si sta bene solo in riva al mare e in ferie, ma lui non era né in un posto né nell’altro. Le ultime estati le aveva passate a raccogliere agrumi d’ogni tipo. A strappare arance dagli alberi e a riempire cassette su cassette, qualcosa da parte l’aveva pur messa, ma lui conti e risparmi proprio non li sapeva portare: come s’erano riempite, le tasche si erano svuotate prima rimediando una Seicento con circa un milione di chilometri nel motore; non contento, aveva trovato anche un monolocale poco fuori città – chiaramente quel “fuor città” non designava le lunghe e arieggiate coste o le spiagge isolate frequentate solo da ragazzini con gli ormoni fuori controllo, ma quel meticciato brutto e pieno di rifiuti ch’è il confine con le campagne.

Non era neanche male, quell’appartamento: una piccola tv, tende oscuranti, un cucinino sufficiente per farci la stagione, una branda morbida a sufficienza per non devastare una schiena esperta solo nel ‘prendi e raccoglie, prendi e raccogli’. A vent’anni con un’auto e una casa a Metaponto saranno in tre e questa cosa Tommaso se l’era portata al petto come una medaglia al valore: sai quante ragazzette di passaggio s’era portato così a letto. Del resto, ad agosto lì non c’è mica solo il caldo fetido: il paese s’ingrossa di due o tre volte; per strada non senti più l’asciutto dialetto della Piana, ma accenti baresi e tarantini. Ma ‘sti pugliesi, non ne hanno già abbastanza di mare attorno?

“Ma’. Buongiorno. Stai bene? Sono a casa. Montemurno m’ha cacciato, quello stronzo. Dice che non lavoro bene, che perdo tempo. Mi son rotto la schiena a raccogliere i suoi pomodori di merda e ha avuto pure da ridire. Non lo voglio vedere più, sennò quella schifezza di masseria gliela brucio. Sì, sono agitato. Mo’ devo farmi il giro dei campi a trovare qualcos’altro. Con questo caldo. Papà sta bene? Quando tornate qua? Va bene. Statevi bene. Ciao”. Una folata di vento, piuttosto solitaria a quell’ora, aprì le tende e asciugò due o tre gocce di sudore. Pure il telefonino grondava acqua. Erano le dodici, forse c’erano quaranta gradi fuori, ma una cosa che i campi gli avevano regalato era una pelle più ramata del rame; del caldo e del sole alto se ne fregava abbastanza, quindi uscì.

Come si trova un mestiere nel mezzo di agosto in un posto fatto solo di agrumi e spiagge? Glissò la domanda camminando verso il mare. Attorno era tutto un fluire di auto di fuori provincia, di gente che andava e veniva dai supermercati o dai baretti, luoghi che si facevano fitti fitti man mano che ci si avvicinava al mare. Salutò i pochi paesani in giro a quell’ora; chinò la testa incrociando un paio di ragazze prese in qualche estate del passato e lasciate a settembre. Le ciabatte facevano cik ciak sull’asfalto ormai putrefatto per il caldo, ma appena le dita incrociarono la sabbia calda se le tolse. Si gettò in mare con tutti i vestiti.

Di gente che lavorava in Piana senza raccogliere agrumi e pomodori, non ne conosceva molta. S’erano gettati tutti a capofitto sull’agricoltura da decenni; praticamente dal fascismo, da quando poco più giù erano nati e cresciuti paesoni come Marconia o Policoro. Vere e proprie colonie contro le paludi, in una versione lucana molto meno famosa e sponsorizzata dal regime delle bonifiche in Maremma. Tommaso ci andava sì e no un paio di volte al mese da quelle parti: scendeva lungo la 106 con la macchinetta, scansava il via vai dei villeggianti di residence e lidi della costa jonica, per poi lasciare la statale non appena il castello di Policoro si profilava all’orizzonte. Castello degno di una costa senza nobili e senza grandi uomini da circa duemila anni: un palazzo che nel centro di Bologna o di Mantova sarebbe stato anonimo, un condominio d’altri tempi; lì, invece, era portato sul palmo della mano da quegli scemi di Policoro. Ci passava di fianco, poi percorreva i vialoni ampi della città per raggiungere una pizzeria o per farsi una birra con qualche amico. Passava dalla piazza centrale, dalla cattedrale con i suoi marmi e il suo biancume desolato venuto chissà come in mente a qualche podestà o ras locale nel Ventennio. Un paio di anni fa gli avevano offerto l’ennesimo lavoro stagionare a raccogliere frutta, impreziosito dall’allettante offerta di una stanza tutta per sé lì vicino al centro di Policoro. Paese per paese, turisti per turisti, tanto valeva restarsene a Metaponto e a casa sua. Non se ne fece nulla.

Finita l’estate, tornati nei loro paesi bianchi i pugliesi, mentre Metaponto assaporava già la noia lunga e desolata del resto dell’anno, uno zio gli parlò di un progetto nuovo: un titanico centro commerciale a Policoro. Roba da Padania presa e trasportata in mezza alla Piana di Metaponto. Qualche ettaro di pomodori da estirpare, sì, ma quanti ce ne sono già? Non se ne può fare un po’ a meno? Allo zio piaceva molto quell’idea: corridoi colossali da attraversare; merci e marche di ogni dove; americanate, sì, di quelle che rendono valevoli di essere spesi gli spicci che da queste parti ci si mette in tasca. “Quelli rastrelleranno sicuramente tutta la zona per cercare personale. Commessi, vigilanti, magazzinieri, parcheggiatori, facchini. Pare siano faccendieri di qualche grande catena del Nord, sanno che qui dieci mesi su dodici siamo solo una manica di morti di fame, ma poi col caldo siamo pieni di gente che vuol spendere. Vacci a parlare, Tommà, che magari ti sistemi una volta per tutte. E mettiti ‘na camicia buona”.

Una camicia buona? Sarebbe bastato non puzzare più di terra e sudore e sole in questa Piana sfortunata. In armadio neanche ce l’aveva, una camicia. Si affacciò al negozietto di robe di marca in città; ne uscì con una camicia azzurra forse più da spiaggia che da colloquio di lavoro, ma che ne poteva sapere un raccoglitore di pomodori di decenza?

I faccendieri del Nord avevano preso una stanza a piano terra in centro a Policoro, tutto dedicata a colloqui e selezioni. Non un’insegna, un cartello, neanche una cosa scritta a mano in vetrina per presentarsi. Sola, svettava, sciupata e già consumata, una grande prima pagina del giornale locale, attaccata con lo scotch: “posti di lavoro per MILLE persone”; sotto, la foto del cantiere del mega-titanico centro commerciale. In alto a sinistra, appena di fianco al titolo del giornaletto, una patacca di sponsor pagato dai grandi proprietari del Nord.

Il primo giorno di lavoro la camicia azzurra se la rimise, un po’ per scaramanzia e un po’ perché non aveva ancora capito come vestirsi in un posto del genere. Vennero in tanti, richiamati da tutti paesi in un raggio di venti-trenta chilometri; la folla sciamava tra un corridoio e l’altro, arraffava prodotti di tutti i tipi e usciva contenta con carrelli strabordanti cibi di ogni colore e provenienza – e forse tutti con lo stesso identico sapore. Il suo turno sarebbe dovuto iniziare alle 7 e finire alle 18, ma a sera era ancora lì a indicare le più recenti invenzioni alimentari delle colossali aziende del Nord. Era entrato con un pacchetto di sigarette ancora incartato; ne contò un paio tristi e solitarie a fine giornata. I colleghi non gli dispiacevano: sgangherati come lui, quasi tutti tra i venti e i trent’anni tranne qualche caporeparto-caporale di fiducia dei grandi proprietari, forse traghettato da altre sedi fino alla Piana. Contò le ore di lavoro, ma la stanchezza era entrata così a fondo nelle sue ossa che preferì non pensarci. La macchina lo riportò a casa lungo la 106; su radio Radiosa passava “Australia” di Mango, uno che aveva avuto il cattivo gusto di schiattare lavorando e il buon gusto di farlo su di un pianoforte, e non tra i campi di arance di Metaponto o in un luminosissimo e inutile ipermercato.

Tornò il giorno dopo. Poi furono altri giorni, poi settimane e mesi. La domenica, quando non lo cooptavano per l’ennesimo turno forzato, prese l’abitudine di coltivare un pezzetto di terra che s’era comprato coi primi risparmi. Aveva scelto Serra Marina: quattro case buttate come dadi da Dio lungo la strada per Matera, una chiesetta da poco rifatta con intonaci verdi e verdini che d’estate riflettevano l’atroce Sole della Piana sulle auto passanti di corsa verso il mare e un piccolo supermercato che vendeva più ad agosto che in tutto l’anno. Arrivava di mattina, prendendo un caffè al supermercato-bottega-tuttofare; col tempo il titolare aveva preso a salutarlo, poi a chiamarlo per nome, poi a offrire un caffè o l’amaro a fine giornata. Aveva un paio di aranci, qualche piantina di pomodori e carote; nelle stagioni buone piantava anche le rape o i cavoli, che di sera si portava a casa per cuocere zuppe e minestre saporitissime.

La vita sfilava tra i corridoi e il piccolo campo. Poco altro gli regalava la Piana, un posto che uno scossone dalla Storia l’aveva subito solo un paio di millenni prima, quando a Metaponto, al posto dei pugliesi, erano arrivati gli ateniesi. Poi, la Storia s’era addormentata, passando oltre la statale 106 e lo Ionio. La sua vita, poco a poco, s’era assommata a quella di tutti gli abitanti della zona: una comparsata. Neanche i grandi imprenditori del Nord col loro abnorme ipermercato avevano potuto cambiarne la traiettoria.
A lui andava bene. Le ambizioni le aveva soffocate nel sonno durante l’infanzia. Con gli anni passati, caracollando tra Metaponto, Policoro e Serra Marina, aveva sostituito alle ambizioni un sogno, che si ripresentava puntuale non appena sentiva “Australia” alla radio. Anche lui voleva lasciare il Mondo qui nella Piana e non da altra parte. Aveva il suo pianoforte su cui addormentarsi: sotto un arancio, col Sole arso di giugno o luglio, mentre le auto pugliesi gli passavano davanti. Avrebbe chiuso gli occhi nel suo campo, senza troppo baccano. Un passante si sarebbe fermato a cercarlo, avrebbe chiamato i vigili per il corpo, poi dopo un’oretta si sarebbe calato nel mare tiepido dello Ionio, come tanti prima e dopo.

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