La mia storia di impegno e partecipazione inizia da stamattina, poiché mentre scrivo sono in corso le primarie del Partito Democratico per l’elezione del nuovo segretario. Il Partito Democratico è l’elefante nella stanza della mia vita politica, poiché lì ha iniziato a svilupparsi – una precoce, superficiale eppur convinta adesione tramite tesseramento nel 2012-2013 – e lì si mette maggiormente in discussione. Il PD è stato il partito di riferimento sin dal mio primo voto, perché sempre l’ho guardato, commentato, immaginato diverso da com’è sempre stato.
La militanza nel Partito, come dicevo, è stata breve eppur cruciale, sia come prima esperienza di adesione a un progetto, sia per il successivo impegno politico dal 2018 in avanti, ma mi è difficile ricostruire le circostanze dell’adesione. Probabilmente, ho iniziato a frequentare i locali del Partito perché portatoci da qualcuno, da persone non più presenti nella mia quotidianità, rappresentando quella che potrei definire l’adesione per frequentazione. Non la ritengo una forma di impegno secondaria, poiché l’adesione per casualità può portare a forme di partecipazione anche profonde e durature, ma è accaduta ben poche volte nella mia vita.
La mia vita nel PD è durata poco, chiudendosi dopo appena un anno, soppiantata presto dal desiderio di suonare e dall’adesione a gruppi musicali, impegno che qui non approfondirò – anche perché, bontà mia, le mie capacità alla chitarra sono sempre state tanto scarse e irrilevanti da non riuscire più a riprendere le registrazioni dei due gruppi di cui ho fatto parte, cioè i Wild Flames e i Mr. Adidas (pessimi nomi, grande divertimento). A vent’anni, l’idea di riprodurre malamente canzoni altrui, portare i capelli lunghi e le magliette dei gruppi preferiti mi sembrò un’attività ben più divertenti del PD. Devo dire che sì, non me ne pento di questa spinta edonista.
L’impegno e l’adesione a un progetto, tuttavia, sale e scende in maniera tutt’altro che preventivabili. Poche volte mi è capitato di scegliere, di adottare strategicamente la decisione di impegnarmi in qualcosa. Ogni tanto la vita tuzzola alla porta improvvisamente, portandoti in luoghi inimmaginabili.
Sul finire del 2014 raccattavo i cocci di una storia d’amore, quella che più ha contribuito alla mia educazione sentimentale. Il desiderio incontenibile di sfogare la frustrazione mi aveva convinto della necessità di produrre qualcosa di creativo – traducendo, probabilmente, la sopita passione per la scrittura. Nella megalomania di un ventenne convinto che la storia migliore da raccontare fosse una grande storia massimalista, avevo deciso di metter su uno spettacolo teatrale legato al libro Congo di David Van Reybrouck, pubblicato in quei mesi e regalatomi da amici antichi. Invertendo il processo creativo, avevo deciso di far partire la preparazione dello spettacolo dall’individuazione del luogo, puntando lo sguardo sulla creperia di Donato Laborante, che avevo frequentato in alcune serate nei mesi precedenti.
L’ambizione teatrale – fortunatamente, aggiungerei – fu troncata da una triste svolta di cronaca, cioè la chiusura del locale per le difficoltà economiche di Donato (fu davvero così? Spero possa perdonarmi se i miei ricordi dovessero risultare errati). D’un tratto, il panico mi prese, cercando di trovare un altro luogo in cui esibirmi, ma senza successo. È stato quello il momento in cui ho realizzato un fatto, un tratto della mia città che ha rappresentato la costante di tutto l’impegno e disimpegno ad Altamura: manca(va)no luoghi dedicati ad attività culturali.
Una storia triste d’amore post-adolescenziale ha rappresentato il momento epifanico nel mio rapporto con la città, fino ad allora costellato dalla scelta di dove andare a bere o mangiare qualcosa, da un po’ di attività sportive e dalle mie scuole.
Da quel mancato spettacolo, che mai più ho ripreso, è nata una lunga vicenda cu sui si sono innestate più storie: nel 2015 ho cofondato l’associazione AlteraCultura, sopravvissuta fino al 2018 tra manifestazioni culturali di vario tipo, bozze di manifestazioni e interventi politici e, soprattutto, la costruzione di un gruppo di persone dalle idee e dagli obiettivi più o meno condivisi. Da questo gruppo si sono diramati altri progetti, molto più validi e forti di quella prima associazione.
Nella mia vita, il triennio 2015-2018 è stato il periodo più denso di attività, grazie alla nascita contemporanea di altri progetti (FreeSpace, Ripuliamoci, Earthbeat) cui ho partecipato come spettatore e, in alcuni casi, come organizzatore degli eventi. In un ridicolo parallelismo con lo sviluppo personale, fino al compimento dei miei venticinque anni si è completato anche lo sviluppo post-adolescenziale, fatto della partecipazione a tante, troppe cose.
Mi piace ricordare una frase come suggello di quel breve periodo, rivoltami da un conoscente ai margini di uno degli spettacoli di queste associazioni: ‘’Fate più voi per questa città di quanto non faccia invece il Comune’’. E difatti…
Il triennio è stato gradualmente ridimensionato dal mio trasferimento a Torino per la magistrale, almeno dal punto di vista della mia partecipazione, ma non di quella dei tanti amici che hanno mantenuto vivo il fuoco di queste associazioni.
Dismesse gradualmente le vesti del ‘’agitatore’’ – parola che evoca altri periodi e altre energie, ma cui sempre mi piace pensare – vista la distanza, a Torino ho abbozzato timidamente altre vesti di attivismo culturale e sociale con i colleghi dell’università. Erano i giorni della Torino con le finestre chiuse per il troppo inquinamento, quando è nata l’associazione R-Eact nelle aule e nella biblioteca del campus Einaudi. Attivismo ambientalista, devoto a prime rudimentali azioni di guerriglia urbana: opere di arte contemporanea reinterpretate, cartelli appesi alle fontane cittadine, locandine appese di soppiatto nei bagni dell’Università per comunicare la tragedia dell’inquinamento. Una parentesi breve, più fugace di tutte le altre che ho vissuto, ma che ha marcato nuovi linguaggi e nuovi strumenti.
Nel 2018 giunge a conclusione la fase ingenuamente e frettolosamente movimentista del mio impegno, sia perché si esaurisce l’attività di Alteracultura, sia perché organizzo il rientro a casa, col cuore ricolmo di nostalgia per il paese e i suoi stretti confini. Il rientro fu coronato dalle elezioni comunali del 2018, dichiarate dopo la caduta dell’amministrazione Forte e permeate da un odore di opportunità storica non differibile. Dai progetti culturali, facendo appello ai più volenterosi e i più politicamente marcati, nasce un piccolo movimento di ventenni desiderosi di declinare in chiave amministrativa le battagliate associative. Nasce così Giovani Idee in Fermento – il naming, forse, non è il punto forte dei progetti cui ho partecipato. Pregno di entusiasmo, fiducioso e forte della travolgente vitalità di una campagna elettorale – tutte cose che oggi mi ritrovo a ridimensionare, forse a sminuire colpevolmente – il gruppo cresce, si afferma in maniera decente alle votazioni, conquista un posto al tavolo delle nomine e ottiene la possibilità di nominare un assessore nella giunta a formarsi dopo la vittoria elettorale.
Ricordo molto bene le sere sparse tra giugno e luglio 2018, quando ancora dovevo impacchettare gli oggetti e le cose vissute a Torino per tornare a casa, ma già si affacciava sulla mia vita una nuova fase, sfortunatamente molto meno divertita della prima.
Mi rivedo sulle scale della Cattedrale il giorno successivo al primo turno elettorale, quando già iniziava a concretizzarsi l’idea di ‘’andare a governare’’, quando si affaccia nei discorsi di amici e compagni la possibilità che tra tutti, quell’incarico di governo potessi ricoprirlo io.
Di lì i giorni si sono susseguiti con troppa fretta, portandomi a prendere servizio in comune il 24 luglio 2018 con un precipitarsi degli eventi talmente irruento da non lasciare spazio alla riflessione.
A quel giorno sono seguiti poco più di tre anni di attività da assessore. Coscientemente, ho rinunciato per adesso all’idea di raccontare più nel profondo quei tre anni, coltivando l’ambizione di poterne ricavare, prima o poi, un piccolo manuale di cosa fare e non fare in nome di un’idea di politica. Una rinuncia che porto avanti con attenzione, rafforzata dall’imminente campagna elettorale ad Altamura, e che mi lascia sempre l’idea, mai disattesa, di non essere pronto per quell’incarico, pagando con tre anni dolorosi – pur non privi di buoni eventi, incontri, cose apprese – questa immaturità.
Con la conclusione rapida del mio incarico durante il mese di agosto 2018, come ho scritto un paio di volte su Facebook e come non nascondo mai a nessuno, precipita rapidamente il mio impegno politico.
Da novello Jack Frusciante, in un parallelo banalizzante ancor più che banale, sono gradualmente uscito dai gruppi – che ancora ammiro e rispetto per l’impegno perpetuato. Tutt’ora, di fronte alla campagna imminente, il mio sguardo e la mia attenzione è più vicina alle parole di Thompson o di Didion che seguono da splendidi reporter le campagne presidenziali statunitensi, che da attivista politico.
Il fallimento istituzionale ha rappresentato il fallimento movimentista per me, perlomeno in questa prima fase, richiamando a me le energie e le attenzioni.
Dal 2021 ho vissuto un costante reflusso nel privato, come se una prima e lunga fase di impegno si fosse conclusa ed esautorata, lasciando la sola possibilità di far ardere tutto fino alla fine, prima di rovistare tra la cenere in cerca di un punto da cui ricominciare. Ho accarezzato l’idea di tornare all’attività politica, se solo non trovassi polverosi i partiti e lo stato di salute della politica in Italia. Per questo motivo mi sento seduto alla finestra anche oggi, dopo essere andato a votare per le primarie di un partito di cui ho fatto parte dieci anni fa e che per il resto non riesco che a criticare – segnale di vivo interesse, questo.
Oggi il reflusso nel privato è pieno, forse maturo e pronto a riavvolgersi e ricominciare. Credo che ogni tanto sia necessario mettersi sull’uscio, assentarsi un po’ e rimettere a fuoco il senso delle cose che facciamo, prima di poterne fare altre. Lo chiamerei il momento dell’assenza strategica, dell’abbandono per la crescita. Ricordo una frase – di autore non ricordato – per cui ‘’le decisioni di crescita partono innanzitutto dalla scelta di cosa abbandonare’’.
Non credo, in ogni caso, che questo svolgersi e riavvolgersi del nastro dell’impegno sia una costante vissuta da tutti. Come dicevo, non rivedo nella mia biografia nulla di universale e men che meno posso rivederlo nell’analisi delle cose a me accadute. Conosco e stimo persone che il nastro lo svolgono ancora, senza sosta e spesso egregiamente.
Io no. Ho cercato di mettere in fila sinteticamente i progetti a cui ho preso parte perché quel nastro lo devo sempre consumare, prima di farlo ripartire. Anzi, ogni tanto devo cambiarlo e passare a tutt’altro. Adesso sono nel preciso momento in cui bisogna scegliere da quale musica ripartire, prima di riprendere a suonare.
