Con questo racconto nel 2015 ho partecipato al concorso letterario ''Altamura Demos 2015'', arrivando al terzo posto nella categoria dei racconti brevi. Dopo tanti anni lo pubblico online così come scritto e pubblicato nell'antologia del concorso.
Dal bordo d'una finestra di pianura la linea dolce delle montagne era sempre parsa a qualsiasi spettatore come un tratto di penna quasi consumata, un lascito d'una mano che vi aveva posto troppa poca cura. C'è chi diceva semplicemente come da sempre la pianura e le montagne fossero appartenute a mondi differenti, col solo aspro Sole a legare i terreni e la pelle degli abitanti. Così raccontavano i nonni di M. nelle sere in cui chino alla finestra osservava le fioche luci lontane appese ai monti, domandando loro chi potesse vivere in una terra così scostante e inadatta al cammino e al lavoro. ''Quello – gli sussuravano – è il popolo dei calanchi, gente dalla lingua densa come il vino cui s'abbeverano''. Il suo sguardo, allora, si spostava sulla Luna che osservava i calanchi dall'alto: come un manto ricamato sotto la sua luce si stendevano i villaggi con le loro fiammelle. M., ancora bambino, poteva quasi ascoltare i canti dei montanari e le preghiere portate dal soffio del vento: allora i calanchi vivevano come non mai.
Il ragazzo crebbe con lo sguardo rivolto lontano ai monti, dedicando loro l'ultimo pensiero della sera: si avvicinava alla finestra, l'apriva senza far rumore e lì, immobile, fissava le luci lontane, perdendosi ogni volta al suono delle cantilene degli abitanti. Attorno a sé la città cresceva, si gonfiava gracchiando il rumore industrioso del benessere, della laboriosità febbrile dei concittadini. M., però, non faceva rumore, non correva per strada, non urlava. Egli cresceva al crescere dei fuochi dei calanchi. Le vicende della sua vita lo portarono per un po' ben lontano dalle montagne in chissà quale distante metropoli. Non sappiamo quali avventure abbia vissuto lì nei suoi viaggi, ma non importa: ai calanchi e alla Luna non interessano le vicende febbrili e laboriose.
Quando M. decise di tornare al paese natio, il primo gesto cui si dedicò fu quello di osservare i monti, ma lungo la linea della loro sommità non distingueva più che qualche rado e isolato fuocherello. Uno di quei fuocherelli accesi per necessità da un cacciatore di passaggio; nulla a che vedere con la moltitudine di luci che gli aveva ornato le pupille nell'infanzia. Continuò ad attendere il risveglio dei paesi invano, poiché essi sembravano ormai calati in un sonno privo d'alba. Un giorno, col cuore colmo di malinconia, capì come non potesse più attendere lì immobile, con la vaga speranza che tornassero le luci: prese le poche cose che potessero servire, infilò tutto in un zaino e s'incamminò lungo la strada che saliva fino le montagne. Non aveva mai potuto percorrerla da bambino, per il timore che qualcosa potesse accadere nelle terre disabitate. Un cuore nostalgico, però, non può fermarsi davanti alla vaga paura che una strada può riservare; camminava deciso sulle chianche, osservando le campagne disabitate che facevano loro contorno mentre, di tanto in tanto, alzava lo sguardo ai calanchi. ''Arrivo'', pensava.
Camminò a lungo, in una terra che aveva sempre vissuto – da lontano. Conosceva a menadito ogni acro di terra e ogni tornante della strada con la bravura dello studioso di geografia. Nel vedere da vicino le cose a lungo scrutate, M. s'accorse di quanto lontane fossero dalla traccia umana. Non vi era che qualche sporadico segno: una pietra miliare, un cartello, un rifugio. Di quei terreni si coglieva l'intima relazione alla Natura e al principio delle cose. Fu così, col rinnovato stupore che giaceva nel cuore, che M. arrivò ai piedi del sentiero principale, quello che giungeva fino al paese più grande di tutti: il centro dei calanchi. Col volto all'insù attese a lungo dietro i cancelli chiusi del borgo. Bussò una prima volta, ma l'unica risposta che poté avere fu quella del vento, che sulla vetta delle montagne soffiava terribilmente. Bussò una seconda volta, una terza, senza che una voce si levasse in risposta. Cautamente spinse il cancello con forza per farsi largo nel paese senza essere annunciato. Oltre le mura M. trovò le case che gli si eran mostrate a lungo durante la sua infanzia. Camminò lungo le viuzze, percorse le piazze, si affacciò oltre il recinto dell'unica chiesa del borgo. Cercò dapperttutto, ma della vitalità che aveva respirato di lontano da bambino non trovò traccia alcuna. Il paese era deserto. M., terrorizzato, salì sulla sommità della torre cittadina per osservare dall'alto le case e la campagna attorno, e lì capì.
Con gli occhi che tornavano a tingersi di malinconia, M. capì la sorte degli abitanti dei calanchi. Stretti tra le montagne ed il vino avevano a lungo sognato delle metropoli lontane e delle loro sfavillanti luci: durante la loro infanzia avevano sognato di avventure distanti con la stessa intensità dello sguardo di M. rivolto ai fuochi delle montagne. Un giorno avevano raccolte le loro poche cose per migrare lontano.
Sulla cima della torre M. non poté che accendere un falò, con la speranza remota che gli abitanti tornassero a vivere coi calanchi.
