
Pare che sulle tribune del San Nicola di Bari i doppiofedisti non siano ben accetti. Colpevoli di tifare squadre di città distanti, forti di società ricche e potenti, colpevoli di recarsi nello stadio della propria città o Regione solo per le grandi occasioni – e mai quando si lotta nella polvere, come vorrebbe la passione più vera – non sono ben accetti a Bari, come immagino non lo siano neanche a Catania, a Potenza o a Reggio Calabria.
C’era quella frase di tanta bella letteratura e di religiosa tradizione – ‘’l’ebraismo si trasmette per madre’’ – che mi ha suscitato sin da bambino un paragone miserrimo, laico, eppur non meno mistico e cerimoniale, che vede il tifo calcistico trasmettersi per parte di padre. Come se fosse una malattia, pensavo da bambino, si è condannati a nutrire una sincera gioia e un sincero dolore per le sorti di una squadra la cui unica colpa (e merito) è stata quella di appartenere a tuo padre, a sua volta contagiato chissà dove e come.
La letteratura e gli scrittori hanno raccontato in tanti il valore religioso del tifo calcistico; da bambino ‘’Futbol’’ di Soriano sembrava uno spaccato a mia immagine e somiglianza della quotidianità ossessionata dalla propria squadra e dalla sua mistica, prima di accorgermi, da grande, che le lucide e mediatiche squadre contemporanee, pur senza alcuna infamia, poco hanno a che vedere col calcio povero vissuto e raccontato da Soriano o Camus. Ma questo importa poco, come in tante altre cose della vita, perché siam fatti per nutrirci di immaginari. E quale migliore immaginario di assegnare alla propria squadra il linguaggio della fede?
Dicevo, il tifo si trasmette per parte di padre. Così è stato per me, come tanti, e così son cresciuto con le maglie di Ronaldo, di Adriano, di Ibrahimovic e Mauro Icardi – ecco, metterli in riga adesso mi ha restituito un quadro tragicomico fatto di tradimenti e addii, ma quest’è il mio armadio e con questi c’è da fare i conti.
I pellegrinaggi nella lontana Milano non sono stati pochi, spinto prima dal babbo nelle notti di Champions e poi da solo. Persino in trasferta! Tant’è contagioso il tifo adolescenziale trasmesso per padre, che ti porta pure a seguire una squadra lontana in città ancor più lontane.
Com’è possibile esser così senza cuore verso le squadre più vicine?
Tifare una squadra, hanno scritto in molti, non è un esercizio algebrico di fedeltà territoriale, né familiare, né di voglia di salire sul carro dei vincitori. Chissà cosa ne avrebbero scritto Soriano e Camus, di cosa e come si possa tifare, ma la ragione che mi son dato è quella che ravvedo in tante altre parti della vita: sono gli immaginari a convincerci a far cose e anche il tifo sarà guidato dall’immaginario migliore per noi, solleticati dai colori, dai cori e dagli annali, dalla storia e dalle storie che il calcio, sempre come tutte le cose della vita, raccoglie e racconta in quantità.
Facciamo cose perché c’è un racconto convincente che riusciamo a vederci dentro. Neanche nel calcio siam fatti per adeguarci a dettami troppo ortodossi e ci lasciamo suggestionare sin troppo facilmente. Basterà la partita giusta al momento giusto, la cavalcata più travagliata nella stagione più opportuna, per ricavare in noi l’affezione verso questa o quella squadra. Starà poi alla squadra la capacità di alimentare e non spegnere quell’immaginario.
È un pensiero stupido ma con cui è piacevole far pace: ieri, sulle tribune di un San Nicola gremito e colpito dal freddo inatteso di aprile, circondato da molto rosso e nell’inedita serie C, ho fatto pace col fatto che, anche nel calcio, un cuore possa avere molte camere e abitarle tutte.
