Al compimento dei miei trent’anni ho passato diversi mesi da custode della stazione di Pescariello. La sera in cui decisi di accettare l’offerta di lavoro e di trasferirmi nella casupola costruita di fianco alla stazione divenni il primo abitante della frazione dal 1974, anno in cui il binario per Bari era stato trasferito diverse centinaia di metri più in là. Tagliata fuori dalle grandi linee regionali, Pescariello aveva perso la sua funzione di crocevia tra i grandi centri della provincia e pian piano la gente della città aveva smesso di recarvisi. Fino ad allora molti uomini che lavoravano nei mandorleti e uliveti attorno si riunivano verso sera davanti alla stazione per prendere la lenta locomotiva che li riconduceva in città. Altri facevano la tratta inversa dopo aver racimolato qualcosa con cui sopravvivere; tornavano alle casette in tufo sparse tra i boschi attorno. Dalla città li vedevano come gli ultimi esemplari dei cafoni dei secoli passati.
È stata in una di esse che ho concluso la mia prima giornata di lavoro come custode, poggiando il cappello da capostazione su di una sedia scassata e sdraiandomi per terra a riposare. Il cappello non me l’aveva dato nessuno: l’avevo creato da solo la domenica prima cucendo una bandiera su di una vecchia coppola trovata in casa. Non immaginavo un capostazione senza un cappello a coprire la testa, ma nessuno ne aveva da parte uno per me.
Mi sdraiai per terra cercando un punto più morbido cui poggiare la testa, perché la stanchezza della prima giornata di lavoro aveva bussato forte alla mia porta. L’odore delle erbe della Murgia arrivava col vento e il sonno fu dolce. Al mattino capii perché il vento arrivava così intenso nella casupola: non c’erano porte, divelte da tutte le case da chissà quanto tempo. Avrei condiviso il fresco con le campagne attorno per tutte le notti, perché sulla Murgia a quell’ora l’aria era fresca e c’era molta pace nel mio cuore.
M’infilai il berretto in testa camminando verso la stazione. Avevo con me la seguente dotazione di servizio: il berretto, per l’appunto, su cui già notavo lo scucirsi del logo; un cappotto blu leggermente scucito; un taccuino con tutti gli orari dei treni in transito da e per Bari; una penna blue e una rossa; un secondo taccuino immacolato; un pacco di sigarette; un fischietto. Neanche il fischietto mi era stato dato, né qualcuno m’aveva detto che fosse necessario, ma chi ha mai visto un capostazione che non fischia?
Alle 8.32 iniziò la mia giornata di lavoro. Guardavo il taccuino degli orari e quello era bianco, vuotissimo per tutto il giorno e per tutti i giorni a venire. Dal 1974 nessuno aveva sostenuto la causa di riallacciare Pescariello alle linee e nessun treno era più passato da e per Bari. Non so cosa mi spingesse a sperare che un treno, persosi lungo il viaggio, potesse sbucare dagli alberi e fermarsi lì tra le casupole di tufo, ma io ero comunque pronto a fischiare al suo arrivo, ad accogliere i passeggeri e a rispedirli altrove. Non mi sembrava giusta la morte di quella stazione.
A fine mattinata non era accaduto nulla. Ero lì immobile sulla sedia della stanza del capostazione mentre fissavo l’orizzonte col fischietto in mano, ma nulla era accaduto. Il cuore mi si cosparse della paura di giorni a venire pieni di nulla e silenziosi. Lì capii che sarebbe toccato a me far accadere qualcosa.
In un cassetto della scrivania del precedente capostazione avevo ritrovato una mappa dei binari ferroviari presenti in tutta la provincia: linee attive, tronchi morti, depositi ferroviari. C’erano persino le linee a servizio delle basi Jupiter, costruite in fretta per la Guerra Fredda e abbandonate a se stesse dopo pochi mesi. Su quella mappa era disegnata una fortuna di ferro, giunture e traversine in cemento che aspettava solamente di esserla trafugata e usata meglio.
Il primo colpo l’ho realizzato alcune notti dopo. Tossivo molto quella notte, sfiancato dal freddo che mi colpiva attraverso le porte divelte delle casupole, ma mi ero avvolto della giacca e del berretto ed ero uscito per strada. Avevo puntato un binario morto segnalato sulla mappa pochi chilometri più in là. Avevo con me una carriola, una di quelle che usano i carpentieri in cantiere e che avevo trafugato da un’altra frazione. Dentro c’erano un cacciavite, un martello e il berretto ormai privo del suo logo mal cucito.
Quella notte ho tartasso la mia schiena mentre sfilavo e staccavo i pezzi dei binari, ma più li guardavo moribondi e più nobile mi sembrava il mio piano. Col cacciavite e con pazienza svitavo tutti i giunti per poi caricarli nel carrello che, non appena pieno al punto giusto, portavo lentamente alla mia piccola stazione abbandonata. Nel corso di un mese ho raccolto metri e metri di binari, spezzando le mie mani dalla fatica. All’arrivo dell’inverno avevo portato a Pescariello cento metri di binari da rimontare come Lego. Quando al mattino salivo nel mio sporco ufficio, mentre il taccuino era sempre vuoto e il berretto ormai grigio di polvere e abbandonato, guardavo dall’alto la mia opera crescente. Mi sembrava così dolce la mia ambizione di ridare vitalità a quella nervatura abbandonata.
Un giorno è tornata l’estate e trasportare chili e chili di ferraglia ha iniziato a costarmi troppo sudore. Mi fermai davanti alla stazione ammirando la mia opera, che lentamente avevo iniziato a posare e rimontare per creare dei nuovi binari. Una linea partiva per centinaia di metri verso Bari e la costa; un’altra andava nella direzione opposta per risalire verso le Murge più profonde e i colli coperti di campi e mandorleti.
Guardavo felice quella rete ferroviaria di mia creazione. Il berretto e la giacca da lì in poi non sarebbero bastati più, perché nel corso delle giornate marcate da freddo e sudore ero diventato un imprenditore, un vero pioniere alla conquista di quel feticcio di West. Mi sentivo Daniel Day Lewis ne Il Petroliere che guarda avido il ritrovamento di un pozzo. Tra quelle casupole e la Murgia desolata avevo trovato il mio petrolio.
Se solo avessi ricordato il film davvero, vi avrei rivisto la sventura della cupidigia. There will be blood, è il nome originale del film: cattivo presagio.
Le notti trascorrevano e il freddo sfibrava le mie ossa e la mia carne. Il giaciglio di tufo aveva intorpidito i miei muscoli e i chili e chili di ferro trasportati da un capo all’altro delle campagne avevano marchiato il mio corpo con una fatica da Sisifo. Ero felice, ma il mio corpo non sosteneva più la mia illusione.
Mi ammalai una notte d’estate. Da giorni avevo smesso di trasportare i miei binari, di infilare il mio berretto e di salire sulla stazione per guardare le cose dall’alto. Non mangiavo e bevevo più e iniziai a non alzarmi da terra, ma decisi che non sarei rimasto al chiuso di una casupola dalla porta divelta. Strisciai con fatica immane all’esterno per sdraiarmi tra ferule e finocchietto, e gli odori mi portavano già altrove.
Mentre morivo ripensavo al desiderio di riportare i cafoni e i lavoratori ad attraversare la mia stazione. Avevo mosso tutto il ferro del mondo per provarci e questo mi era costato la salute di corpo e mente.
Mentre morivo, morivo felice. Nessuno sarebbe venuto a cercarmi, perché nessuno mi aveva mandato a Pescariello e nessuno mi aveva dato il cappotto, il cappello, il fischietto e la mappa. Pescariello era scomparsa e grattata via dalla Storia. Ora toccava a me.
